Non è un libro che appartiene a un genere preciso. E questa non è una recensione. Io la vedo così. Tempo fa Giuseppe Riggio ha tirato fuori dalla tasca una monetina e l’ha poggiata di taglio sulla sua pelle, tesa. E la monetina è partita. Ha iniziato a scendere per una curva strana, ma esatta, verso un centro indefinibile. A volte i moti dell’animo corrispondono a quelli delle ossa, e la monetina nel tempo ha rallentato la corsa, si è pure fermata. Ma è ripartita ogni volta, perché la vita è come l’acqua: si deve lasciare scorrere.
La corsa di questa narrazione scritta lungo la traccia della monetina, parte dalla dedica a una persona che è andata via. Lei è solo più avanti di noi, lungo lo stesso sentiero della nostra Montagna. Giuseppe questo lo sa, anzi ha bisogno di farlo sapere quando scrive “la memoria è tenuta dalle persone, le pietre non ricordano nulla”. E’ solo per un attimo, l’idea di fermare la moneta che corre, con l’arte delle parole usate che fanno credere invece all’infinito: fermare la gioia.
Non è un libro che appartiene a un genere preciso, l’ho detto e fosse solo per questo “La Memoria del Vulcano” (Maimone Editore, 18 euro) è straordinario. “La lava racconta agli scienziati eventi geologici avvenuti anche migliaia di anni fa, ma non può svelare le piccole e grandi vicende umane che proprio in mezzo alle colate si sono consumate”, scrive Riggio. Il dolore e la gioia non lasciano traccia sulle pietre. E’ soprattutto il primo che muove gli animi e si fa tradurre in atti dal sapore di eterno. La bellezza di questo libro è un atto di grazia a movimenti perduti, gesti ultimi, uomini e donne già andati o che hanno l’età in cui la dimestichezza col limite di vita diventa compagnia quotidiana. Solo l’uomo può raccontare di uomini, solo quell’uomo – come l’autore – che ha dentro il dolore e sa vivere nella speranza.
Nella scia della monetina che continua la corsa, le persone sono sedute sulle seggiole e ci parlano davanti con il fiato vero, le parole e i verbi che conoscono. Oppure camminano all’aria aperta, sono appena svegli dopo un bivacco, ma sono tutti testimoni di un lavoro di verità giornalistica. Ecco che ancora una volta la definizione sfugge.
C’è l’appassionato conto dei fatti contraddittori dell’Etna: area protetta da 26 anni e la mancanza ancora di un organismo interno di vigilanza e controllo, con l’ormai vergognosa situazione di fruizione e sicurezza sanitaria che conosciamo; e sulla fruizione, il divieto di accesso alle quote sommitali rinnovato ancora, oggi che ufficialmente proprio le zone sommitali dell’Etna diventano patrimonio dell’umanità. Di quale parte di umanità? mi chiedo. E’ come proibire l’accesso in spiaggia durante la mareggiata, per dirla alla catanese. Negare la libera fruizione di spazi naturali è negare la possibilità di essere uomini fino in fondo, credo. Scollati da madre terra. Considerate la realtà adesso: le frotte di turisti stranieri attratti dalla targa Etna Sito Unesco risalgono i fianchi del vulcano e dopo aver contemplato le piantagioni sparse di rifiuti, arrivano in cima e trovano il divieto di accesso al primo spettacolo del mondo! Viene da ridere se fosse un fumetto.
La moneta continua a correre e Riggio mette alla sbarra gli stessi giornalisti, che vedono l’Etna come fonte di pericolo da cui stare preferibilmente alla larga. La scia aumenta di spessore e arriva alla passione, fino al capitolo dei sensi sull’Etna, e alla poesia del canto finale, quell’Io Vorrei testamentario che svuota l’anima, già ascoltato dal vivo alcuni anni fa per qualcosa fatta insieme. Ecco che ancora una volta, l’etichetta non si appiccica a questo testo, che andrebbe spiegato ai nostri ragazzi. Un libro da studiare, non da leggere soltanto. I ragazzini di Facebook e You Tube conoscono esattamente il numero di eventi parossistici, le direzioni di flusso delle colate e il tempo di eruzione di ogni evento, ma non sanno riconoscere il suono che fa la colata che avanza. Se potessero andarci, scoprirebbero con sorpresa che è uguale a quello dell’incedere dell’uomo sulle pietre o della risacca del mare. Scoprirebbero con meraviglia il senso di unità. Se studiassero questo libro capirebbero il senso della fatica nel lavoro della terra e il rispetto per certi luoghi, il rapporto stretto che c’era con l’ambiente naturale, docente di tempi e modi di vita.
La monetina gira. Il centro è vicino, ma non credo sia raggiunto, per fortuna mia di poter godere ancora delle future parole di Giuseppe.
L’Etna che io vedo è uguale a quella che lui vorrebbe, il luogo in cui, come un pezzo di natura in movimento, mi rifugio a coltivare quell’energia che mi permette di continuare. Se solo riuscissimo a restituire bellezza e dignità a questa nostra madre terra con la forza delle parole.
