Quando, qualche mese fa, Tano Bellomo dall’Argentina mi propose di dare al nostro comune blog il titolo La pelota no se mancha, il mio pensiero corse subito a Gennaro Sardo. Si trattava, in verità, di un effetto collaterale dell’imbarazzante ignoranza dello spagnolo che – a dispetto del cognome che porto – mi affligge fin dalla nascita. Fatto sta che la frase mi fece sul momento ripensare a quando, dagli spalti del Massimino, le più diverse voci si levavano per ammonire il suddetto Sardo del fatto che il pallone non vada identificato con una fetta di carne di cavallo, né con una polpetta di mucco, né tantomeno con un arancino al burro (e via procedendo, con le più disparate varianti gastronomiche, lungo le stazioni di una medesima ontologia negativa). A far emergere questi ricordi non era solo la maccheronica assonanza tra la frase suggerita da Tano e la sua immediata, ma erronea, traduzione. Dietro il volto di Sardo che spuntava dalle brume della memoria faceva in realtà ressa tutto un universo di ricordi rimossi: ricordi sedimentatisi nei pomeriggi in cui io e i miei amici ci guardavamo sconsolati, all’uscita delle squadre per il riscaldamento, nel constatare che – a dispetto della messe imponente di smentite ricevute dalla realtà – l’allenatore di turno insisteva a considerare Sardo un giocatore di calcio, e spingeva tale singolare convinzione fino al punto di assegnargli il posto fisso come terzino destro del Catania.
Ma forse avevano, questi ricordi, un’origine ancor più lontana. E che io, sul momento, non sapevo spiegarmi.
In realtà, è chiaro, Tano non pensava minimamente a Sardo. A tenere idealmente a battesimo questo blog, come forse già sanno i nostri pochi ma accorti lettori, è stato in effetti Diego Armando Maradona, che aveva pronunciato quella frase – la quale suona, tradotta in italiano, il pallone non si macchia – nel giorno solenne del suo pubblico addio al calcio: al termine di una carriera che l’aveva portato più volte sull’altare, ma che non aveva mancato di rotolarlo altrettanto spesso nella polvere.
Ora, state pur tranquilli, non intendo infliggervi un pensoso pippone sul significato che la frase di Maradona può assumere oggi, per chi voglia parlare di calcio ai tempi di Doni e Masiello. Mi affascina molto di più, infatti, quel blasfemo accostamento tra Maradona e Sardo: visto soprattutto che quest’ultimo veste oggi la maglia del Chievo, e che dunque proprio questo pomeriggio ce lo siamo ritrovato come avversario (solo per mezz’ora, purtroppo) nella balorda trasferta di Verona; in cui peraltro i nostri difensori si sono abbondantemente sardizzati, regalando agli avversari almeno due gol su tre e – dopo l’espulsione di Spolli – una decisiva superiorità numerica.
Anni fa accompagnai a Fontanarossa un mio amico in partenza per un lungo soggiorno in Inghilterra, e che portava orgogliosamente nello zaino una bandiera del Catania. Volle il caso che in aeroporto incrociassimo i nostri giocatori che stavano allora affrontando il loro primo campionato di serie A: a due passi da noi c’erano Mascara, Caserta, Spinesi. E il mio amico, tutto contento, spiegò la bandiera e si procurò precipitosamente un pennarello per farsela autografare. All’improvviso, alle spalle del ragazzo, si materializzò Gennaro Sardo. Quest’ultimo si impadronì proditoriamente del pennarello, scarabocchiò, con non richiesta affabilità, la propria firma leggibile accanto a quella dei tre eroi della promozione, e abbandonò poi con noncuranza il giovane emigrante, lasciandolo in preda al più nero sconforto per il brusco deprezzamento che la reliquia aveva subito in così pochi istanti.
Ora, io credo che si debba cercare una risposta alla seguente domanda: per quale ragione io, il mio amico dell’aeroporto, e insieme a noi diverse migliaia di tifosi catanesi, avvertiamo lo stesso brivido correrci lungo la schiena al solo pensiero che la maglia rossazzurra sia stata, per tre anni abbondanti, impunemente vestita da Gennaro Sardo? Che male può aver fatto mai questo ragazzo di Pozzuoli, questo difensore che dall’alto del suo metro e novanta sembra osservare il mondo con lo sguardo mite di una persona buona, e che peraltro milita senza interruzione da sei stagioni nella massima divisione, senza destare altrove quello scandalo che ha costantemente accompagnato la sua difficile carriera rossazzurra? È poi davvero, il povero Sardo, una pippa così irredimibile, come tutti noi ce la rappresentiamo? Non abbiamo forse avuto giocatori ben peggiori di lui?
