Cari fottutissimi colleghi

Cari vertebrati,

ho sempre sognato di uscire dalla mia classe, alla fine dell’anno scolastico, come il professor Keating de L’attimo fuggente, con tutti i ragazzi sui banchi a dirmi: O capitano, mio capitano!

Chi ha insegnato nelle scuole medie, e non nei college americani, sa benissimo che, appena giunti in classe, i ragazzi si trovano già sui banchi, e non per rivolgerti le parole benevole che speravi: in linea di massima stanno insultando qualche compagno, o stanno facendo decollare un amabilissimo aeroplanino di carta, destinato alla capoccia di qualcuno.

Eppure come non amarli, i ragazzi? Come non ammirare ji ululati che fanno dopo ore di lezione? Come non percepire la muta ribellione che si cela nel loro inesausto appallottolare generazioni di foji? Come non comprendere la loro necessità di movimento dopo sette ore di quasi ininterrotta prigionia?

E come potremo mai ripagare i nostri alunni delle miriadi di risposte geniali che ci donano? Il cardinale Richelieu odiava Ugo Notte, il saldo migratorio significa che uno sconto va via, la bussola è stata inventata dai cinesi, quindi è di certo “tarocca”.

Potremmo vivere senza tutto questo? Senza i panini mangiati in segreto, senza i messaggini d’amore passati da una mano all’altra? Senza ji infiniti neologismi della loro fantasia? Domande retoriche.

I miei alunni direbbero ovviamente che si tratta di domande inutili: se si sa già la risposta, che quiz è?

E poi, di anno in anno, rivedo il timido, lo scaccolatore, il dormijone, il buffone, la gatta morta, il saccente, la pettegola: come in una straordinaria, gigantesca striscia di Linus. Classi esagitate, piene di vitalità, quasi indomabili. E ogni anno mi confronto con colleghi che mi dicono come sia scandaloso che tutto ciò possa accadere.

E mi rivolgono domande retoriche: ma noi eravamo così??

Si aspettano sempre che risponda: no, noi non eravamo così; noi eravamo saggi, educati, rispondevamo solo se invitati a farlo, non dicevamo parolacce, e, soprattutto, non ci muovevamo in continuazione.

Beh, non dico mai le cose che ho scritto adesso.

Io rispondo: sì, eravamo così. Ci annoiavamo, facevamo strafalcioni ortografici, eravamo irrequieti, mandavamo perfino bijettini ingiuriosi e pieni di volgarità.

Ma adesso siamo adulti; siamo diversi.

Basta guardarci ai collegi dei docenti: quelle assemblee dove nessuno ascolta il preside, e ognuno si fa palesemente i fatti propri; dove c’è chi parla male del collega X e della professoressa Y, dove c’è chi legge La repubblica e chi cerca di risolvere il sudoku; dove c’è chi parla delle prove Invalsi e c’è chi discute di quartieri disagiati; dove c’è un’immensa torre di Babele, e si cerca di non vederla; dove ci sono il timido, lo scaccolatore, il dormijone, il buffone, la gatta morta, il saccente, e la pettegola.

Soltanto un po’ più grandi, soltanto un po’ più stanchi.

 

Come Teti

Cari vertebrati,

quello che è stato scritto dopo la morte di Lucio Dalla ha ovviamente del patetico.

Ed è inevitabile, per me, credere che il tentativo di incasellare questo grande artista sia degno della lotta tra Peleo e Teti; la quale, prima di essere stata posseduta dal futuro padre di Achille, si trasformò in fuoco, acqua, leone e seppia. Trattasi, del resto, di antico stupro, ingentilito dall’afflato mitologico. Similitudine calzante rispetto a ciò che è accaduto al cantautore ad esequie ancora in corso.

Dalla era come Teti: sfuggente. Odiava la fissità, l’essere scontato, amava, invece fare il contrario di ciò che si aspettava la gente. Non sopportava le specializzazioni, coloro i quali sanno tutto di Ipazia, ma nulla sull’arte del cinquecento.

