IL SEGRETO DI ARTHUR CLARKE

Walter Cosmo, detto WC, è appena rientrato da una convention aziendale di nuovo anno fiscale, detto new FY. WC è uno dei 56 Expert Promotion della linea Spiritual Food (cibo per l’anima alla lettera, ma loro vendono benessere!), detta SF. E’ roba più che perfetta per uomini sulla via della perfezione in un mondo imperfetto. Viene creata pezzo per pezzo, pulendo ogni microgrammo da contaminanti e pesticidi, per adulti che vogliono arrivare a cent’anni sentendosi di trenta, per adulti che praticando sport vogliono arrivare a centoventi anni sentendosi di trenta. In sostanza, oltre la natura. E’ roba perfetta, dove ogni contenuto di ogni confezione è uguale all’altro, replicato.

Lo incontro a un tavolino di un bar sul lungomare, per un’intervista sugli orizzonti della scienza dell’alimentazione, detta AS, e dintorni. Non ci siamo mai incontrati prima, ma ho visto la sua foto su Facebook, detto FB. All’orario concordato, arriva un ragazzo sulla cinquantina con la testa tanto lucida da sembrare smerigliata. Camicia bianca, pantaloni neri, scarpe nere lunghe quasi come due pinne. In pratica, un quasi pinguino col sorriso. Ha l’auricolare, un BlackBerry, un altro cellulare, e una borsa nera da pc.

Da bere, preferisce un Martini bianco. “Shakerato?”, dico d’istinto andando col pensiero a un certo Bond, James Bond, non detto JB. Walter mi guarda e, se si può, allarga ancora il sorriso, mostrandomi tutti i suoi perfetti colletti gengivali. Ma non dice niente. Ma certo, James Bond in confronto è solo un pivello!

Andiamo a noi. Gli sparo subito una domanda a bruciapelo: Ma come fate a garantire qualità perfetta con ingredienti che vengono pur sempre da un ambiente contaminato?

WC – Ti faccio un esempio. Noi andiamo a prendere PS, il Pink Salmon, nella parte iniziale del Thunderbird River, in Alaska settentrionale. Al di sopra di ogni fonte d’inquinamento.

Io – E chi lo certifica?

WC – Noi stessi! Lo scriviamo in etichetta, su carta riciclata prodotta in Ungheria. Perché noi rispettiamo l’ambiente. Ti faccio un esempio. Il PS viene lavorato nei luoghi di pesca.

Io – E poi lo portate in Italia su barche a vela?

WC (riprende a mostrarmi i colletti perfetti) – Noi facciamo lavorare un indotto di migliaia di famiglie. Il PS lavorato viene confezionato in Portogallo, dove arrivano le etichette, che vengono applicate al vetro, prodotto in Italia. Perché noi siamo un Italian Brand.

Non posso fare a meno di dire a ruota: detto IB.

WC (che continua imperturbabile) – Con l’imballaggio di cartone finlandese lavorato in Slovenia, arriva anch’esso in Portogallo, e il tutto viene poi spedito in Italia, per la Grande Distribuzione Organizzata, detta GDO che lo posiziona nei Parchi Commerciali. Il nostro vantaggio sui competitors è che noi non ci sentiamo solo leadership, ma ownership.

Mi fermo un attimo e sorseggio il mio latte di mandorla, detto latte di mandorla. Dietro di me, c’è un megaschermo per le partite di calcio, che a quest’ora del mattino mostra però una serie di pubblicità, intervallate da una fiction. C’è Save the Children che mostra bambini denutriti che hanno fame, poi c’è Brioschi che mostra un cinghiale seduto sulla pancia di uno sventurato che ha mangiato troppo, e infine arriva Fiona May che, in una casa perfetta, in un pomeriggio perfetto, prepara la merenda tutta-salute a sua figlia, aprendo il frigo e scartando una merendina. Perfetta.

