Elogio dell’incompiutezza

Pur senza le note malinconiche che hanno fatto dell’ultima di campionato – vedi Juve, vedi Milan – un mestissimo giorno degli addii, anche a Catania, pare, qualche addio potrebbe esserci. Lo ha fatto capire Montella («la mia società conosce fin dall’inizio la mia debolezza per la Roma»), anche se Pulvirenti da quest’orecchio non sembra volerci sentire («se chiama la Roma, io neanche rispondo»). Sulla questione del futuro di Montella ho già detto qualche mese fa quel che avevo da dire, e non ho in sostanza molto da aggiungere. Se non, magari, qualche nota a margine sulle ragioni per cui per Montella, secondo me, un’altra stagione a Catania sarebbe una scelta intelligente: una scelta che farebbe probabilmente crescere la nostra squadra, e soprattutto farebbe crescere lui.

Le ultime partite di campionato – le troppe sconfitte in casa, il rilassamento successivo al raggiungimento della salvezza matematica, lo smarrimento della bussola del gioco contro avversarie medie e piccole, la mancanza cronica di cattiveria sotto porta – confermano, secondo me, che anche Montella ha margini per migliorare. L’allenatore del Catania ha fatto bene, ma potrebbe fare ancora meglio. Lui stesso ha definito questa stagione rossazzurra «straordinaria, ma fino a un certo punto». Ed è vero. I nostri hanno centrato l’obiettivo di migliorarsi rispetto al passato, però non hanno sfondato la simbolica quota cinquanta promessa a inizio stagione. Hanno chiuso il campionato davanti al Palermo, scivolando tuttavia proprio all’ultima giornata nell’anonimo lato destro della classifica. Hanno sfruttato i calci piazzati come nessun altro ha saputo fare, ma di rado hanno mandato in rete i loro attaccanti. Hanno mostrato il giusto temperamento nelle gare più difficili, ma si sono spesso squagliati in quelle apparentemente più facili. Il nostro tecnico è stato bravissimo non solo a tirar fuori il meglio da giocatori da cui ci si attendeva molto (Almirón, Gomez, Lodi, Barrientos, quest’ultimo fino a un certo punto), ma anche a vincere scommesse in cui in pochi avrebbero creduto (Marchese). Ha fatto del Catania, finalmente, una squadra amabilmente sfrontata e capace di imporre il suo gioco sul campo delle grandi. Tuttavia, alcune cose non gli sono riuscite. Ad esempio, per risolvere almeno in parte il problema del portiere, ha dovuto cambiarne cinque, perdendo spesso punti su campi dove era possibile raccoglierli. E non è riuscito, neanche lui, a dare alla squadra quella continuità che potesse condurla verso traguardi europei, anche se questi sono apparsi a lungo a portata di mano. Non è riuscito a proiettarla, anzitutto mentalmente, molto oltre la dimensione della tranquilla sopravvivenza in serie A. Ci è andato vicino più degli altri, ma non c’è riuscito appieno.

Vogliamo allora dare a Montella la colpa di queste incompiutezze? Ma al contrario: io dico che ciascuna di esse costituisce una sfida per il suo futuro; una scommessa da affrontare e da vincere, un’occasione per crescere ulteriormente e dimostrare non più solo di essere un allenatore giovane e bravo, ma di essere diventato a tutti gli effetti un grande allenatore. Che possa poi presentarsi, alla guida di una grande squadra, con alle spalle un bagaglio più solido di quello costituito da una stagione straordinaria, ma fino a un certo punto. Se conservo ancora una speranza che Montella rimanga non è tanto, dunque, per quello che ha fatto, ma per quello che ancora non ha fatto. L’incompiutezza non è per forza un peccato: nel caso di Montella, è piuttosto un risvolto della sua giovane età. Non è un difetto, è una possibilità.

Mi piacerebbe che Montella, questa possibilità, scegliesse di coglierla. Ma prendo atto che, al momento, la cosa sembra difficile. Aspettiamo notizie ufficiali, che dovrebbero arrivare a breve. E, se poi dovessimo davvero salutarlo, ci accontenteremmo di applaudirlo, e di dirgli grazie.

Lessico rossazzurro: gli sfrontati

Ci sono parole, nel nostro dialetto, che sono quasi impossibili da spiegare. O chi le sente pronunciare sa già cosa significano, oppure con fatica, e solo in parte, si riuscirà a fargliele comprendere. Provate e prendere un amico, non dico di Bolzano, ma anche di una città siciliana che non sia Catania; e ditegli che qualche giorno fa, all’ufficio postale, vi siete imbattuti in un impiegato matelico. L’amico vorrà con ogni probabilità sapere il significato del termine matelico. E sfiderei chiunque a darne compiuta definizione, racchiudendo in una parola altrettanto semplice e pregnante le variegate sfumature semantiche del termine catanese.

Ieri sera Montella ha usato, per definire il calcio giocato dal Catania sul campo della Roma, la parola sfrontato. E tutti abbiamo capito perfettamente cosa voleva dire. Eppure, se proviamo ad aprire un dizionario alla ricerca di questo termine, la certezza di aver capito bene comincerà presto a vacillare. Il Devoto-Oli, per esempio, ci spiega “sfrontato” come “privo di ritegno, impudente, talora sino all’insolenza”: una definizione che non sembra propriamente un complimento. Direi che una squadra “sfrontata”, se seguisse i dettami tattici impliciti nella definizione del Devoto-Oli, giocherebbe sì all’attacco sul campo della Roma; ma lo farebbe in modo così insolente e dissennato da uscirne, con ogni probabilità, con le ossa rotte. Sfrontato forse, in questo senso, quest’anno il Catania lo è stato una sola volta: quando all’andata è andato a giocare sul campo del Milan pretendendo che a tenere a bada Robinho non fosse un terzino, ma un attaccante come Lanzafame; e ha visto la sua insolenza punita con un impietoso quattro a zero. Ma la definizione dell’autorevole dizionario della lingua italiana può forse adattarsi alla gara di ieri? Direi proprio di no.