Chi di noi frequentava lo stadio agli inizi del secolo ricorderà forse come in serie B giocasse a centrocampo un certo Cordone, un tipo lungo lungo e secco secco, al quale allenatori sadici come Aldo Ammazzalorso richiedevano talora perfino di svolgere compiti di regista (quando il ragazzo, con tutta evidenza, non era tagliato neppure per fare il capocomico). Si dirà che il confronto tra Sardo e Cordone non regge, e che Cordone era più scarso di Sardo solo per il fatto di essere interamente composto in legno massello. E tuttavia resta da capire per quale ragione, nell’alternarsi di calciatori non tutti di prima scelta che hanno negli anni recenti vestito la maglia rossazzurra, solo il buon Gennaro abbia finito per addensare intorno a sé tutti gli incubi dei tifosi del Catania, perché a lui e non ad altri sia toccato divenire protagonista di una variopinta e fantasiosa letteratura agiografica all’incontrario.
Forse c’è un perché. Forse Sardo non è stato per noi, se non incidentalmente, un semplice giocatore di calcio. Forse eravamo del tutto fuori strada quando avanzavamo improbabili e malevole ipotesi sui motivi per cui giocasse da titolare (inclusa quella che Sardo fosse stato imposto al Catania dallo sponsor, nei tempi in cui tale sponsor era la Cesame). Forse Sardo è stato, in realtà, uno squarcio di mito. Se non addirittura la manifestazione del mito fondatore di ogni civiltà: un mito che ha accomunato il giudaismo e il cristianesimo, che ha attraversato i totalitarismi del Novecento e resistito al tramonto delle ideologie; quel mito che si manifesta nella necessità che ogni collettività disponga di un capro espiatorio, individui una figura in carne e ossa cui addossare ogni colpa e ogni vergogna, per assicurare di conseguenza, una volta scaricate le tensioni, il funzionamento dell’intero corpo sociale. Forse Gennaro Sardo ha rappresentato per noi proprio quello che rappresenta, nei romanzi di Daniel Pennac, la figura del protagonista Benjamin Malaussène, impiegato presso l’ufficio reclami di un grande magazzino con la specifica mansione, appunto, di capro espiatorio: figura contrattuale atipica cui tocca prendersi tutte le cazziate dei clienti, assumersi la responsabilità di tutto ciò che va storto; lavoratore dipendente la cui mansione consiste nel subire, sotto gli occhi della clientela inferocita, un uragano di umiliazioni; e cui tocca farlo con un’aria così contrita, così profondamente disperata, che di solito il cliente ritira il reclamo per non avere sulla coscienza la sua rovina, e tutto si conclude infine con il minimo dei danni. Si può ipotizzare quindi che a una simile funzione di parafulmine, di catalizzatore della somma di tutti malumori, individuali e collettivi, dei tifosi rossazzurri, sia stato adibito negli anni passati il buon Gennaro Sardo: il quale in realtà era stipendiato per prendere su di sé ogni domenica gli insulti, le contumelie, gli improperi, le maledizioni che durante la settimana avremmo volentieri rivolto, senza però poterlo mai fare ad alta voce, ai nostri capufficio, ai clienti più insopportabili, ai professori che ci avevano nuovamente bocciato, alla suocera bisbetica, al milite o civile ignoto che ci aveva multato per due minuti di sosta vietata. Sardo si è fatto carico di tutto ciò, assolvendo perfettamente alla funzione di valvola di sfogo del malcontento individuale e sociale e assicurando in definitiva il nostro equilibrio omeostatico. E lo ha fatto con un’abnegazione che ha dell’ammirevole (salvo sporadici tentativi di battibeccare con la tifoseria, subito rientrati per l’evidente disparità delle forze in campo). Tutto ciò ci impone, direi, di riservargli un posto in prima fila, di assegnargli una collocazione unica e insostituibile nella storia, e direi nel Pantheon, del Calcio Catania.
Mi piacerebbe dunque che in questi giorni di Pasqua – non a caso: nei giorni in cui simbolicamente si torna a sacrificare l’agnello – la società pagasse il debito di gratitudine che tutti noi abbiamo con Gennaro Sardo. Il Catania secondo me dovrebbe ritirare la storica maglia di Sardo, affinché nessun giocatore del presente o del futuro possa fare ombra alla sua leggenda. Si decida di non assegnare più a nessun calciatore il numero 2 del Catania; se ne recuperino con cura gli esemplari ancora in circolazione; li si depositino in cassetta di sicurezza presso una banca svizzera; se ne lasci, al più, una copia in esposizione presso il museo rossazzurro da poco aperto in città. Credo che questo sia il minimo che possiamo fare, per dare a Sardo quel che è di Sardo; e per ammonire i posteri che difficilmente, o forse mai, avremo più un giocatore come lui.
Chiedo troppo? No, non penso. A Napoli, in fondo, non hanno fatto qualcosa di simile con la maglia di Maradona?