E qui arriva il pugno. Mi volto e vedo la metamorfosi di Walter. Non più testa lucente, non più colletti perfetti. Si è incazzato come un dobermann chiuso in una gabbia al centro di una festa per gatti. Sbatte un pugno sul tavolino e digrigna i denti! Non domando niente, intuisco il motivo. La sua azienda e quella che ha pagato Fiona May per la pubblicità se le sono appena date in tribunale per via di furbizie da una parte non gradite dall’altra, e la vittoria è stata come quella di Pirro. Walter trangugia il suo Martini bianco, miscelato non shakerato. E fa cenno al cameriere che ne vuole un altro. Subito.

Mi chiede un minuto, con gentilezza ma senza più il sorriso. Prende la borsa nera e tira fuori un monolito nero. E con un polpastrello sfiora il cristallo scuro, che s’illumina. E’ una superficie liscia e perfetta, senza tasti, apparentemente inespugnabile. Invece, WC ha le password d’accesso. Una prima e una dopo, per doppia sicurezza, più un’altra per il sistema operativo di settima generazione. Fa un ricerca veloce sul web, linka qualcosa che invia per email, tippando sempre a sfioro sul cristallo riflettente. Si sente un fruscio come di un foglio che è appena scivolato via. E WC adesso sembra più sereno. “Tra 15 minuti il documento sarà sotto gli occhi del District Manager, detto DM”. Il tempo che il satellite affittato raccolga i dati e li trasmetta a destinazione.

Gli faccio una serie di domande così come mi sono venute, senza scaletta: “Ma scusa, oltre al cellulare, al BlackBerry, al pc, a che vi serve l’iPad? Lo sapete quanto costa all’ambiente produrlo? Quelle che ha dentro, che lo fanno funzionare, sono batterie al litio: lo sapete, no, il prezzo che dovrà pagare l’ambiente per smaltirle?”.

Walter muove le spalle, piega le labbra e ci prova così: “Dobbiamo capitalizzare i processi gestionali implementati con update, buyer profiling e…”.

E mentre lui blatera, io alzo gli occhi verso un cielo troppo bianco per mostrare più di una stella, e da una fonte imprecisata mi arrivano le note di Also Sprach Zarathustra. Nella mia mente c’è ancora Walter che dà pugni sul tavolino, e poi lo vedo alle prese col monolito nero, e le sue password che gli aprono il futuro con un messaggio lanciato al cielo. E il cielo risponde.

Strauss continua, ma forse lo sento solo io, perché Walter rimane indifferente. Chissà, forse non ha mai visto il film di Stanley Kubrick…

Arriva un uomo anziano, sulla mia sinistra. Indossa dei pantaloni coloniale e una camicia a maniche corte di lino bianco, con delle bretelle blu. Da dietro gli occhiali da vista, i suoi occhi sorridono.

“Posso sedermi?” chiede, ma si sente lontano un miglio che è un inglese. Guardo Walter, che rimane come prima, come se non vedesse proprio questo signore distinto.

Ma certo, faccio io, mentre l’uomo già si è seduto e guarda Walter, anzi è incuriosito dal suo monolito nero. Allunga la mano per toccarlo, ma le sue dita lo trapassano. E sorride, guardandomi: “Già, I’m dead. Ogni tanto io dimentico…”.

Sir Arthur Clarke – dico con emozione. Lo sa che il primo libro che ho letto con consapevolezza è stato 2001 Odissea nello spazio? Mi tolga adesso una curiosità, se può. Cosa intendeva esattamente col monolito nero proposto alle scimmie quattro milioni di anni fa?

Sir Arthur Clarke si appoggia allo schienale, e col palmo della mano sinistra mi offre il viso di Walter Cosmo, ignaro di tutto. La stessa mano poi la mette sotto l’ascella a braccia conserte. Poi mi guarda, si toglie gli occhiali e incomincia a ridere.

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