Ancor peggio vanno le cose se cerchiamo su google una lista di sinonimi di “sfrontato”. La ricerca restituisce impietosamente una caterva di parole poco meno che offensive: «impertinente, impudente, insolente, irriguardoso, sfacciato, spudorato, svergognato, villano». E dunque il Catania ieri, sul campo della Roma, sarebbe stato addirittura villano? Al contrario, direi: se mai villania c’è stata, l’hanno commessa gli attaccanti romanisti; i quali, nella comprensibile foga di chi vuol vincere, non si sono nemmeno una volta curati del fatto che ci fossero nostri giocatori a terra e hanno continuato ad assaltare la porta di Carrizo, approfittando della temporanea superiorità numerica e della distrazione dell’arbitro Peruzzo. Su quest’argomento però non insisterei: tocca all’arbitro, appunto, prevenire queste forme di villania. E in ogni caso, resta inteso che ieri il Catania non è stato villano. Proviamo ancora.

Raffinando la ricerca, e tenendo naturalmente conto che la parola “sfrontato” nel calcio va intesa con le cautele che si devono a una metafora, si finisce addirittura nel campo della fisiognomica e della lingua inglese. Proprio sull’archivio di Ctzen ritrovo questo bell’articolo di Enrico Escher, il fondatore di Step1, il quale predica appunto la sfrontatezza al gruppo di ragazzi che sta partendo per l’avventura di un nuovo giornale online. Ma il termine arriva in questo caso di rimbalzo, addirittura, dagli Stati Uniti. «In America – spiega Escher – c’è un modo molto colorito di definire le classi socio-culturali: highbrow, middlebrow e lowbrow. Una distinzione basata sull’attaccatura dei capelli. Fronte alta, fronte media, fronte bassa, con una metafora lombrosiana che lì ha avuto notevole successo”. In parole poverissime, la cultura con la fronte alta sarebbe quella d’élite, espressa dai giornali più tradizionalisti, abituata a guardare il modo dall’alto in basso. «A scardinare questa gerarchia della fronte è stato proprio il nobrow, nessuna fronte, che ha dato vita ad una cultura, per l’appunto, sfrontata». Una cultura, precisa Escher, che ha come suo paradigma Mtv, che rimescola le vecchie gerarchie, annullando la distinzione tra alto e basso, sostituendo al tradizionale concetto di “qualità” quello di “identità”… Bellissima e affascinante spiegazione, che in verità potrebbe illustrare benissimo l’atteggiamento espresso quest’anno da una squadra come la nostra, che per esempio ha più volte capovolto sul campo la gerarchia prestabilita a confronto con avversari di gran nome. Non vorrei però essere nei panni di Montella, se per insegnare la sfrontatezza ai giocatori del Catania ci fosse bisogno di arrivare fino in America. Cerchiamo ancora.

Proviamo a rivolgerci all’etimologia. Ed ecco che la parola sfrontato – parente di analoghe parole francesi e provenzali – rivela finalmente una familiare, anche se rara, origine latina. Sembra che venga dal poco comune termine effrons, composto da ex (particella che indica l’uscire, l’allontanarsi), e frons, “fronte”, nel senso metaforico di “rossore della vergogna”. Sfrontato è insomma colui il quale si libera da ogni vergogna, soggezione, sudditanza di fronte all’avversario possente e altezzoso, che lo affronta senza timore e perciò ha ottime possibilità di batterlo, o almeno di andarci vicino. Sì, forse ci siamo.

Sfrontatezza, affrontare, vergogna: finalmente ho capito. Il vero significato della parola, che abbiamo cercato in giro per il pianeta, è proprio qui a portata di mano, nel lessico quotidiano del catanese. Una squadra sfrontata è, né più né meno, una squadra che non s’affrunta. Esattamente quel che è stato quest’anno il Catania di Montella: capace di andare a dare lezione di calcio sul loro campo a formazioni blasonate come Lazio, Inter e Roma, di uscirne tra gli applausi degli avversari e di sentirsi perfino insoddisfatto di aver pareggiato su terreni dai quali, in passato, si poteva uscire perfino con sette gol al passivo. «Credo che il Catania sia una delle squadre che hanno giocato meglio all’Olimpico», ha riconosciuto ieri, con perfetta e onesta sintesi, l’allenatore giallorosso Luis Enrique. Che mi pare un tecnico preparato, uno sportivo leale e una persona perbene. E che, tra l’altro, non è per niente matelico.

Dante, papaveri e papere

Nell’Inferno di Dante vengono spesso puniti, nello stesso girone e a volte con la stessa pena, uomini malvagi che hanno commesso peccati tra loro opposti. Incontriamo ad esempio nel settimo canto – condannati a un’identica, eterna fatica – tanto gli avari quanto i prodighi: accumulatori insaziabili di denaro i primi, che con la loro rapacità riducono in miseria il resto della popolazione; consumisti compulsivi i secondi, incapaci di dare alla ricchezza il suo giusto, equilibrato valore. Procedendo di qualche terzina scopriamo di nuovo, l’una vicino all’altra, due categorie di peccatori tra loro opposte: da un lato gli iracondi, che vanno sempre in bestia senza alcun motivo serio e plausibile; e dall’altro gli accidiosi, che non sono invece capaci di sfogare sanamente l’ira neanche quando ciò sarebbe giusto e sacrosanto.

Se dovessi immaginare un girone dantesco destinato ai portieri, lo dividerei in due zone contigue. Nella prima, che chiamerei la Mariana, metterei tutti i portieri che prendono gol scemi seguendo il modello di Andujar. E nella seconda, che battezzerei la Carriza, metterei invece quelli che cadono negli opposti eccessi, esemplificati dall’attuale portiere argentino del Catania. Già: perché i due titolari che quest’anno si sono alternati a guardia dei nostri pali incarnano due modi differenti di pervenire allo stesso disastroso effetto: diametralmente opposte sono le strade che essi tendono a percorrere; comune è il punto di arrivo, che per entrambi si identifica frequentemente con papere goffe e letali.