(dalla presentazione organizzata da Etnaviva e condotta dal giornalista Nino Amante, avvenuta sabato 18 maggio a Trecastagni)
Nonostante tutto
Volevo scrivere quattro parole al neopresidente del Parco dell’Etna – perché finalmente dopo anni di supplenza straordinaria, il Parco Naturale più importante della Sicilia (forse è il Parco Naturale più importante del mondo, visto che comprende il più grande vulcano attivo di questo continente, e visto che per questa ragione l’Etna è candidato a sito patrimonio dell’umanità) sta per tornare ad avere una sua testa di ruolo non straordinario. Volevo dirle di ascoltare i bambini di fronte alla sporcizia che imbratta i boschi etnei, quei ragazzini che si chinano e raccattano i rifiuti urbani di adulti incivili, e poi li raccolgono di domenica, quando dovrebbero divertirsi anziché fare gli spazzini. Questi ragazzini sono incazzati non tanto perché sudano di lavoro anziché di gioco, quanto perché è ora di finirla con la mancanza di attenzione delle istituzioni verso un bene comune come gli spazi naturali: boschi, radure, sentieri, sciàre. E’ uno schifo, dicono. Non solo e non tanto la munnizza, ma il fatto che ancora non si faccia niente sul serio per dimostrare il contrario, dico io. Il Parco dell’Etna ha già doppiato i suoi primi 26 anni di vita e non ha un solo guardaparco. Ci sono associazioni di volontariato ambientale, come Piuma Bianca – ma non solo -, che si sono offerte gratuitamente per servizi di vigilanza ambientale o di gestione sentieri e aree di fruizione. E’ da anni che all’offerta nessuno risponde. E’ questa la vergogna che non sappiamo spiegare per logica ai nostri ragazzi, sì, proprio quelli che si sporcano le mani di domenica. Al neo presidente, avrei detto di dare un segnale di speranza civica, perché se non sappiamo spiegare ai nostri figli le cose che non vanno, queste hanno un solo nome: nefandezze.
Poi, avrei scritto che non è solo una questione di legge civile, tutelare la salute pubblica. Avrei usato qualcosa come: il presidente di un parco naturale deve tutelare questi luoghi che sono siti dello spirito, orizzonti e scrigni fondamentali per continuare a essere uomini, nonostante tutto. E qui si innestano due fatti di questi giorni, che dimostrano due cose intrecciate: uno, la natura è fonte d’ispirazione perché ritroviamo noi stessi; due, i luoghi naturali devono, per la ragione di prima, rimanere fruibili.
Mi spiego, in ordine. Il musicista Roy Paci pubblica una foto su Facebook con un lungo e preciso post. La foto ritrae Isola delle Correnti e il testo denuncia l’opposizione tenace, dura fino a “buttarmi sotto la prima ruspa”, al progetto di costruzione di uno stabilimento balneare sulla spiaggia luogo SIC (Sito d’Interesse Comunitario – leggi calpestate dal Comune stesso, lavori già avviati nottetempo dai proprietari, manifestazione di protesta guidata dall’associazione omonima fissata sul luogo per sabato prossimo). Roy Paci dice con candore che annullare la bellezza naturale di quel luogo significa annullare la sua anima, perché è lì che lui ha composto le sue opere, lì l’uomo si ritrova col proprio spirito. Il senso di appartenenza alla natura espresso in maniera artistica è esatto per far capire che questi luoghi non sono solo importanti per la legge dell’uomo, ma fondamentali per l’uomo stesso. E dunque devono essere rispettati nella loro originalità, che significa lasciarli liberamente fruibili. Come dovrebbe essere la zona dei crateri sommitali dell’Etna.
C’è stata un’ordinanza prefettizia di divieto, che si è spinta avanti quasi per abitudine con nuovi limiti di tempo, a vergognosi salti che si sono rinnovati fino a venerdì scorso. Da questa data, cambia solo la modalità di accesso in condizioni di silenzio – ora con le guide vulcanologiche -, ma resta il divieto di osservare da distanze emozionanti il vulcano nel suo essere, quando ci sarebbe davvero di viverlo. Vietato per false ragioni di sicurezza. Vietato per vietarsi la responsabilità di esserci sul territorio in modo più civile: come fare informazione completa e costante ai fruitori, come fare uso di uomini e mezzi stabili per controllo. Nessuno vieta di andare in spiaggia quando c’è la mareggiata o di sciare in montagna quando c’è pericolo di valanghe. Nessuno se lo sogna di mettere cartelli e fare ordinanze del genere. Vietare un luogo di natura non solo è un abuso materiale. E’ proibire di tentare di essere uomini fino in fondo. Questo è stato già fatto, anche con l’avallo del Parco dell’Etna. E qui sarei curioso di capire il motivo per il quale è stato deciso di escludere il parere del vulcanologo del Parco.
A questo punto, ho tirato un lungo respiro e mi sono fermato.
Ho appena deciso che questa lettera è aperta a tutti. Perché se ci sono ancora uomini che comandano e credono nell’uso improprio delle leggi o nel proprio uso, che è ancora peggio, ci sono altri che combattono ancora e nonostante tutto per fare dei nostri figli degli uomini che sappiano riconoscersi. Nonostante tutto.
PS. A luglio è molto probabile che la zona A dell’Etna (quella sommitale, quella di massima protezione) sarà riconosciuta dall’Unesco sito naturale patrimonio dell’umanità. Lo scenario sarà questo: verranno turisti a frotte che, dopo aver contemplato piantagioni di rifiuti sui versanti del vulcano, giungeranno alle quote dei crateri (quelle sommitali, quelle di massima protezione) e si troveranno col divieto d’accesso al primo spettacolo del mondo.
VITE DA PRIGIONIERI
C’è un servizio questo mese su National Geographic sui nomadi kirghizi, che mi ha fatto pensare ancora una volta a cosa significhi progresso. Loro, questo scampolo di umanità isolata che vive tra mille difficoltà a quote superiori ai quattromila metri e con 340 giorni all’anno con temperature al di sotto dello zero, si definiscono “umani non addomesticati”.
Non sanno leggere né scrivere, la moneta corrente è la pecora e una donna in sposa vale cento pecore. Meno della metà dei bambini raggiunge il quinto anno di età, la mortalità è forse la più alta del mondo.
