Requiem per Splinder

Era il 2007, avevo 17 anni e mi ero stancata del Windows Live Space che gestivo da quando di anni ne avevo 15. Allora sono andata su Google e ho cercato: «Blog gratis». Il primo risultato era Splinder.com. Da allora, è cominciata la mia vita da blogger. 

Quando ho compilato il form di iscrizione, in realtà, stava nascendo la mia identità online. Volevano sapere il mio nickname. Splinder mi chiedeva chi volevo essere in rete. E io ho risposto con l’ingenuità della ragazzina a cui non viene in mente niente di buono da dire. Leggevo nick favolosi, pseudonimi che erano dei veri e propri capolavori dei giochi di parole, gente che trasudava cultura o intelligenza o simpatia per via dell’accoppiata perfetta tra l’avatar e il nome. «LaCapa», risposi, perché all’epoca dirigevo un giornalino studentesco e i miei redattori – quasi tutti maschi – mi prendevano in giro in continuazione. «LaCapa», mi chiamavano ogni giorno e «LaCapa» dissi a Splinder che doveva chiamarmi. Il nome del blog fu un parto. Ero molto giovane, mi piacevano la musica rock e il nero, portavo jeans larghi e cinture con le borchie. Ero una fan sfegatata dei Green Day e mi ero innamorata di Freddie Mercury. Così presi una canzone dei Queen che poteva adattarsi a come mi sentivo io. «Pain is so close to pleasure». Il dolore è così vicino al piacere. Durò qualche mese, poi lo cambiai: guardando le chiavi di ricerca mi ero accorta che la gente finiva sul mio blog cercando roba pornografica e non era tanto il caso. «La compagnia di pulizie» doveva essere un nome provvisorio, una cosa tanto per non lasciare un vuoto. Era un gioco con le mie amiche, dicevo che se non fossi riuscita a diventare una giornalista avrei aperto una compagnia di pulizie, e che le avrei assunte tutte. Da un giorno all’altro mi sono ritrovata a essere «LaCapa» quella di «La compagnia di pulizie». Nick e blog andavano di pari passo, non c’era modo di staccarli.

La community di Splinder era bellissima. C’erano tutti, tutti hanno cominciato lì. C’era Dania, c’era Scatterhead, c’era Sw4n, c’era Enrico Brizzi. Quando ho scoperto che Enrico Brizzi aveva il suo blog su Splinder mi sono resa conto sarei stata una groupie perfetta. E c’era anche gente meno nota, che ho visto crescere giorno dopo giorno. Locataire chissà dov’è finita. Aveva questo blog, la Chambre 332, che era il numero della sua camera quando ha vissuto in Francia. Era diversi anni più grande di me, faceva la giornalista precaria, aveva uno strano rapporto con la sua migliore amica e aveva avuto una relazione col violinista di un famoso gruppo musicale italiano, del quale scriveva senza mai citarlo. Erano post bellissimi, quelli. Di lei, adesso so che s’è trasferita in Australia, stanca di scrivere pezzi per tre euro l’uno. Elasti ha scritto un paio di libri ed è diventata una mamma con i controattributi. Sono finita su Nonsolomamma per caso e ho scoperto una donna meravigliosa, l’ho vista crescere due figli, scoprire di essere incinta del terzo e commentare il suo primo respiro. Con ironia, sempre in punta di penna. Poi c’era Frannister, che ha scritto il post che avrei desiderato scrivere io: un post sui sette figli che avrebbe voluto avere. Ogni volta che lo rileggo – dio, era il 2008 – mi commuovo come una bambina. L’ho incontrata di recente tra le pagine del blog di Vanity Fair: lei non sapeva che io fossi io e io non sapevo che lei era lei. Ci siamo riscoperte neanche fosse stata una puntata di Carramba. E abbiamo pianto un po’ tutt’e due. Sul blog di Fran sono capitata per scherzo. Stavo guardando cercando quali frasi assurde si finiva sul mio blog, e allora ho detto a mia sorella: «È come se andassi su Google e cercassi tonno pesce spada mangiare grissino, ti pare normale?». Per dimostrarle che non avrei trovato niente di sensato, lo feci veramente. «Uccidi un grissino, salverai un tonno» meritava di essere letto solo per il nome. Negli anni, ho capito che meritava di essere letto per tante altre ragioni. Tipo Fran, appunto, che con la sua fotocamera compatta fa grandi foto ai gruppi musicali e partendo dal nulla ha intervistato mezzo mondo e conosce tutte le band più fighe dell’universomondo. Una volta m’ha scritto: «Dove sei?» «A casa, perché?» «Cazzocifaiacasa? C’è Alex Kapranos che beve una birra da solo in un pub di Catania, cazzo».

Ci passavo intere giornate a leggere la bella gente che scriveva belle cose su Splinder. E oggi chiude. Io me ne sono andata un anno fa, senza neanche salutare. Così mi sono detta: vado oggi, dico «ciao a tutti», lo faccio diventare un addio. E invece no. Le buone abitudini non vanno in pensione: Splinder era in manutenzione. Ci saluta così, la piattaforma per blogging più controversa della Rete. Tutti si lamentavano, tutti le bestemmiavano contro, ma tutti ci sono passati. Qualcuno – non ricordo chi, perdonatemi – ha scritto che Splinder è stato un po’ l’asilo del web 2.0. E io sono d’accordo.

Un pensiero su “Requiem per Splinder

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