Le papere di Andujar nascono di solito da insufficienza nello scatto: egli tende a raggiungere il pallone con movimento scomposto, affannoso, con gesto tecnico abbozzato ma non portato a compimento. Anziché accogliere la sfera nel cavo delle sue capienti manone, non è raro che la colpisca appena con la punta delle dita, che non riesca a trattenerla vicino al corpo, che la indirizzi magari sui piedi del centravanti avversario. Tipica papera di Andujar è quella che quest’anno ha fruttato alla Juventus il gol del pareggio al Massimino: anziché distendersi sul fianco, come potrebbe fare con tutta comodità, il portiere rossazzurro si inginocchia frontalmente e cerca poi di schiaffeggiare la sfera con la mano destra. Ma il movimento insufficiente e tardivo del corpo (movimento che, con il lessico della disciplina olimpica dei tuffi, potremmo forse definire «scarso») gli fa assumere una posizione goffa e innaturale, del tutto inadatta a fermare la palla. Andujar non si tuffa abbastanza o non si tuffa in tempo, e resta al centro della porta quando dovrebbe spingersi vicino al palo. Troppo poco per raggiungere il pallone ed evitare il disastro.

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La tipica papera di Carrizo è invece frutto dell’eccesso opposto. I suoi errori non nascono da tuffi «scarsi», bensì da movimenti che la stessa terminologia tecnica definirebbe piuttosto «abbondanti». Carrizo si tuffa troppo, o troppo presto. Dato un tiro abbastanza centrale, lui si butterà sul fianco con tanto zelo, con tanto slancio, da oltrepassare abbondantemente il punto di impatto col pallone, che con uno scatto meno rapido gli sarebbe comodamente piovuto in mano. Oppure, dato un giocatore che sta per tirare in porta, il nostro attuale portiere – che non sembra proprio il tipo che voglia giungere in ritardo a un appuntamento – comincerà a muoversi abbondantemente prima ancora che il tiro sia partito, lasciando dunque scoperto il palo opposto a quello da lui scelto. Nella prima sottospecie di papera si inquadra il gol di Forlan in Inter-Catania, che ha dato inizio alla rimonta nerazzurra in una gara che i nostri avevano ormai in tasca. Nella seconda rientra l’errore di sabato scorso a Palermo, che ha regalato il gol del pareggio a Miccoli.

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Per variare un po’ il repertorio, Carrizo ieri sera ha perso l’orientamento su tiro di Ramirez che ha dato la vittoria al Bologna, aggiungendo un retrogusto amaro a questo campionato rossazzurro bello ma incompiuto. Non si può forse parlare propriamente di papera: il tiro sembrava scagliato con il Super Tele o se preferite con lo Jabulani, il diabolico pallone dei mondiali di Sudafrica che rivoluzionò per qualche settimana la balistica sportiva, esponendo alla pubblica gogna quelli che dovevano essere i portieri più forti del pianeta. Il pallone calciato dal centrocampista bolognese scavalca completamente il portiere rossazzurro, lievemente spostato in avanti e impreparato alla brusca sterzata che la sfera all’improvviso compie, andando ad insaccarsi in posizione tutto sommato centrale.

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Riconosciuti i giusti meriti al gesto di Ramirez, e pur ricordando che Carrizo ha dalla sua il fatto di avere anche firmato qualche vittoria importante – cosa che Andujar non faceva da un bel po’ – resta da dire che due papere e mezza in neanche mezza stagione, senza contare la sciocca espulsione contro il Lecce, sono troppe anche per un pubblico ormai assuefatto al genere. Del resto gli altri tre portieri che Montella ha alternato tra i pali – Campagnolo, Kosicki e Terracciano – se non sempre ci hanno regalato simili capolavori di ornitologia, hanno lo stesso preso troppi gol sol perché, quando gli avversari tiravano, stavano dormendo il più beato dei sonni. Una stagione tra papaveri e papere, insomma: e in mezzo a questi eccessi, il sapore sgradevole della stessa domanda: dove sarebbe arrivato il Catania se Babbo Natale, anziché fare di testa sua, avesse dato ascolto a me?

Signori si nasce

E comunque, non mi ricordo una stagione in cui dirigenti, giocatori e allenatori di serie A abbiano dato uno spettacolo così poco degno del loro rango – e non parliamo dei loro guadagni. Mentre molti risultati degli scorsi campionati scivolano dalle pagine dello sport a quelle della cronaca giudiziaria; mentre Juventus e Milan, oltre che sul campo, sembrano disputarsi lo scudetto facendo a gara a chi frigna di più; quando non è passata neanche una settimana dalla rissa che ha concluso indegnamente Udinese-Lazio; oggi annotiamo anche il fatto che un allenatore generalmente ritenuto assai corretto si è abbassato, ieri sera, a fare a cazzotti con un proprio giocatore.

Mi dispiace per Delio Rossi, che ho sempre stimato anche quando allenava squadre per le quali non faccio esattamente il tifo, come la Lazio e il Palermo. Tuttavia, per quanto io sia propenso a nutrire più simpatia per i temperamenti sanguigni che per alcuni teorici del fair play che predicano discretamente ma razzolano maluccio, non cercherei nessun tipo di scusa – mi dicono che, in rete, c’è chi invece lo sta facendo – per Rossi. Non importa se un presuntuoso ragazzino come Ljajic se l’è andata a cercare, applaudendolo con petulante sarcasmo dopo una sostituzione. Se a scuola un Ljajic qualunque facesse così con un professore che gli ha dato un brutto voto, vorremmo forse che quest’ultimo lo stendesse al tappeto con un gancio o lo tramortisse a colpi di registro?

Proprio per la differenza di età e di saggezza presunta tra i due protagonisti, l’episodio di ieri mi pare ancor più brutto di una scena che ho visto anni fa durante un Parma-Catania, e che resta una delle più malinconiche della nostra serie A: la scena di Silvio Baldini – da poco insediato sulla panchina rossazzurra, e per giunta nella stagione che seguì alla lunghissima squalifica del Massimino dovuta ai fatti del 2 febbraio – che prende a pedate l’allenatore del Parma Mimmo De Carlo, per il semplice fatto – non sono al corrente di altre motivazioni – che quest’ultimo non gli è mai stato simpatico.