C’è ancora altro, ma tanto basta per scatenare già smorfie di disgusto tra noi menti occidentali evolute, in corsa costante per lo straordinario progresso che ci porta cultura, benessere, salute e età doppia rispetto a quei poveri bifolchi di periferia.
Noi, oltre alla scienza e alla tecnologia, abbiamo l’arte che ci permette di poter innalzare lo spirito. Loro non conoscono alcuna forma d’arte e pare non ne siano interessati. Noi abbiamo il tempo per affinare il senso dell’umorismo e farne addirittura una professione. Loro non si prendono in giro, ridono assai poco.
Noi festeggiamo eventi, ricorrenze, fatti, conquiste. Non festeggiano nemmeno il matrimonio.
Però non ci sono casi di suicidio, non ci sono morti per overdose di eroina, non ci sono minorenni alcolizzati, nessuna strage di ragazzi a scuola, nessuna rapina in casa, no violenza sulle donne, no omicidi, licenziamenti per crisi economica, obesità infantile, diabete, colesterolo, sovrappopolazione, consumismo, produzione e smaltimento rifiuti, raccolta differenziata, inquinamento dell’aria e dell’acqua, auto elettriche, risparmio energetico eccetera eccetera.
La notizia adesso è che il governo di Kabul valuta se fare la strada che dovrebbe portare alla valle dei bifolchi di periferia. Il khan è montato a cavallo, si farà tre giorni dall’alba al tramonto in sella per incontrare gli ingegneri governativi. Lui ci spera. Ma il vecchio della tribù, Er Ali Bai di 57 anni, no. Spera al contrario.
“Arriverebbero medici e insegnanti, ma verrebbero anche i turisti, i commercianti e gli eserciti. Il mondo esterno farebbe irruzione nelle nostre valli. E allora i nostri giovani sarebbero sempre più tentati dall’idea di lasciare questa terra per una vita meno dura. Alcuni credono addirittura che se potessero guidare una macchina, sarebbero felici. E pensare che la nostra terra è bellissima. Qui viviamo nell’amore con le nostre famiglie. Questo è il posto più pacifico del mondo”.
Ma questo è solo il pensiero di minoranza. Il capo punta alla strada, alla felicità creduta.
Siamo enormemente distanti, noi da questi bifolchi kirghizi. Noi non abbiamo nulla da temere, abbiamo la cultura, abbiamo la scelta. Noi siamo un popolo di gente felice, talmente felice che non vogliamo vivere diversamente.
IO SONO QUI
Tra poco, la nostra casa Terra invecchierà di un altro minuscolo anno sui già passati miliardi. E noi ci siamo! Festeggiamo qui e adesso un altro Capodanno, con tutta la vita che abbiamo intorno.
DI DOMENICA
domenica 9 dicembre 2012
Mi sveglia un vento di premura. Quella fretta che mi pizzica di lato e non mi fa trovare pace voltandomi dall’altra parte. Guardo l’orologio, sono le 7.27. In casa, tutti dormono ancora. Ma io non posso continuare. Così assecondo quel vento, che mi spinge fuori dal letto, mi fa aprire la finestra del bagno per la mia doccia d’abitudine, e che alla fine si spalanca con un sorriso bianco allargato su tutto. Nevica. La neve di notte è deposta, e quella di adesso ci gioca di sopra.
In mezz’ora, faccio la doccia, colazione, mi vesto, carico gli sci in macchina, e poi rientro in casa. Chiedo scusa, chiedo permesso ma le sveglio lo stesso, mia moglie e mia figlia, aprendo la finestra di fronte al letto sul cielo che scende per terra in milioni di pezzi bianchi. In assoluto silenzio, come per essere ascoltato, dopo che gli occhi ne siano pieni.
E mi ritrovo in macchina sotto la tormenta, sulle strade senza auto. Naturalmente punto il muso del cofano verso la montagna. Voglio andare a portar da mangiare a quel mio amico abbandonato sotto Piano Bottara. Se oggi non lo faccio io, oggi non lui mangia, perché non sarà facile raggiungere il posto, con la neve che c’è. Gli porto prelibatezze croccanti e soprattutto grasso di prosciutto e bucce di parmigiano. Spero di passare il bivio di San Leo prima del solito posto di blocco della polizia. Quando nevica di domenica, la montagna rimane incantata da sola. Oppure bisogna essere più svelti di loro, arrivare prima, sentire il vento di premura che ci tira le coperte.
E poi, voglio provare a sciare nella tormenta. Il vento è forte, credo superiore ai venti nodi. La temperatura che leggo davanti al volante è di tre gradi sotto lo zero. Mi faccio un po’ i conti e arrivo a ipotizzare qualcosa vicino ai meno dieci di temperatura percepita. Non incrocio nessuno. La strada di Piano Ellera è intatta, la mia fuoristrada avanza nel bianco spesso più di un palmo. La mia mente mi gioca uno scherzo antipatico. Mi dice di chiamare mia madre, per sapere se va tutto bene, che poi passo da lei e le porto un po’ di spesa, che con questa neve non può prendere la macchina e uscire, che non può… Va tutto bene, mi correggo con forza. Va tutto bene. E lei sta benissimo dove si trova. E da dove non può più tornare. La neve che amo e che a volte odio. Questa roba dentro, ai limiti della vita, che vuole mangiare i bordi di quel che rimane. E’ vita ancora, ma quale prezzo!
Poi la strada mi impegna, una salita piena senza a né ba, dove se si sbaglia su questa neve, non si va oltre. Spingo il piede destro fino al limite del controllo, raggiungendo la velocità che stimo sicura per arrivare in cima e fare la curva. Ed è così. In montagna, ogni piccolo valico è uno scenario nuovo, piccoli sforzi per grandi cambiamenti. La neve è alta oltre la caviglia e a fari accesi procedo nel corridoio di alberi piegati dall’impronta del re Bianco arrivato all’improvviso.