La sostanziale differenza tra il destino della nereide e quello dell’artista emiliano? Credo che ji sputasentenze dell’ultima ora, questi moderni Peleo, non siano riusciti nemmeno superficialmente a cojere chi fosse realmente il cantautore bolognese; e a possederlo.

Era cattolico? No, i suoi testi rivelano un anelito di ricerca personale che richiama l’approccio riformistico. Piuttosto era un luterano. Ma allora perché un funerale a San Petronio? E’ una cosa che non si comprende. Era omosessuale? No. Ha risposto spesso di non volere un marchio, ha sempre creduto che bisognerebbe fare l’amore “ognuno come ji va”. Nel 1979, in un’intervista al settimanale Lambda, Dalla dichiarò: “Ma veramente, spero che lo capisca: non mi sento omosessuale”. Poi aggiunse: “Mi sento pronto e disponibile a tutte le situazioni d’amore, di affetto, di amicizia, di sentimenti, di tenerezza”. Ma, infine, era almeno comunista? Forse lo era. O non lo è mai stato. O lo è stato sempre. Suo padre non era “il gran cacciatore di quaje e di fagiani”, era un altro. Anzi no.

Dalla era un autore colto; macchè ammiccante, popolare, facile.

Badate, vertebrati, siamo sempre di destra o di sinistra, borghesi o proletari, quieti o selvaggi, perfino buoni o cattivi. Facciamo vivere ji altri in rassicuranti gabbie concettuali.

Al tempo del fascismo i crudeli, quelli veri, sono stati i tedeschi, noi italiani eravamo tanto cari; non eravamo feroci, abbiamo solo ammazzato un Matteotti ogni tanto, violentato un’etiope ogni tanto.

Abbiamo bisogno di definire, rendere netti i confini del giudizio: quando cambia qualcosa trasecoliamo. Ma come? Quello era un impiegato e adesso fa il ballerino? Mario è diventato improvvisamente Maria? “A cinque anni avrei voluto essere un cane”, affermava Dalla.

La vita è troppo al di là dei nostri tentativi di recintarla, non c’è un solo cruciverba che sappia svelarne il mistero, le sfaccettature, l’insondabilità; la vita è “quel che non ha decenza né mai ce l’avrà, quel che non ha censura né mai ce l’avrà, quel che non ha ragione”, per dirla alla Chico Buarque De Hollanda.

La mia vita è di certo una, nessuna e centomila. Non so la vostra.

Quindi le mie più sincere felicitazioni alla Annunziata e a Busi, i quali sono riusciti, rigorosamente post mortem, a far confessare a Dalla ciò che aveva smentito con somma delicatezza e poesia: la sua inequivocabile omosessualità. Mentre lui sarà già fuoco, leone, ed infine seppia: un inchiostro indistinto nel piccolo stagno dei loro pensieri.

Quelli del palo

Cari vertebrati,

ricordo che quando la mia classe di terza liceo organizzò la tanto attesa festa della matricola, fui incaricato, per colpa di una maledetta monetina, di fare il sorvejante dei bagni. E’ stata una delle esperienze più gratificanti della mia vita: vedere ragazzi e ragazze che si strusciavano allegramente, mentre io respiravo le fetide esalazioni di centocinquanta giovani virgulti.

Quando giunse il momento di essere sostituito, ero ormai così impregnato di quel dolce olezzo, che le fanciulle mi schivavano come i presunti untori de La storia della colonna infame; è stato un po’ come rivivere la tragica vicenda della povera Carrie, personaggio generato dalla prolifica penna di Stephen King: soltanto che nel mio caso non s’è trattato di uno scherzo crudele, ma del solito sorteggio infame.

In realtà non ho mai avuto la grazia del ballerino, la mia postura non è particolarmente nobile, ed ho un piede che pare non avere alcuna voja di seguire l’altro: se anche le mie membra non concordano sul da farsi, immaginate i miei pensieri!