C’è una differenza, perfino nella violenza, tra il calcio di oggi e il calcio ruspante del bel tempo andato, quando ci si picchiava raramente, e se lo si faceva era in genere per un rigore non dato o un gol annullato; quando l’idea che intorno a noi, allo stadio, potessero esserci tutti quegli imbecilli razzisti che si vedono adesso non rientrava neanche nelle coordinate del nostro pensiero; quando insomma la violenza – in ogni caso meno scientifica e organizzata di quella dei giorni nostri – sembrava ancora una deriva grave, ma a suo modo chiaramente leggibile, della passione sportiva. Oggi che la violenza negli stadi è diventata una sottocultura che sviluppa i suoi prodotti a prescindere dall’evento sportivo – tant’è vero che, molto più che con i tifosi avversari, ci si picchia in genere con la polizia – si sarebbe quasi tentati di sorridere della ruvida intemperanza – imperdonabile, eppure a suo modo facilmente leggibile – di Delio Rossi. E però, in un campionato in cui i giocatori sono sempre più spesso ostaggio degli ultrà, non era proprio il caso che i protagonisti del campo si mettessero, questi ultrà, a imitarli.

(E comunque, gentile signor Montella, è una vera fortuna che quest’anno, e speriamo anche in futuro, sia proprio Lei l’allenatore del Catania. Non solo per quello che ha fatto in campo, dico. Ma perché signori si nasce. E Lei, modestamente, lo nacque).

Una cosa normale

Chi si ricorda di questa foto? Fu scattata dopo il derby di andata tra Catania e Palermo, vinto per due a zero dai rossazzurri. Il capitano del Palermo, Fabrizio Miccoli, era stato invitato da un paio di buontemponi catanesi a posare insieme a loro avanti all’obiettivo di un amico. E non si era accorto che i tifosi etnei volevano semplicemente divertirsi alle sue spalle, facendo con la manina il segno del due dietro l’avversario sconfitto, un po’ imbronciato e ignaro della cosa; due, appunto, come i gol segnati quel pomeriggio dai rozzazzurri. Quando questa foto finì su Internet, Miccoli si sentì subito in dovere di giustificarsi, in maniera piuttosto inopportuna, davanti ai suoi tifosi. E tirò fuori tutta una storia lugubre e grottesca, per spiegare come e perché si fosse concesso al sacrilego scatto.

Ho sempre pensato che il capitano del Palermo avrebbe potuto prendere la cosa con un po’ più di filosofia, e accettare semplicemente il fatto che, dopo un derby, non c’è niente di più naturale che una festosa presa in giro da parte di chi ha vinto ai danni di chi ha perso. Dovrebbe essere una cosa normale, in fondo, molto più normale che picchiarsi allo stadio o premeditare attentati contro la polizia: ma purtroppo alle cose normali, dopo i derby degli ultimi anni, avevamo un po’ tutti perso l’abitudine.

Forse è per questo che, stamane, mi sembra quasi strano che il presidente del Palermo Zamparini non abbia ancora esonerato il suo allenatore Bortolo Mutti: fino a ieri, infatti, un derby non vinto alla Favorita, oppure perso al Massimino, faceva saltare la panchina rosanero – poco importa che il tecnico si chiamasse Zenga, Cosmi oppure Mangia – con puntualità quasi svizzera. Abituati agli spettacoli pirotecnici delle ultime stagioni (con un paio di memorabili partite finite con un bel 4 a 0 per i nostri); assuefatti e perfino un po’ affezionati alle colleriche reazioni del presidente rosanero, ci verrebbe quasi da pensare che quest’anno non ci siamo divertiti abbastanza.

Se non fosse che quest’aria di normalità, che oggi si comincia a respirare intorno al derby, è per noi qualcosa di assolutamente straordinario, di prezioso e di impensabile fino a poco tempo fa. Il 2 febbraio del 2007 – mentre uscivamo dallo stadio con il fumo dei lacrimogeni dentro gli occhi, mentre a pochi passi da noi veniva assassinato l’ispettore Raciti – non sembrava più pensabile che si potesse tornare a giocare un derby con entrambe le tifoserie sugli spalti, che si potesse un’altra volta uscire dallo stadio senza sentirsi dei reduci di guerra. E fino a pochi anni fa – se vogliamo limitare il discorso al puro fatto sportivo – era difficile perfino aspettarsi di vedere in campo gesti di fair play, durante una sfida in cui era normale che si vincesse facendo gol con le mani, o si approfittasse di un avversario rimasto a terra per andare a segnare un gol maramaldo e vigliacchetto. Durante il derby di ieri, al contrario, è successo che un giocatore del Catania, che aveva i crampi, sia stato soccorso non dai compagni, ma dai giocatori del Palermo. Niente di che, una cosa normale appunto. Inaspettatamente normale.

Non so se questa normalità faticosamente riconquistata riusciremo sempre a mantenerla, negli anni a venire. Intanto però è giusto godersela. Quest’anno abbiamo visto due derby fatti di emozioni sportive genuine, di tifo sugli spalti e di incruenti sfottò dopo la partita. E credo che Miccoli, ragionandoci un po’, di questo dovrebbe essere contento. Oggi è domenica e Zamparini – che ieri aveva necessità di vincere – non ha ancora esonerato il suo allenatore: anche se aver conquistato solo un punto, sui sei in palio nei derby di stagione, deve essere stato per lui duro da digerire. A meno che, stavolta, Zamparini non l’abbia digerita in fretta. O che si stia rassegnando all’idea che questo magro bilancio stia diventando, per lui, una cosa normale.

Est modus in rebus

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Quanto poco importasse, ai giocatori del Catania, della trasferta contro il Cagliari, lo dice forse questo piccolo episodio della partita di sabato scorso, quella vinta per 2 a 0 sull’Atalanta. Vediamo qui come il serafico Legrottaglie, dopo che l’arbitro gli ha fischiato contro una punizione non particolarmente ingiusta, né troppo pericolosa, reagisca scalciando platealmente il pallone il più lontano possibile e guadagnandosi l’inevitabile ammonizione; alla quale consegue – essendo Legrottaglie diffidato – un’altrettanto inevitabile giornata di squalifica.