Il mio amico mi ha già sentito. Lo vedo, è di taglia grande, si srotola e sbuca fuori dalla neve, come un animale delle favole. Si scrolla e muove la coda, mi fa festa. Fermo la macchina e scendo. E senza preamboli gli do quello che aspetta. Lo divora con la coda ferma, a fame piena. Mi sento meglio, mi sento importante, come per un dono che abbia appena fatto. Penso allo scrittore Erri De Luca, a quel film comprato e visto ieri sera davanti al camino con mia moglie, “Il turno di notte lo fanno le stelle”, scritto da lui. Parla del dono di midollo, e del dono di cose anche. Il mio dono credo possa essere anche questo, il mio compito l’ho appena fatto. Lo stesso, ripenso, di quello che avevo tacitamente contratto con te, mamma. Il mio senso di accudimento di anime vecchie o abbandonate, che la natura accoglie sempre, ma isola a volte. Quasi come se fosse gelosa. O golosa dei suoi frutti. E il mio senso di appartenenza alla stessa natura, uguale al mio cuore.
A un tratto, il mio amico si ferma. Avvicina il suo muso, a due dita dal mio naso. Ci guardiamo negli occhi. Ora è questo che vuole, lo so. Occhi negli occhi, altrimenti non continuo, uomo! Gli tormento il pelo dietro le orecchie e lui cambia espressione. E’ un posto riparato, e la neve è calma, scende giù senza forza. La neve adesso è nei suoi occhi, gialli, quasi da lupo. E’ solo un attimo, ma non ci sono confini tra di noi, l’uomo, l’animale, la neve. Lo sento e dunque è vero. Armonia e appartenenza sono qui, adesso.
Poi smette tutto, lui si allontana e riprende a mangiare mentre io lo guardo da vicino. Non mi ringhia, anzi agita lentamente la coda. E’ un regalo che fa solo a me. Non lo ripete al padrone del frutteto, che comunque ha le stesse premure mie. E’ per questo che dico che lui è il mio amico.
Col manico della pala, rompo il ghiaccio nel secchio dell’acqua. Lo saluto. Vado via. Lui lo sa, si scrolla la neve di dosso, mette la coda alta e mi accompagna per pochi metri, alzando infine il muso, come a lasciare al vento la sua nuova attesa già cominciata.
Adesso vado a sciare. Cerco il bosco più riparato dove iniziare, per inoltrarmi sulla neve senza tracce, nella convinzione che il cielo stia scendendo oggi sulla terra in onore a quel Re appena arrivato. Come tutte le cose che vengono da lontano, la neve ha il fascino del mistero che subisco senza freni.
E così immagino che stamattina mi abbia svegliato l’esercito di re Bianco, venuto da nord in massa e in anticipo per chi non crede che le favole possono avverarsi anche ai tempi della crisi e del riscaldamento globale, del tutto detto e del tutto saputo. Immagino di sciare con un cappello rosso a punta, di avere la barba bianca, e di andare a trovare, in compagnia dei soldati, il mio re. E di sentirmi benone, come a casa.
CARA VECCHIA AUTO
La notizia è che l’auto elettrica non si vende. In Italia, occupa una percentuale buffa: 0,07. Come l’agente di Sua Maestà, che c’è ma non si vede in giro.
Proprio adesso che i prezzi di gasolio e benzina invece decollano, il boom dell’elettrico che gli analisti aspettavano invece non c’è stato. Dice che è stato sbagliato il messaggio lanciato, che bisognava far capire che l’acquisto delle auto a batteria non solo salva l’ambiente, ma permette di risparmiare sulle spese di gestione. Ma sarà vero in entrambi i casi?
Qualche tempo fa, la nota trasmissione inglese della BBC, Top Gear, ha condotto un’indagine sul costo che l’ambiente paga per la costruzione di una Toyota Prius, con motore elettrico. E poi l’ha messo a paragone non con un’altra berlina di media categoria alimentata con un motore a scoppio, ma addirittura con un Suv di grosse dimensioni, come la Land Rover Discovery. Risultato: l’ambiente ringrazia la marca inglese. I diffidenti hanno pensato subito a un’indagine patriottica, ma non si è trattato di Tele Formaggio.
Il primo punto, che viene omesso da tutti i costruttori, è il reperimento di nichel. Il mercato mondiale si approvvigiona soprattutto nelle miniere canadesi, che poi trasportano il prodotto grezzo presso fornitori asiatici per la lavorazione, che poi a loro volta inviano le batterie pronte agli stabilimenti automobilistici europei e giapponesi. Questo giro dei continenti costa un botto in termini di petrolio usato dai mezzi di trasporto coinvolti.
Il secondo punto nascosto è quello dei costi di gestione. Nessun costruttore dice quanto durano le batterie in dotazione, ma gli specialisti non si sbilanciano oltre i 5-7 anni di vita. “Sostituire le batterie della propria auto elettrica comporta una spesa che va dai 1000 ai 2500 euro, a seconda del modello”, dice Roberto Bruciamonti caporedattore del mensile specialistico “Auto e Fuoristrada”.
Il terzo punto coperto è lo smaltimento di quelle usate. Dove e come farlo, ancora non si sa con esattezza. Quanto costa quest’operazione alla comunità, ancora non si sa esattamente. “Ma sarà tanto”, sostiene ancora Bruciamonti.
Il quarto punto cancellato è una frase detta da Ferdinand Porsche quarantacinque anni fa al Salone dell’auto di Parigi, quando Ford e GM sostennero per primi il business legato al cambio veloce dell’auto nuova, ogni 4 anni. “Noi europei non ce lo possiamo permettere, i danni ambientali sarebbero insostenibili”, scandì il papà della mitica 911.