Ma ho avuto sempre un’adorazione per chi sa danzare; mi vengono spesso in mente i miei genitori quando vanno al circolo del mio paese: non si stancano mai di volteggiare, di disegnare curve aggraziate nella sala da ballo.

Se danno in tv film come Cappello a cilindro, Un americano a Parigi e perfino Tutti dicono I love you, non posso fare a meno di guardare, è più forte di me! Il tip tap finale di The artist lo trovo irresistibile, il passo allegro e scanzonato di Dorothy, accompagnata dall’Uomo di Latta, dal Leone Senza Coraggio e dallo Spaventapasseri, ne Il mago di Oz, lo trovo di una bellezza senza pari.

E poi noi siciliani abbiamo impressa nella memoria la scena del ballo tra Burt Lancaster e Claudia Cardinale ne Il Gattopardo di Luchino Visconti, proprio non possiamo farne a meno; cos’è il movimento del corpo se non lo smascheramento della sensualità di un popolo? Non per nulla ogni qualvolta si va verso sud i balli si fanno più sfrenati, o più sottilmente erotici: tango docet!!!

Insomma noi isolani vorremmo vedere le nostre donne danzare quasi “come le zingare del deserto con candelabri in testa o come le balinesi nei giorni di festa, o come i Dervisches Tourners che girano sulle spine dorsali o al suono di cavijere del Katakali”; le vorremmo vedere danzare così anche se non abbiamo mai visto le cavijere del Katakali e i Dervisches Tourners: solo per abbandonarci allo straordinario esotismo di Battiato!

Ma non c’è niente da fare, a me non resta che sognare e vaneggiare; come scrive Cercas, “quando la musica cominciava, quelli che sapevano ballare ballavano; quelli che non sapevano ballare, restavano tutta la notte attaccati al palo. Erano quelli del palo. Ovunque fossero, quelli del palo li si riconosceva subito, perché si vedeva lontano un mijo che morivano dalla voja di divertirsi ma erano terribilmente negati…La prima volta che andai a ballare lo feci con mio padre, che era un ballerino apprezzabile; uscendo, una volta finite le danze, mi guardò trattenendo le lacrime. – Fijo mio – mi disse – tu sarai sempre uno di quelli del palo.”

Cari vertebrati,

credo che anche mio padre, ancora adesso, pensando a come ballo, abbia i lucciconi.

Salamone scopre la terra

Cari vertebrati,

la cattiva coscienza è di frequente nascosta; rilegata nelle viscere della terra.

Nel film I dannati di Varsavia di Andrzej Wajda, ambientato nel settembre del 1944, un gruppo di insorti polacchi cerca di sfuggire ai nazisti, percorrendo le fogne della città: alcuni non vedranno mai la luce, altri sì, ma solo per morire fucilati.

E’ un film impietoso, lucido, ovviamente sotterraneo; tra la melma agonizza l’Europa, di quello che sarà di lì a poco sappiamo bene: una nazione piegata dall’ideologia stalinista.

Della Polonia ho visto Cracovia, e ho scoperto, tra le altre cose, la miniera di sale di Wieliczka: un’impressionante serie di gallerie che trasudano dolore; m’è parso di fare un percorso a ritroso rispetto a Ciàula: dalla luna a quello che era la vita di quei lavoratori: un’esistenza martoriata, confusa, serrata da un ritmo da bestie da soma.

Morivano nei crolli i minatori, chiusi in quella bara di roccia, diventavano ciechi a causa della polvere, avevano paghe miserrime, e bocche da sfamare. Adesso, per appagare il visitatore, c’è una grande chiesa realizzata con il sale, veramente suggestiva, e statue imponenti a rendere meravijosa la discesa. C’è un’archeologia del dolore in tutto questo, c’è un “mejo aji altri che a me”, un bieco compiacere il turista nel pensare di essere a Disneyland. Ci sono perfino i nanetti di Biancaneve realizzati col sale! Ma, nonostante ciò, si ha la certezza, andando in profondità, che sia giusto rendere conto di ciò che è stato.