Mi pare assai probabile che il buon Nicola abbia preferito scontare la squalifica ieri pomeriggio, in occasione appunto della gara col Cagliari, per non rischiare magari di doverla scontare – se avesse giocato ieri e fosse stato magari ammonito – sabato prossimo, in occasione del derby di Palermo. Ammetto anche di aver provato un certo compiacimento, sugli spalti del Massimino, di fronte al sapiente e ponderato moto di stizza del difensore rossazzurro. E tuttavia, per quanto sia portato all’empatia verso i giocatori che abbiano già la testa alla Favorita, trovo assai irritante il modo in cui i nostri hanno perso la partita di ieri. Perché abbiamo preso tre gol, e non giocavamo col Barcellona; perché quest’anno abbiamo lasciato sei punti su sei a un avversario non precisamente imbattibile; perché abbiamo nostro malgrado scoperto un giocatore (Ibarbo) che praticamente segna solo contro di noi; ma soprattutto perché i nostri non hanno mostrato nessuna cattiveria agonistica, nessuna capacità di sfruttare le palle-gol che pure hanno creato, nessuna seria convinzione di potere almeno provarci, a portare il Catania in zona Europa.

Le partite si possono perdere, pazienza. Ma, come diceva il vecchio Orazio, est modus in rebus, c’è una misura nelle cose; ci sono dei limiti passati i quali – in eccesso o in difetto – non si trova più nulla di buono. Il poeta latino, per esemplificare il concetto, proponeva una metafora un po’ greve, ma abbastanza in linea con le consuetudini retoriche dei nostri stadi: parlava di due personaggi tra loro assai diversi, ma accomunati dalla parte del corpo nella quale si manifestavano i loro opposti estremismi. Il primo, tale Tanai, era stato infatti innaturalmente privato degli attributi virili (si trattava di un eunuco); mentre il secondo, suocero di un certo Visellio, mostrava invece un’ingombrante ipertrofia – in verità più apparente che reale – proprio nei preziosi accessori del sesso mascolino.

Dovendo esserci una misura in ogni cosa, mi accontento di auspicare che sabato prossimo a Palermo i rossazzurri, a differenza di quanto avvenuto ieri, diano prova di possedere degli attributi orazianamente proporzionati. Che non giochino svagatamente come hanno fatto ieri, ma che non cadano in opposti eccessi di foga o di furore, eccessi che nelle scorse settimane – vedi Chievo, vedi Lecce – ci sono costati più di un cartellino rosso, e soprattutto parecchi punti. Est modus in rebus, anche quando si parla di cabasisi. Ché a tenerli nascosti si rischia di ripetere certi finali vacanzieri di campionato che, almeno quest’anno, ci auguravamo di non vedere. E a esibirli scriteriatamente si fa invece la fine dei leghisti: i quali, a forza di vantare e sventolare in ogni dove i loro proverbiali genitali, hanno finito per rivelarsi praticamente indistinguibili da essi.

L’oro di Bergessio

Ci sono attaccanti che trasformano in oro tutto ciò che toccano, e altri che l’oro non hanno bisogno di fabbricarlo, perché l’hanno già dentro, e hanno un modo tutto loro di farlo brillare. I giocatori del primo tipo sono osannati o contestati dai tifosi in obbedienza a un criterio essenzialmente economico: il loro mestiere è segnare, il loro valore si stabilisce in base ai gol realizzati; e poco importa se non versano in campo che poche gocce di sudore. Sarebbe incongruo chiedere loro la fatica, la corsa, la partecipazione al gioco, il lavoro altruistico al servizio dei compagni. Essi devono trovarsi al posto giusto al momento giusto, muoversi rapidamente quando non hanno la palla al fine di smarcarsi dai difensori, infilzare come un tordo il portiere avversario e raccogliere gli allori del gol e della vittoria.

Di loro si potrebbe quasi dire ciò che diceva Adam Smith quando esaltava l’egoismo come fattore della crescita economica: «Non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse. Noi non ci rivolgiamo alla loro umanità, ma al loro egoismo e con loro non parliamo mai delle nostre necessità, ma dei loro vantaggi». Allo stesso modo, è all’egoismo di questi attaccanti, alla loro ricerca della firma sotto il gol, alla cura che essi prendono del proprio interesse che si deve, quando tutto va bene, l’efficienza collettiva della squadra.

A questa categoria appartengono i migliori centravanti che abbiamo avuto negli ultimi anni. Vi appartiene ad esempio Gionatha Spinesi, beniamino del pubblico rossazzurro, artefice della promozione in serie A e protagonista della prima salvezza con Pasquale Marino. E vi appartiene lo stesso Maxi López, attaccante non a caso rivelatosi fenomenale nella stagione in cui sedeva in panchina Sinisa Mihajlovic, quando tutta la squadra era organizzata al suo servizio, e i vari Martinez, Ricchiuti, Biagianti lavoravano ai fianchi l’avversario per creargli lo spazio in cui infilarsi e colpire; e rimasto un po’ più in ombra – fino a essere talora, assai ingiustamente, vituperato dal pubblico – quando i tecnici gli chiedevano soprattutto fatica e corsa, lavoro oscuro di costruzione del gioco; e dunque i sacrifici che era costretto a fare più raramente si traducevano nell’oro del gol.

L’egoismo nel calcio non è dunque un difetto, o perlomeno non sempre. Ma i giocatori di questo genere non possono permettersi di smettere un attimo di luccicare, pena lo scivolamento nell’ombra dell’anonimato. Il loro egoismo, per non essere sterile o addirittura dannoso, presuppone insomma l’altruismo dei loro compagni di squadra. Il che peraltro autorizza più di un dubbio sul pensiero di Adam Smith – ma questo è un altro discorso.