A conti fatti, ha ragione un mio amico anziano, che con la sua vecchia fuoristrada euro zero si gode la semplicità d’uso, buttando al vento un paio di centinaia di grammi di anidride carbonica ogni chilometro percorso. Preferisce curare la sua vecchia amica quattro per quattro, piuttosto che demolirla (con spesa energetica) e acquistarne una nuova (con altre spese energetiche), per qualche decina di grammi di CO2 in meno al chilometro.
QUELLA MOLTITUDINE NASCOSTA
C’è una storia di ambiente che può spiegare quello che è successo in questi giorni, sulla scelta di più della metà degli aventi diritto al voto siciliano.
Vi racconto la storia di una persona, che conosco bene e che si è applicata per più di vent’anni in questo settore nel contesto catanese. Questa persona però desidera non apparire in questa storia. E allora, per trattare in egual misura persone, luoghi e fatti, vado per similitudini facili. Così se dico che l’ambiente in questione è il vulcano più grande d’Europa, si capisce qual è; se scrivo dell’area naturalistica protetta di questo vulcano, si capisce qual è; se dico che il giornale per il quale questa persona scriveva è il più grande e diffuso quotidiano di questa città, si capisce qual è.
Lei ha scritto articoli e interviste, condotto speciali sul non fatto da parte delle istituzioni deputate; sui soldi pubblici spesi per ristrutturare manufatti identificati come punti-base per l’escursionismo, e poi lasciarli a se stessi, incustoditi, preda dei vandali. Ha messo in evidenza la mancanza di vigilanza e controllo, iniziata col blocco e l’annullamento del concorso specifico. Ha puntato il dito sulla fruizione mai veramente partita: pochi e mai più ripresi sentieri segnati, nessun punto-base attivato. E’ arrivata alla provocazione della chiusura della baracca-Parco e convertirla a Riserva, senza guardaparco e con meno sperpero di denaro di tutti.
Si è tirata dietro le invettive di alcuni funzionari e il blocco progressivo del caporedattore, che ha alzato l’asticella di collaborazione. Non le ha mai concesso di intervistare sull’argomento l’assessore regionale all’ambiente – e non l’ha mai fatto nessun giornalista interno; ha trasformato un servizio speciale in una mega-lettera di una pagina intera con foto, nella rubrica dei lettori che scrivono al giornale, dissociandosi di fatto sulla questione, che stava diventando politica. E la politica, di fatto, non s’è mai sentita chiamata all’appello. La faccia dei vari assessori è stata la stessa maschera impermeabile usata e passata di mano come un testimone silenzioso e sorridente.
Ha perso. E’ servito a poco, fare questa battaglia per il proprio ambiente. Allora, lei ha pensato di diversificare l’azione, partendo con iniziative di educazione ambientale e di volontariato, coinvolgendo scuole, associazioni, attori e registi per spot di pubblicità-progresso. Ha visto che in Sicilia la legge non consente il volontariato singolo – chissà perché – e dunque ha fondato con diversi amici, che sentono la stessa sofferenza di vivere in un ambiente naturale così magnifico e così degradato, un’associazione che specifica nello statuto la volontà di vigilanza volontaria. Innumerevoli attività con bambini di avvicinamento alla natura, liberazione di animali selvatici, giochi educativi, avviamento agli sport naturali, escursioni guidate, incontri ed eventi in tema sul senso di appartenenza alla natura, e la dichiarata, ripetuta, pubblicata disponibilità a collaborare con gli enti locali e le istituzioni per un maggiore controllo del territorio, ormai arrivato al collasso. Centinaia di discariche pericolose, abusi in fuoristrada, caccia in montagna.
Ha perso daccapo. Nessuno chiama. Nessun Comune ha bisogno di volontari non allineati a correnti politiche. Nessun Ente ha risposto a quest’associazione apartitica e apolitica, in cui nello statuto è scritto che il consiglio direttivo è vietato a coloro che ricoprono cariche politiche pubbliche.
Ecco perché lei adesso si è ritirata e non desidera il suo nome e cognome su queste righe. E’ altrove, nascosta, in attesa forse. In elaborazione di altro, forse. Ma stranamente non è sola. Assieme a lei c’è una moltitudine inaspettata di persone in attesa. In elaborazione, forse…
LE VERITA’ NASCOSTE
Ho capito bene una cosa. Tutto si può dire, meno che la verità. Ci disturba, perché la verità è come l’acqua: se si aprono le chiuse, inonda tutti e a nessuno piace rimanere bagnato o, peggio, rischiare l’annegamento.
Quanto sta succedendo in questo periodo a proposito dell’Etna candidata a sito Unesco, ha a che fare con le verità nascoste. A cominciare dalle assenze ingiustificate di sindaci, presidenti di provincia, assessori all’ambiente, fino alla ciurma dei candidati all’Assemblea Regionale Siciliana, che si rinnova con le elezioni del 28 ottobre prossimo. Alla presentazione della missione di valutazione sul campo dei tecnici dell’IUCN e del Ministero dell’Ambiente, alla sede del Parco dell’Etna – ente e uomini soprattutto che hanno voluto questo progetto – c’era uno solo di loro: il sindaco di Nicolosi con l’assessore al fianco. Il resto, silenzio. Il consiglio del Parco conta 20 Comuni, e ce n’era uno solo. Il presidente della Provincia di Catania – territorio in cui domina l’Etna a qualsiasi titolo – è anche presidente dell’unione province d’Italia. Non c’era forse perché di opposto partito politico rispetto ai vertici del Parco, promotore e padrone di casa? Berlusconi contro Lombardo?