A pochi chilometri di distanza c’è Auschwitz-Birkenau, ed è un altro tipo di sprofondo.

Certo c’è anche l’altra faccia della medaja, o del sottosuolo: Cracovia è piena di locali sotterranei, bellissimi, dove poter prendere una birra fresca; l’underground non è sempre luogo di memorie torbide ed inconfessabili. Eppure è strano pensare a quanto si è distanti oggi da quel che è successo, nemmeno tanti anni fa, a Marcinelle, in Belgio; è difficile accettare il fatto che in Sicilia non si sia fatto nulla per valorizzare l’importanza culturale e antropologica, avuta in passato, dalle cave di zolfo; è triste che nessuno abbia pensato di preservare le miniere affinché potessero dare almeno un’idea di quello che era il lavoro sfiancante ed atroce di tanti miserabili e “carusi”.

Certo la nostra isola è insuperabile in capacità di rimozione; sono morti centinaia di minatori nel nostro territorio, o hanno sofferto:

Scìnninu, nudi, ‘mmezzu li lurdduma/ di li scalazzi ‘nfunnu allavancati;/ e, ccomu a li pirreri s’accustuma,/ vannu priannu: Gesùzzu, piatati!…/ Ma ddoppu, essennu sutta lu smaceddu,/ grìdanu, vastimiannu a la canina,/ ca macari “ddu Cristu” l’abbannuna…

Sono versi di Alessio Di Giovanni:

Scendono, nudi, in mezzo alla sporcizia/ cadendo in fondo dalle scalacce;/ e, mentre si avvicinano aji spietratori/ vanno pregando: Gesù mio, pietà!…/ Ma dopo, essendo sotto quello sfracello,/ gridano, bestemmiando come cani,/ che anche “quel Cristo” li abbandona…

E’ sempre vero che è mejo interrare le verità scomode, pure a distanza di decenni: le miniere siciliane erano insicure, ma erano alla base della nostra economia e società.

Che sia un destino comune quello che aveva ipotizzato Wells ne La macchina del tempo? Una società di indifferenti ed efebici elfetti contrapposti a umanoidi rilegati in caverne, cunicoli, e gallerie? La pala per sotterrare ogni cosa è a nostra disposizione, ma il tradimento della memoria ci rende più fragili.

Da sempre c’è chi schiaccia e chi è schiacciato, da sempre c’è il conscio e l’inconscio.

Quant’è bella, in apparenza, la Sicilia; e che stomaco forte possiede: come mangia, digerisce, dimentica.

Fine primo tempo

Cari vertebrati,

questo è un post difficile da scrivere.

Sento di aver perso l’artista che più ha abitato le stanze del mio immaginario. Vorrei dire tante, forse troppe cose. Ho amato Lucio Dalla, e lo amo. E’ stato, con Battiato, il più anomalo dei cantautori. Si è sempre preso poco sul serio. Dopo Caruso, la canzone che lo aveva trasformato nel cantautore per eccellenza, aveva proposto Attenti al lupo: avrebbe potuto marciare suji allori della grandezza, e si è messo a giocare come i bambini; dopo ha scritto Henna, una sorta di gospel, un unicum nella nostra storia musicale.

Quante facce aveva Lucio Dalla? Quanti cappelli? Il basco di 4/3/1943, lo zuccotto deji anni d’oro di fine settanta e inizi ottanta, il panama di Felicità, il parrucchino di Puoi sentirmi?

E a quante feste ha partecipato Lucio Dalla? Dalle finte celebrazioni canore di Sanremo alle varie sagre della porchetta di un qualsiasi improbabile paesino; ha frequentato Berlusconi e Craxi, ma ha sempre votato P.C.I; o quel che poi ne è rimasto. E quanti duetti hanno visto protagonista Lucio Dalla? Da quelli con il principe De Gregori a Gigi D’Alessio, da sua maestà Ray Charles a Gianni Morandi, da Chet Baker a Michel Petrucciani, da Nino D’Angelo a Enrico Rava; quanto ha mescolato alto e basso?