Poi ci sono gli attaccanti del secondo tipo, quelli che l’egoismo quasi non lo conoscono, e che ti fanno venire in mente solo parole come coraggio, altruismo e fantasia. Sono gli attaccanti come Gonzalo Bergessio, quelli che versano litri e litri di sudore, che lavorano generosamente per la squadra, che sono sempre utili e preziosi anche se non sempre riescono a trovarsi lucidi e liberi sotto rete. Bisogna guardare con attenzione per accorgersi che, nel sudore che lasciano in campo, brilla sempre qualche briciola dell’oro che hanno dentro, da qualche parte vicino al cuore. Prendete il secondo gol segnato dal Catania nella partita di ieri sera contro l’Atalanta, incomparabilmente meno bello di quello realizzato nel primo tempo da Gomez.

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Potrebbe sembrare di assistere alle comiche, con il pallone che si muove attraverso l’area di rigore con la razionalità di una palla pazza, con il portiere atalantino Consigli che va per allontanarlo con un pugno e invece mette ko un suo difensore. Ma questo gol nasce da una generosa e rapace incursione di Gonzalo Bergessio, da uno dei suoi mille impagabili sforzi per recuperare e rendere giocabili palloni che sembrano perduti: è lui infatti a fiondarsi dove ha già teso le mani il portiere avversario, a metterlo in confusione e sfilargli la palla dai guantoni riuscendo tuttavia a non commettere fallo; è lui a permettere a Catellani di far ripartire l’azione in modo che, dopo la parata di Consigli e il pasticcio che ne segue, a Seymour non resti altro da fare che mettere in rete a porta vuota.

Ed è in gesti come questo che brilla l’oro di Bergessio. Poco importa il fatto che la sua prestazione abbia ricevuto soltanto, nelle pagelle che ho sbirciato qua e là, una semplice e onesta sufficienza. A me non sembra un caso che il pubblico del Massimino, sul finire della partita, si sia alzato in piedi a scandire il suo nome, anche se quest’ultimo non resterà scritto sul tabellino dei marcatori. Non è detto che Adam Smith abbia sempre ragione. E qualche volta è vero oro anche quello che non luccica.

Perché?

La pelota no se mancha, il pallone non si sporca. Ma sarà vero? Uno si chiede perché si possa morire a venticinque anni, come è successo ieri a Piermario Morosini; si chiede come mai questo possa succedere nel mondo dello sport professionistico, in cui i medici dovrebbero in teoria saper tutto sul corpo dei giocatori. Uno ripensa – per limitarsi ai nomi di chi è morto dentro o ai bordi del campo – a Vigor Bovolenta, o torna con la memoria fino a Renato Curi. E magari si convince che forse davvero queste morti non si potevano evitare, che quand’è destino è destino.

Poi vai a cercare su google “defibrillatore” e scopri che che un apparecchio portatile del genere – e nemmeno il più economico – costa sui cinquemila euro; che a volte la polizia ne tiene uno nelle volanti; che in casi d’emergenza questa macchina deve essere usata da persone adeguatamente formate, ma che non c’è bisogno per forza di medici o infermieri; che ieri a Piacenza un signore di quarantasei anni, che stava giocando una partita di calcio, ha avuto un malore, e che il suo cuore ha ripreso a battere grazie al defibrillatore in dotazione da anni alla squadra avversaria (che non gioca in serie A, bensì nel “campionato Amatori”).

Non ho la benché minima competenza per dire se un defibrillatore avrebbe salvato Morosini, o Bovolenta. Oltretutto, su quanto è accaduto ieri a Pescara, molti punti sembrano ancora da chiarire. Ma resta il fatto che basterebbero pochissimi soldi per avere sempre un apparecchio del genere, precauzionalmente, a disposizione negli stadi, nei palazzi dello sport e anche, direi, nelle palestre delle scuole. E perché allora, almeno questo, non lo si fa già, perché tutte le società sportive non lo fanno, perché nessuna legge obbliga a farlo? C’entra qualcosa, con tutto questo, il destino?

La moviola di Claudio (arbitro perverso)

Premetto che sono animato da invincibili pregiudizi contro il signor De Marco di Chiavari, arbitro della partita malamente persa in casa dal Catania contro il Lecce. Sono pregiudizi che risalgono al 2003. In quell’anno – prima ancora che si venisse a sapere di Calciopoli, e nell’epoca in cui era in corso una feroce faida tra la Federcalcio di Carraro e il Catania dei Gaucci – De Marco arbitrò, scandalosamente male, una partita giocata dai rossazzurri a Livorno, concedendo ai nostri avversari – che al 90° perdevano per 2 a 1 – dapprima sei immotivati minuti di recupero, e poi un ridicolo rigore per un fallo commesso alcuni chilometri fuori dall’area. Da quel giorno io, al signor De Marco, gliel’ho giurata. Lo aspetto al varco con un metaforico fucile spianato; accendo ceri a san Concetto Lo Bello da Siracusa perché non venga mai designato per una partita della nostra squadra; e se per disgrazia ci viene inflitto proprio lui come arbitro, attendo la domenica con lo stesso ottimismo con cui, a Recanati, la aspettava Leopardi.

Premesso dunque che io non parlerei bene di De Marco neppure sotto tortura, mi sento di dire che oggi l’arbitro non ha sbagliato in nessuno degli episodi che hanno deciso la partita; aggiungo però che, nonostante ciò, il signor De Marco di Chiavari resta uno degli arbitri più perversi che mi sia mai capitato di vedere all’opera.

Stasera De Marco ha, nell’ordine, concesso un rigore al Lecce; convalidato il gol del pareggio salentino, su cui i giocatori del Catania hanno protestato per un fuorigioco; espulso il portiere del Catania Carrizo, che in occasione di queste proteste se l’è presa con eccessivo sarcasmo con la terna arbitrale. Il Catania, a quel punto, non si è trovato semplicemente in dieci uomini: si è anche visto costretto, avendo esaurito tutti i cambi, a chiedere a Lodi di improvvisarsi portiere. E alla prima successiva azione d’attacco il Lecce ha segnato il gol della vittoria.

Diciamo dunque, a proposito di tali episodi, che il rigore per il Lecce è severo, ma non scandaloso: Marchese ha toccato effettivamente la palla con la mano, anche se la distanza da cui era stato calciato il pallone era minima. Di Michele ha comunque sbagliato il rigore: l’episodio resta dunque un po’ dubbio, ma è del tutto irrilevante.