La cinque-giorni di verifiche sul campo e sopralluoghi tecnici è stato un rally. Itinerari di spostamento precisi per evitare le centinaia di pustole infettive sparse sulla pelle di questa montagna: le contagiose microdiscariche abusive sui suoi fianchi. E quando, in preda alla comprensibile passione, s’è voluto tentare di far scendere la comitiva dalle quote sommitali alla pista altomontana forestale, immancabilmente s’è trovata copiosa munnizza abbandonata al Rifugio di Monte Scavo. E dentro, sulle pareti bianche, i soliti graffiti raffiguranti enormi parti intime maschili, in perfetto stile liceale.
Ma la Core-Zone, cioè la zona candidata alla World Heritage List dell’Unesco, è solo la Zona A di riserva integrale del Parco dell’Etna, si può obiettare. E lì, a tremila metri, lotte politiche, scaricatori di munnizza e artisti del fallo non ce ne sono, si potrebbe dire.
C’è dell’altro, però. C’è un divieto di accesso a firma del Prefetto di Catania, che con proroghe infinite va avanti da troppo tempo. I motivi spiegati sono legati all’attività vulcanica non totalmente prevedibile – come se l’Etna fosse un parco divertimenti, come se sulle Dolomiti già sito Unesco ci fossero divieti di accesso per pericolo valanghe, come se nelle spiagge delle Eolie (anch’esse sito Unesco) ci fossero divieti di accesso per pericolo tsunami…
E allora io immagino positivo. Immagino un giorno d’estate 2013, quando l’Etna sarà entrata nella WHL dell’Unesco e gli amanti della natura di tutto il mondo leggeranno la notizia: il vulcano attivo più grande d’Europa, già Parco Naturale, il laboratorio geologico più monitorato al mondo, è ufficialmente patrimonio dell’umanità. Grandioso! Gli americani, i tedeschi prenderanno l’aereo e arriveranno a Catania. In salita verso l’Etna, vedranno le pustole colorate. Acquisteranno il costosissimo biglietto della funivia e quando saranno a 2900 m di quota, scenderanno dal fuoristrada, indosseranno gli zaini e… rimarranno fermi. Leggeranno due cartelli. Uno: Sito Patrimonio dell’Umanità. Due: Divieto di Accesso. Un’altra verità nascosta. Orpo! L’ho appena detta…
QUESTIONE DI CUORE
Guidavo e pensavo alle parole di Claudia Campese, mentre davanti a me si spalancava l’Etna, tagliata da lame di luce. Risalivo sul finire del giorno la 92, la strada che porta al Sapienza. A Rinazzi, andavo a trovare un mio amico col pelo rosso e gli occhi gialli da lupo, abbandonato un anno fa. L’abbiamo adottato, io e il padrone del frutteto. E lui ricambia con le cose che sa fare meglio: al contadino offre la guardia della terra e a me l’amicizia.
Claudia, che è il direttore di questo giornale, mi aveva suggerito di segnalare su questo blog i due prossimi appuntamenti di Piuma Bianca, l’associazione di cui sono presidente: “2° Etna Dog-Trekking” il 7 ottobre, “Quattro Volte Etna” il 13 ottobre. Ma non ero convinto di una cosa: come dirlo.
Proprio sul finire del giorno, con tutti gli obblighi ormai dietro l’ultima curva, la montagna aperta davanti e l’appuntamento col mio amico mi hanno portato la risposta. La passione.
E allora vi dico che sabato 6 ottobre alle 9.00 al Rifugio Ariel, Etna Sud, avverrà qualcosa di particolare. Il Rifugio che come mascotte ha Zoe, un cane femmina di razza Alaskan Malamute, ospita un gruppo di appassionati che vengono giù da tutta Italia per il gusto di camminare con i loro Malamute sui sentieri dell’Etna (la manifestazione è stata voluta e organizzata da Fabrizio Calì, vicepresidente del SERAM – Sezione di Razza Alaskan Malamute – del Club Italiano Razze Nordiche, con la collaborazione del Parco dell’Etna, del Corpo Forestale e del Parco Etnavventura). Piuma Bianca – che coglie simbolo e nome proprio dalla coda di questi cani da slitta molto vicini al lupo – partecipa nella scelta dei percorsi e nella guida, e in più in una cosa strana. Vogliamo provare a far conoscere le zone più remote dell’Etna, attraversando boschi e campi di lava, a una persona diversamente abile. Andrea Marchese è in carrozzella dopo un volo in curva sulla moto, ma non è tipo che si arrende. Ha volato in deltaplano, ha sciato da fondo e compiuto altre prove di passione alla vita. Due inverni fa, sulla neve di Piano Vetore gli abbiamo fatto sentire l’emozione di trovarsi su una slitta tirata dai Malamute. Saranno questi cani che sabato mattina imbracheremo al suo carrello con lui sopra, e proveremo a vivere una passione: quella di diffondere ancora una volta il senso di appartenenza alla natura a tutti, senza distinzione, così come fanno i cani, che sconoscono le barriere umane di disabilità.
Poi, domenica 7 (Rifugio Ariel ore 9.30) gli stessi cani cammineranno anche con i bambini in un percorso facile che passerà dal Parco Etnavventura, e la giornata sarà aperta ai non soci, che potranno partecipare col loro cane al guinzaglio.
Stessa roba per “Quattro Volte Etna”, con la differenza che l’organizzazione stavolta è di Piuma Bianca, con la preziosa collaborazione dell’associazione Amici della Terra.