Io ho la testa colma di ricordi: una vecchia cassetta che mandava le note di quella che, a mio modestissimo parere, è la canzone più bella che sia mai stata scritta in Italia: Com’è profondo il mare; le cuffie messe alle orecchie senza stancarsi mai di sentire Cara, Cuori di Gesù, Le rondini, Tutta la vita, Lunedì; l’attesa fremente all’uscita di un suo nuovo album.

Ho ji occhi pieni dei nostri incontri, di quando ji ho dato la mia tesi di laurea, incentrata sulle sue canzoni; chissà forse è nascosta dentro un cassetto di casa sua.

Il fatto è che lui non mi ha mai stancato. Mi è sempre piaciuta la sua voja di divertirsi, la sua costante presa in giro deji intellettuali: perfino la sua mancanza di vergogna, vera o finta che fosse, era stupenda.

Ha anche concepito canzoni non belle, ma se dovessi fare la mia lista delle cose per le quali vale la pena vivere di alleniana memoria, metterei certamente Lucio Dalla. Perché Dalla ha scritto almeno otto album d’indiscussa bellezza: Il giorno aveva cinque teste, Anidride Solforosa, Automobili, Com’è profondo il mare, Lucio Dalla, Dalla, Dalla Q-Disc e Viaggi organizzati. Ed almeno altri tre di ottimo livello: 1983, Henna e Angoli nel cielo. E al di là di tutto è chi mi ha emozionato di più; più di De Gregori, più di De Andrè, più di Conte, più di Battisti. Mi piaceva il suo scat, quel suo spiazzare l’ascoltatore che non comprendeva mai quale dei suoi pezzi avrebbe eseguito. Nei suoi testi c’era tenerezza, ironia, sarcasmo, gioia di vivere, e la sua musica era dentro le parole; non una guaina, non un rivestimento.

Non ci crederete, ma quando accendevo il computer, ogni giorno, andavo sul sito del cantautore bolognese per vedere che novità tirasse fuori dal cilindro; ogni mattina che Dio mandava in terra c’era un pensiero, anche brevissimo, dedicato a questo folletto.

Dalla è stato attore, regista, gallerista, ha creato le colonne sonore di film di Antonioni, Avati, Verdone, Monicelli, D’Alò. Dalla è stato lo scopritore di Carboni, Ron, Bersani, ji Stadio. Dalla è stato soprattutto un curioso. Un instancabile bambino. Uno che si metteva le dita al naso e subito dopo scriveva L’altra parte del mondo.

Uno che, nella canzone edita quest’anno, dichiarava che “anche se il tempo passa, e tu non sei più la stessa, vita, la voja che ho di te io non l’ho mai persa”.

Fellini diceva che Dalla è la storia del nostro paese, che uno come Dalla lo si sarebbe potuto tranquillamente vedere accanto a Garibaldi; lo amava così tanto da inserire tre suoi sosia in Ginger e Fred; lo amava così tanto da andare sempre ai suoi concerti a Roma, pur addormentandosi inevitabilmente dopo il secondo brano. Mi piace pensare che adesso stiano sognando lo stesso sogno.

Ciao Lucio,

ti ho visto alla Fnac di Milano, per l’ultima volta. Travajo presentava quella che tu avevi chiamato una “scompilation”: cioè una raccolta di brani meno conosciuti; anche lì avevi sostenuto che la morte è solo la fine del primo tempo. Sarà. Ma non saprai mai quanto mi mancherà non aver finito di vedere uno dei più bei film della mia vita. Il tuo.

