Su Repubblica scrivono del Cara di Mineo come di un hotel a cinque stelle dove tutti vivono condividendo la gioia del mondo, come fratelli. C’è la scuola di italiano, il pulmino per i bimbi, pranzi da ristorante raffinato. Leggo l’articolo ed ho come l’impressione che si parli di un posto da favola. Così si rischia di spacciare una prigione che è un luogo che raccoglie disperati da tutto il mondo per un angolo di paradiso. A cosa serve? É come dire che da quando c’è la famiglia mafiosa “x” a Catania si sta al sicuro perchè ci sentiamo protetti, è snaturare la realtá, nascondersi dietro ad un dito.
Il Cara, qualunque Cara, è un luogo di disperazione dove le persone stazionano per una fase più o meno lunga in cui non sanno che fare di se stessi, non sanno che ne sará del loro futuro. I pranzi in piatti di plastica che, ricordo, i richiedenti preferivano non mangiare, nauseano perchè sono insapore. E finchè c’era la Crocerossa i richiedenti non mangiavano nella stessa mensa dove mangiavamo noi interpreti. Un giorno, all’ennesima lamentela di un ospite, risposi che io avevo mangiato carne e contorni di verdura e che non credevo ci fosse tanto da lamentarsi. Saiid mi disse che loro non mangiavano alla mensa, ma potevano avere solo un piatto di pasta a pranzo e uno a cena. Odiavano la pasta, mangiavano sempre e solo quella.
A chi lavorava come volontario era permesso mangiare tutto ció che voleva. E nel caldo torrido di agosto quando Mohsen chiese una bottiglietta di acqua minerale gli risposero che gliela avrebbero data solo se avesse scaricato le casse di acqua dal furgone. Lí dentro nasce l’ amore ma ci sono anche le donne che vanno ad abortire all’ospedale di Caltagirone. Per due anni non sono state date nè schede telefoniche, nè sigarette, cose che era diritto dei richiedenti avere. Per spostarsi i fortunati ospiti dell’hotel a cinque stelle che è il Cara di Mineo dovevano camminare ore sotto il sole e poi prendere un autobus a loro spese. In un Cara dove i richiedenti sono per lo piú perseguitati nel loro Paese per problemi di razza, etnia e religione, è assurdo che ci siano dei rappresentanti che parlino per altri e che questo venga considerato come segno di ordine e civiltà. È essenziale che il richiedente sia protetto e salvaguardato individualmente visto che i suoi principali problemi nascono nel suo stesso Paese e tra la sua stessa gente.
Un ragazzo afghano mi raccontó che all’ufficio immigrazione del Cara gli dicevano di mandare il suo rappresentante per chiedere informazioni o altro. Cosa assurda visto che lui era un azara sciita e il rappresentante un anziano pashtu sunnita. Non parlavano neanche la stessa lingua, pur essendo entrambi afghani. Non è corretto dare un quadro così storpiato di una realtà cosí amara e disperara quale è quella di un Cara. Tra l’altro, preferire di stare in quella gabbia piuttosto che fuori, da uomini liberi, dimostra come l”Italia si comporti e sia organizzata da Paese in stato di emergenza anche dopo anni dall’emergenza, dimostra che i migranti non hanno proprio dove andare.
[Foto di Manuela Scebba]


