Che significa morire in terra straniera e cosa significha terra straniera? Ho sbattuto fortemente contro queste due domande questa settimana, in seguito ad un grave lutto familiare.
L’Italia è considerata terra straniera per chi ci ha passato metà della propria vita e in quella terra ha messo al mondo quattro figli? Se io dovessi morire oggi stesso non so se vorrei essere sepolta in Italia o in Iran. Oggi, nel cimitero di Catania, in un momento di raccoglimento in cui l’imam leggeva una preghiera del Corano, mi chiedevo se le anime presenti in quel momento capissero la lingua di quella preghiera.
L’anima di un defunto catanese, nato e cresciuto a Catania, ammesso che le sentisse e che fosse presente, capiva le parole del Corano? La differenza tra le lingue persiste ancora dopo la morte? Che lingua parla Dio alle anime quando il corpo perisce? Ognuno di noi immagina una cosa del genere con il sottofondo della propria lingua. O sbaglio?
Morire in terra straniera, cioè diversa da quella che ha dato i natali, significa che non tutti i passaggi e le procedure previste dai rituali della propria religione possono essere rispettate. Per chi è credente e per i suoi familiari credo questo sia un dramma.
Nell’Islam, il defunto deve essere lavato e profumato dagli uomini della sua famiglia, avvolto nel kafan, un tessuto bianco, e in presenza di un imam viene letta la preghiera del defunto, Salat al-Janazah. Il defunto non deve essere messo in una bara ma sotterrato direttamente nella terra, e poi cominciano una serie di interminabili rituali, ricorrenze, appuntamenti e anniversari che la famiglia deve rispettare.
Tutto questo ha senso solo se praticato nel Paese dove predomina l’Islam o anche qui in Italia? Per noi familiari è stato importante fare di tutto affinché il possibile fosse rispettato, a prescindere dal fatto che il defunto fosse credente o meno. Forse è un modo attraverso cui confermare e fortificare la propria appartenenza e la propria integrità, un modo per dire che nonostante gli anni, nonostante tutto, siamo iraniani e siamo musulmani. Io non ho certezze al riguardo, solo domande. La degna sepoltura è importante in tutte le religioni, ma che cosa rende degna una sepoltura? Un imam che si è proclamato tale e che sa leggere il Corano perché è scritto nella sua lingua e un pranzo offerto alla sudicia moschea di Catania? È come andare a mangiare un piatto di spaghetti con il ketchup spacciati per spaghetti al pomodoro italiani in Vietnam. Non so se rendo l’dea.
Il tutto ha la parvenza di, ma non è.
So che l’importante è il nyaat, l’intento, ma oltre il dolore della perdita permangono l’amarezza e la nostalgia della lontananza, ci si sente come degli esiliati perché è una circostanza che coglie all’improvviso e non puoi muoverti.
La nostra terra è là e noi siamo qua, a piangere un morto in terra straniera.
[Foto di Davide Arlotti]