Stessa roba perché tutto ha avuto inizio la sera del cinquantesimo compleanno del mio amico Saro Messina. Una festa surreale su un prato di settembre addobbato con orsi polari e renne a grandezza naturale! C’erano fiocchi di neve grandi un metro appesi ai rami degli alberi. C’erano le luci di Natale che correvano sul bordo della casa, e c’erano tutti gli invitati vestiti di bianco, come la neve, che Saro ama con tutta la passione che ha dentro (c’era anche qualcuno, alto, che ama il freddo e la montagna quanto la scrittura, che è arrivato con la tuta di sci di fondo e un paio di Fischer in mano…). E c’era uno schermo sul quale a un certo punto è stato proiettato un documento di sci-alpinismo, forte e adrenalinico, ma anche con sfumature di struggente bellezza, che solo chi vive con passione riesce a trasmettere.
Lì mi si è accesa dentro la fiamma.
La mattina del giorno dopo telefonai a quattro persone, che per ruolo e professionalità sono punti di riferimento ognuno nel proprio settore. Spiegai loro cosa avevo in mente: voglio ascoltarvi e farvi ascoltare: ognuno di voi racconti con quello che vuole – parole, musica, immagini – una stagione sull’Etna. Giuseppe Riggio, Giovanni Tomarchio, Salvo Caffo, Giuseppe Lazzaro Danzuso mi hanno detto di sì, con piacere. Quattro volte Etna è il titolo che mi è sembrato perfetto, guardando dentro a un’altra mia passione: Alessandro Baricco, Tre volte all’alba.
Quattro Volte Etna ospiterà anche la presentazione di un esperimento di fotografia, scrittura e musica: “Io sono qui”, film corto al quale hanno partecipato Gian Maria Musarra, il sottoscritto, Giuseppe Lazzaro Danzuso e Giuseppe Palmeri.
Infine, ho voluto chiamare all’appello Aldo Leontini, uno di quelli che nella vita fa tutt’altro, ma che non ha dimenticato la passione, appunto. Ascolteremo “Alberi nel vento”, la sua recente canzone d’autore.
Nel mezzo, non potrà mancare “Firme sul vulcano”, il film di sci-alpinismo di Saro Messina. Quattro Volte Etna, sabato 13 ottobre alle ore 17.30 presso l’Etnamuseum di Viagrande, Via Dietro Serra 6, ingresso libero.
Ah, dimenticavo… i bambini. Ernesto Pulvirenti, il nostro segretario, ha avuto l’idea di coinvolgerli nella conoscenza di questa terra pensando a una visita guidata all’interno dell’Etnamuseum. Ettore Barbagallo, presidente dell’associazione Amici della Terra che gestisce il museo, ha accolto appassionatamente: ci saranno degli esperti che per tutta la durata degli incontri in sala, guideranno i nostri figli lungo i percorsi didattici.
Proprio adesso, mentre scrivo, mi viene in mente quanto siamo simili, uomini e cani. Quanto poco possiamo fare da soli. Basta correre insieme, mossi dalla stessa passione e con lo stesso obiettivo, perché la vita cambi sapore.
IL GW DI FERRAGOSTO
Mi viene giusto adesso che è Ferragosto, all’ennesimo anticiclone africano di quest’estate senza sconti, di ragionare un po’ sul clima: è vero il GW – Global Warming, detto inter nos Riscaldamento Globale?
La prima regola che ho imparato studiando geologia all’università è stata quella della ripetitività. Mi spiego meglio: se un evento in un dato luogo si è verificato in passato, è molto probabile che si ripeta in futuro (questa regola, poi, me la sono portata dappresso verificandola anche con le persone: se siamo stati capaci di una determinata azione, siamo propensi a ripeterla).
Vale per le inondazioni, per i terremoti, per le eruzioni vulcaniche e vale anche, in grande scala, per i periodi glaciali. Perché siamo – ci piaccia o no – in un periodo di mezzo tra due glaciali, che si chiama interglaciale. Ossia, un periodo di relativo caldo globale. Sappiamo che all’incirca 12 mila anni fa iniziò il riscaldamento mettendo fine all’ultimo periodo glaciale. Però le cose in natura non seguono linee dritte e ci possono essere dei falsi ritorni, con bassi e alti di temperature che hanno portato a freddi interstadiali e a caldi interstadiali (parentesi all’interno di un periodo, cioé).
L’ultimo picco di caldo prolungato – non una o due stagioni, ma alcune centinaia di anni – si è registrato circa 6000 anni fa, in cui la temperatura media dell’atmosfera terrestre era di 1,5 gradi più di adesso. Che a pelle significa tanto. Poi le temperature tendenzialmente hanno puntato al raffreddamento (ci sono stati lo stesso degli alti termici, come la famosa Greenland – la Groenlandia senza ghiacci – colonizzata da Erik il Rosso…), e tuttora la freccia punta alla fine di questo interglaciale per iniziare ancora una volta un altro periodo glaciale, tra poche migliaia di anni. La geologia ha gambe molto più lunghe dei piccoli salti da pulce dell’uomo: per esempio, il livello di CO2 era più elevato dei 390 ppm di adesso solo 1 milione di anni fa; e arrivava fino a 1000 ppm circa 35 milioni di anni fa: un passato che equivale a meno di un decimo della storia del pianeta, dove le automobili e le centrali termiche certamente non c’erano! Ecco perché penso ai nostri salti da pulci…
Il sottotitolo che leggiamo adesso nello schermo mondiale è un allarme rosso: il pianeta si sta riscaldando per colpa dell’uomo. E qui voglio dividere la frase in due parti. Si sta riscaldando: ma riferito a quale passato? Per colpa dell’uomo: nessuno sa quantificare però il peso delle attività umane in relazione alle cause naturali che a cicli sono capaci di far variare indiscutibilmente la temperatura della Terra: variazione dell’eccentricità e inclinazione dell’orbita, precessione, attività solare, attività dei vulcani terrestri.