Il gol del Lecce è invece regolare: la moviola dà nettamente ragione al guardalinee e il fuorigioco reclamato dal Catania è inesistente. L’espulsione di Carrizo è severa, poiché l’arbitro in pochi secondi tira fuori prima il cartellino giallo e poi quello rosso. Ma se un portiere si mette ad applaudire l’arbitro o il guardalinee, si deve comunque ammettere che è andato a cercarsela.

Che ragioni mi rimangono, allora, per continuare ostinatamente ad avercela con De Marco? Il fatto è che, secondo me, i cattivi arbitri non sono solo quelli che sbagliano nei momenti decisivi. Sono anche, e a volte soprattutto, quelli che usano due pesi e due misure in tutti i piccoli episodi che, presi singolarmente, possono sembrare insignificanti, ma che pesati tutti insieme fanno pendere la bilancia dall’una o dall’altra parte. Un buon arbitro è quello che usa lo stesso metro di giudizio verso l’una e l’altra squadra. Un cattivo arbitro è quello che, se commettono fallo i giocatori di una squadra – poniamo, il Catania – fa subito garrire al vento i cartellini con la spavalderia d’uno sbandieratore. E che invece, se i falli sono commessi dall’altra squadra – per dire, il Lecce – diventa, degli stessi cartellini, un timido portatore sano. L’impressione è che il signor De Marco abbia usato, per giudicare i falli delle due squadre, due metri alquanto differenti. Ed è un fatto che il bilancio disciplinare (quattro ammoniti e un espulso per il Catania, due soli ammoniti per il Lecce) sia stato nettamente sfavorevole alla nostra squadra.

Ma non parliamo solo di metri metaforici, badate. Osservate questi due fotogrammi e provate a immaginare di avere in mano un metro vero, di quelli da sarto o da falegname. Si tratta di due calci di punizione dal limite, concessi uno al Catania (nel primo tempo) e uno al Lecce (nella ripresa). La porta è la stessa, la stessa la telecamera che inquadra. Aggiungo che l’impressione visiva è stata la stessa anche per chi abbia guardato la partita, allo stadio, dalla tribuna opposta rispetto a quella da cui sono effettuate queste riprese. Tenete conto che, per regolamento, nelle punizioni la barriera deve stare a 9 metri e 15 centimetri di distanza dal punto di battuta. E ricordate (se volete fare qualche conto a mente) che l’area di rigore misura 16 metri, e che il dischetto si trova a 11 metri dalla porta. E ora – non è difficile – trovate le differenze.

I fotogrammi non sono taroccati. Lo giuro sulla testa di Galliani.

Antropologia di Gennaro Sardo

Quando, qualche mese fa, Tano Bellomo dall’Argentina mi propose di dare al nostro comune blog il titolo La pelota no se mancha, il mio pensiero corse subito a Gennaro Sardo. Si trattava, in verità, di un effetto collaterale dell’imbarazzante ignoranza dello spagnolo che – a dispetto del cognome che porto – mi affligge fin dalla nascita. Fatto sta che la frase mi fece sul momento ripensare a quando, dagli spalti del Massimino, le più diverse voci si levavano per ammonire il suddetto Sardo del fatto che il pallone non vada identificato con una fetta di carne di cavallo, né con una polpetta di mucco, né tantomeno con un arancino al burro (e via procedendo, con le più disparate varianti gastronomiche, lungo le stazioni di una medesima ontologia negativa). A far emergere questi ricordi non era solo la maccheronica assonanza tra la frase suggerita da Tano e la sua immediata, ma erronea, traduzione. Dietro il volto di Sardo che spuntava dalle brume della memoria faceva in realtà ressa tutto un universo di ricordi rimossi: ricordi sedimentatisi nei pomeriggi in cui io e i miei amici ci guardavamo sconsolati, all’uscita delle squadre per il riscaldamento, nel constatare che – a dispetto della messe imponente di smentite ricevute dalla realtà – l’allenatore di turno insisteva a considerare Sardo un giocatore di calcio, e spingeva tale singolare convinzione fino al punto di assegnargli il posto fisso come terzino destro del Catania.

Ma forse avevano, questi ricordi, un’origine ancor più lontana. E che io, sul momento, non sapevo spiegarmi.

In realtà, è chiaro, Tano non pensava minimamente a Sardo. A tenere idealmente a battesimo questo blog, come forse già sanno i nostri pochi ma accorti lettori, è stato in effetti Diego Armando Maradona, che aveva pronunciato quella frase – la quale suona, tradotta in italiano, il pallone non si macchia – nel giorno solenne del suo pubblico addio al calcio: al termine di una carriera che l’aveva portato più volte sull’altare, ma che non aveva mancato di rotolarlo altrettanto spesso nella polvere.

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Ora, state pur tranquilli, non intendo infliggervi un pensoso pippone sul significato che la frase di Maradona può assumere oggi, per chi voglia parlare di calcio ai tempi di DoniMasiello. Mi affascina molto di più, infatti, quel blasfemo accostamento tra Maradona e Sardo: visto soprattutto che quest’ultimo veste oggi la maglia del Chievo, e che dunque proprio questo pomeriggio ce lo siamo ritrovato come avversario (solo per mezz’ora, purtroppo) nella balorda trasferta di Verona; in cui peraltro i nostri difensori si sono abbondantemente sardizzati, regalando agli avversari almeno due gol su tre e – dopo l’espulsione di Spolli – una decisiva superiorità numerica.

Anni fa accompagnai a Fontanarossa un mio amico in partenza per un lungo soggiorno in Inghilterra, e che portava orgogliosamente nello zaino una bandiera del Catania. Volle il caso che in aeroporto incrociassimo i nostri giocatori che stavano allora affrontando il loro primo campionato di serie A: a due passi da noi c’erano Mascara, Caserta, Spinesi. E il mio amico, tutto contento, spiegò la bandiera e si procurò precipitosamente un pennarello per farsela autografare. All’improvviso, alle spalle del ragazzo, si materializzò Gennaro Sardo. Quest’ultimo si impadronì proditoriamente del pennarello, scarabocchiò, con non richiesta affabilità, la propria firma leggibile accanto a quella dei tre eroi della promozione, e abbandonò poi con noncuranza il giovane emigrante, lasciandolo in preda al più nero sconforto per il brusco deprezzamento che la reliquia aveva subito in così pochi istanti.