 

 

Un barbarico YAWP

Cari vertebrati,

chi non ha mai sognato di far risuonare sopra i tetti del mondo un barbarico YAWP? Come mai abbiamo paura di questo nostro furore che viene dal profondo? Perché dobbiamo confinare la follia in luoghi d’ombra?

Se si vede qualcuno ondeggiare, digrignare i denti, mutare di colpo espressione; se si scorge qualcuno che fa qualcosa d’imprevisto in metropolitana, che fa ripetutamente un gesto, scatta il consorzio dei razionali. Ci teniamo a distanza, abbiamo il timore che ciò che non riusciamo a decodificare possa esondare, bagnarci, annegarci. E sì che “il pensiero è come l’oceano, non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare”, canta Lucio Dalla. E sì che spesso l’andare fuori dal seminato ci ha regalato il genio.

Il pazzo è un individuo al di fuori deji enunciati, della concatenazione logica, del meccanismo precostituito; il matto smonta le nostre certezze, pezzo per pezzo, e ci dona il senso di un dolore metafisico.

La malattia mentale, quella non istituzionalizzata, quella non osservata da psicanalisti e psichiatri, quella che sfugge al giudizio del patologo, incute paura perché ci mette in discussione, fa saltare i paletti, smaterializza e frammenta la nostra autocoscienza: io sono la ballerina, il prete, colui il quale batte le mani a caso, l’assassino e il santo; io sono colui che dice, ma priva di realtà le parole; io sono lo squarcio del sipario che svela ciò che si cela al di là della finzione. Artaud sosteneva che “bisogna spezzare il linguaggio per toccare la vita”.

Il comico è folle; il dadaista è folle; il surrealista è folle; smontano, rimuovono, vanno oltre il fossato delle categorie concettuali canoniche. C’è un grido, in letteratura, che è come una revolverata; si trova ne L’urlo e il furore di Faulkner.

Benjamin Compson è un ritardato mentale di 33 anni, basta che il percorso di un carro sia asimmetrico perché eji urli: è il momento in cui il cosmo scopre la propria inabissata verità.

Basaja, e mille altri, hanno sostenuto la necessità di tutelare coloro i quali bruciano (inconsapevolmente?) l’idea di un Dio autoritario, di un potere prevaricatore, di un pensiero castrante; semplicemente perché sono più lontani di tutto questo. Basaja, e mille altri ancora, hanno curato in maniera differente coloro i quali, cito De Gregori, “dentro alle chiese ci vanno a fumare” come “centinaia di sigarette davanti all’altare”. Hanno dato loro la possibilità di spezzare la ruota del criceto; senza dover rompere il vetro di una solitudine indiana.

Cari vertebrati,

vi lascio come un nano (sono 1 metro e 68 centimetri!), sulle spalle dei giganti: Van Gogh, (schizofrenico?): “Non saranno mai i medici a spiegarmi come devo dipingere”. Dostoevskij, (un demone?): “Non ci si può convincere del proprio buonsenso chiudendo un altro in manicomio”.

P.S. Yaaawwwwwwwwwwwwwwpppppppppppppppppppp!!!

Cemento volere semper

Cari vertebrati,

proprio non capisco questa persecuzione continua nei confronti del cemento!

Io non riesco nemmeno a pensare ad una città come Milano senza questo prezioso elemento: non sarebbe più lei! Immaginate lo schifo di dover vedere continuamente colori diversi: il giallo dei fiori, il marrone dei tronchi, il verde delle fronde, il blu dei laghetti e dei ruscelletti. Ci si potrebbe realmente convincere che la campagna lombarda sia così, e se ne avrebbe una delusione non da poco!

Perché attorno a Milano c’è Milano, e attorno alla Milano che circonda Milano, c’è un’altra Milano. Ed hanno fatto bene. Non esistono più periferia e campi; è tutto di un bel grigio uniforme: l’uomo si abitua alla monotonia della vita lavorativa, alla mancanza d’interessi, e, di conseguenza, vive mejo.