La seconda regola che ho imparato studiando geologia è quella del cambiamento. Niente rimane immutato e tutto si trasforma continuamente, per nuovi equilibri dinamici – e anche questa l’ho messa alla prova nella vita di relazione. In altre parole, quello di adesso non è l’eden da dover fermare – ammesso che ne fossimo capaci -, ma solo un passaggio di un quadro molto più ampio, che cambierà continuamente come è stato già nel passato di centinaia e centinaia di milioni di anni, anzi di qualche miliardo di anni. Che è la storia della Terra, appunto.
Oggi la comunità scientifica si divide in una maggioranza pro tesi GW, forte dello scudo dell’IPCC (gruppo intergovernativo di esperti, che ha pure vinto il Nobel nel 2007 assieme ad Al Gore) e in una minoranza in rapporto 1/3 contro la tesi GW. Questi ultimi sono un po’ come dei dissidenti, gente che non ama il gregge, a cui piace mettere il naso e dire la propria opinione, che è di tutto rispetto, però. Perché si chiamano Kary Mullis (Nobel per la chimica nel ’93, lo scopritore della PCR che ha rivoluzionato il mondo della genetica, svelando la replicabilità del DNA, appassionato surfista…), Nordhaus (di Yale, che assieme ad altre 16 teste d’oro ha firmato un appello pubblicato qualche mese fa sul Wall Street Journal, spiegando il perché il pianeta non si sta riscaldando, quest’estate citato anche dal periodico italiano “Epidemiologia & Prevenzione”), ex membri dell’IPCC come il meteorologo Smith, Lloyd e il noto fisico dell’atmosfera Singer, e infine il matematico Dyson e il nostro, cattolicissimo, Antonino Zichichi.
Anche il più grande divulgatore scientifico mondiale, National Geographic, prende le distanze dalla maggioranza e pubblica speciali supportati da fior di scienziati, in cui non si nasconde la riduzione della Corrente del Golfo dovuta a un maggiore afflusso di acqua dolce nell’Atlantico settentrionale (lo scioglimento dei ghiacci continentali groenlandesi immette acqua dolce fredda nel sistema, che frena e potrebbe bloccare il nastro trasportatore oceanico, con accelerazione del raffreddamento climatico).
Più trasversali di così, nemmeno il futuro centrosinistra italiano potrebbe!
Non sono bocche che parlano in coro coordinato, ma la questione che sostengono in sintesi è la seguente: l’IPCC, che è stato creato dall’ONU, è politicizzato e al suo interno ci sono figure in conflitto d’interesse, con azioni in società di energie alternative più o meno agevolate dai governi che per le proprie leggi fanno riferimento ai rapporti dell’IPCC; i modelli matematici adottati per lo studio non sono attendibili – qui si scatena Patrick J. Michaels, climatologo stimato dell’Università della Virginia nel suo libro “Shattered Consensus” in cui, tra l’altro, mostra come le disparità tra i cambiamenti osservati e le simulazioni di modelli al computer possono essere diversi al 100%; infine, una domanda chiave: nonostante un incremento globale costante della CO2 dal 1940 al 1976, perché la temperatura media è scesa?
Sentite cosa scrive Mullis nel suo saggio Ballando nudi nel campo della mente: “Ci stiamo avviando verso una nuova glaciazione, che sulla Terra è una condizione climatica molto più frequente rispetto al relativo tepore che ci godiamo ora. (…). I fan del riscaldamento globale – quelli che realizzano i programmi per le simulazioni climatiche, o i cosiddetti modelli di circolazione generale, i fanatici del computer che a malapena mettono fuori il naso anche quando fa bel tempo – scrivono i programmi per i loro capi all’IPCC, prevedendo un riscaldamento imminente, la cui piena responsabilità deriverebbe dalle nostre emissioni. (…). Con un bilancio di oltre 1 miliardo di dollari quegli stronzi di burocrati internazionali dell’IPCC stanno creando un sacco di problemi, per i quali noi stiamo pagando allegramente. La cricca del controllo del clima – che comprende chiunque possa chiederci dei soldi per misurare una variabile climatica e affermare che sta variando in qualche modo, forma o intensità – sta spendendo più di quello che avevamo investito per combattere la minaccia, molto più realistica, che qualcuno facesse saltare in aria il mondo se le altre parti in causa non lo avessero minacciato di un’energica rappresaglia”. Una nota non da poco: il premio Nobel Kary Mullis è stato bandito dalla comunità scientifica europea per le sue posizioni al riguardo. E ditemi in quale riviste scientifiche o quotidiano o tv importanti europei si sia mai letta una sua intervista sulla questione.
Dimenticavo. C’è anche Bjorn Lomborg, famoso economista, che più di dieci anni fa debuttò col suo Ambientalista scettico, che oggi si domanda: “Perché il dibattito sul cambiamento climatico ha soffocato il dialogo razionale e ucciso il dissenso significativo?”
Una domanda viene anche a me: perché nessuna politica, laica o religiosa, fa azioni concrete per cambiare il modello di riferimento di questa civiltà del consumo, che sarebbe la base di partenza per una credibilità di potere con obiettivi seri di riduzione dei consumi in genere?
E una considerazione finale. Ci stiamo convincendo di essere semidei, padroni del destino del nostro pianeta. Noi, ultimi arrivati, animali intelligenti, ma di passaggio come tutti gli altri. C’è già stato un periodo buio in cui pensavamo di essere al centro dell’universo e che tutto, anche le stelle, erano lì per noi. La storia si sta ripetendo – la prima legge della geologia -, sia quella naturale che quella umana, ché siamo figli di questa natura e ci comportiamo uguale. In attesa del prossimo cambiamento – la seconda legge.
Buon Ferragosto a tutti.