Ora, io credo che si debba cercare una risposta alla seguente domanda: per quale ragione io, il mio amico dell’aeroporto, e insieme a noi diverse migliaia di tifosi catanesi, avvertiamo lo stesso brivido correrci lungo la schiena al solo pensiero che la maglia rossazzurra sia stata, per tre anni abbondanti, impunemente vestita da Gennaro Sardo? Che male può aver fatto mai questo ragazzo di Pozzuoli, questo difensore che dall’alto del suo metro e novanta sembra osservare il mondo con lo sguardo mite di una persona buona, e che peraltro milita senza interruzione da sei stagioni nella massima divisione, senza destare altrove quello scandalo che ha costantemente accompagnato la sua difficile carriera rossazzurra? È poi davvero, il povero Sardo, una pippa così irredimibile, come tutti noi ce la rappresentiamo? Non abbiamo forse avuto giocatori ben peggiori di lui?

Chi di noi frequentava lo stadio agli inizi del secolo ricorderà forse come in serie B giocasse a centrocampo un certo Cordone, un tipo lungo lungo e secco secco, al quale allenatori sadici come Aldo Ammazzalorso richiedevano talora perfino di svolgere compiti di regista (quando il ragazzo, con tutta evidenza, non era tagliato neppure per fare il capocomico). Si dirà che il confronto tra Sardo e Cordone non regge, e che Cordone era più scarso di Sardo solo per il fatto di essere interamente composto in legno massello. E tuttavia resta da capire per quale ragione, nell’alternarsi di calciatori non tutti di prima scelta che hanno negli anni recenti vestito la maglia rossazzurra, solo il buon Gennaro abbia finito per addensare intorno a sé tutti gli incubi dei tifosi del Catania, perché a lui e non ad altri sia toccato divenire protagonista di una variopinta e fantasiosa letteratura agiografica all’incontrario.

Forse c’è un perché. Forse Sardo non è stato per noi, se non incidentalmente, un semplice giocatore di calcio. Forse eravamo del tutto fuori strada quando avanzavamo improbabili e malevole ipotesi sui motivi per cui giocasse da titolare (inclusa quella che Sardo fosse stato imposto al Catania dallo sponsor, nei tempi in cui tale sponsor era la Cesame). Forse Sardo è stato, in realtà, uno squarcio di mito. Se non addirittura la manifestazione del mito fondatore di ogni civiltà: un mito che ha accomunato il giudaismo e il cristianesimo, che ha attraversato i totalitarismi del Novecento e resistito al tramonto delle ideologie; quel mito che si manifesta nella necessità che ogni collettività disponga di un capro espiatorio, individui una figura in carne e ossa cui addossare ogni colpa e ogni vergogna, per assicurare di conseguenza, una volta scaricate le tensioni, il funzionamento dell’intero corpo sociale. Forse Gennaro Sardo ha rappresentato per noi proprio quello che rappresenta, nei romanzi di Daniel Pennac, la figura del protagonista Benjamin Malaussène, impiegato presso l’ufficio reclami di un grande magazzino con la specifica mansione, appunto, di capro espiatorio: figura contrattuale atipica cui tocca prendersi tutte le cazziate dei clienti, assumersi la responsabilità di tutto ciò che va storto; lavoratore dipendente la cui mansione consiste nel subire, sotto gli occhi della clientela inferocita, un uragano di umiliazioni; e cui tocca farlo con un’aria così contrita, così profondamente disperata, che di solito il cliente ritira il reclamo per non avere sulla coscienza la sua rovina, e tutto si conclude infine con il minimo dei danni. Si può ipotizzare quindi che a una simile funzione di parafulmine, di catalizzatore della somma di tutti malumori, individuali e collettivi, dei tifosi rossazzurri, sia stato adibito negli anni passati il buon Gennaro Sardo: il quale in realtà era stipendiato per prendere su di sé ogni domenica gli insulti, le contumelie, gli improperi, le maledizioni che durante la settimana avremmo volentieri rivolto, senza però poterlo mai fare ad alta voce, ai nostri capufficio, ai clienti più insopportabili, ai professori che ci avevano nuovamente bocciato, alla suocera bisbetica, al milite o civile ignoto che ci aveva multato per due minuti di sosta vietata. Sardo si è fatto carico di tutto ciò, assolvendo perfettamente alla funzione di valvola di sfogo del malcontento individuale e sociale e assicurando in definitiva il nostro equilibrio omeostatico. E lo ha fatto con un’abnegazione che ha dell’ammirevole (salvo sporadici tentativi di battibeccare con la tifoseria, subito rientrati per l’evidente disparità delle forze in campo). Tutto ciò ci impone, direi, di riservargli un posto in prima fila, di assegnargli una collocazione unica e insostituibile nella storia, e direi nel Pantheon, del Calcio Catania.

Mi piacerebbe dunque che in questi giorni di Pasqua – non a caso: nei giorni in cui simbolicamente si torna a sacrificare l’agnello – la società pagasse il debito di gratitudine che tutti noi abbiamo con Gennaro Sardo. Il Catania secondo me dovrebbe ritirare la storica maglia di Sardo, affinché nessun giocatore del presente o del futuro possa fare ombra alla sua leggenda. Si decida di non assegnare più a nessun calciatore il numero 2 del Catania; se ne recuperino con cura gli esemplari ancora in circolazione; li si depositino in cassetta di sicurezza presso una banca svizzera; se ne lasci, al più, una copia in esposizione presso il museo rossazzurro da poco aperto in città. Credo che questo sia il minimo che possiamo fare, per dare a Sardo quel che è di Sardo; e per ammonire i posteri che difficilmente, o forse mai, avremo più un giocatore come lui.

Chiedo troppo? No, non penso. A Napoli, in fondo, non hanno fatto qualcosa di simile con la maglia di Maradona?