I bambini non sorridono in mezzo al catrame: le betoniere non suscitano ilarità; invece se i pargoli fossero incuriositi da animaletti vari, comincerebbero ad essere troppo allegri, e ji strepiti finirebbero con il disturbare le sacre faccende urbane. La monotona patina dell’urbanizzazione viene interrotta, com’è giusto che sia, soltanto dai manifesti pubblicitari. Ji slogan accendono la fantasia della gente come non mai: “Se la vuoi, la prendi!”, “Brivido felino, un vero miao dalla tua gatta!”, “Vai veloce, sii feroce…”.

Il popolo cittadino torna a casa senza inviti al consumo che non siano di tipo erotico-materialistico, va al supermercato, e si commuove davanti allo scatolame: è tutto così colorato! E, nonostante ciò, simmetrico e ordinato!

Io abito nel quartiere Isola: dalla mia piazza si possono vedere e apprezzare palazzi avveneristici, architetture conturbanti, strade avvolgenti. “Là dove c’era l’erba ora c’è una città” canterebbe con mestizia il Molleggiato…non sa cosa si perde…è bello uscire la mattina e vedere grigio, lavorare nel grigio, tornare a casa nel grigio; non hai alcun pensiero che non sia grigio, i daltonici non vengono discriminati; e l’unica cosa che si staja all’orizzonte è il semaforo: infatti il traffico a Milano è piuttosto regolare.

Chi è, con Jannacci, il cantautore più rappresentativo del capoluogo lombardo? Giorgio Gaber. E che spettacolo ha portato in scena per tanti anni? IL GRIGIO! E stiamo parlando di un fantastico artista! Che fosse un titolo dettato dallo scoramento? Mi rifiuto di crederlo… viva il cemento! Questo sì che significa edificare una nazione su solide basi!

In Sicilia addirittura ci sono autostrade che finiscono nel nulla, palazzi incompiuti, ospedali non terminati; anche da noi, per fortuna, hanno capito: c’è bisogno di cemento. E chi, invece di pensare in grigio, ha pensato a colori, è stato subito messo dentro al calcestruzzo: per vedere grigio in eterno.

I soliti polemici diranno che è stupido realizzare condomini, se poi rimangono inabitati; che considerazione insensata: intanto hai un bel palazzone da ammirare! Solo quel sovversivo di Jacona, con il suo insulso programma, può sostenere che sotto ci sia del marcio! Un grattacielo non potrebbe reggersi, se sotto ci fosse del marcio, è così ovvio! Mi vergogno quasi a sottolinearlo…

Amati vertebrati,

spero che non abbiate mai la sfortuna di abitare circondati dalla natura; ricordate sempre il giusto monito del nostro Giacomino nazionale: la natura non rende mai quel che un tempo ha promesso.

Il cemento sì, soprattutto ai costruttori.

 

Inferno

Cari vertebrati,

potrei decantarvi le grandi virtù delle saune, ma farei un torto a me stesso.

Questi graziosi, salubri ambienti mi hanno sempre riservato amare sorprese. Non ci credete? Godetevi il mio ultimo viaggio in terra tedesca, con una puntatina alle terme Taunus, il cui nome avrebbe già dovuto incutermi timore.

Dopo una serie di inappuntabili semafori, io e la mia fanciulla arriviamo finalmente nel luogo tanto agognato, scendiamo dall’auto, prendiamo il gettone per l’ingresso, superiamo i tornelli, ci spojamo, e decidiamo all’istante di aggregarci ad altre persone: si assisterà, infatti, ad una misteriosa cerimonia nell’amena sala deji aromi. Entriamo, ovviamente nudi, e ci sistemiamo in fondo.

Un individuo chiude la porta, e sentiamo su di noi la forza dei 50 gradi come una spada di Damocle, sappiamo da subito di non avere alcuna via di scampo: se volessimo ripensarci e andare, dovremmo infatti passare sopra cento corpi, e forzare con impeto la serratura.

Inizia il rito, ed io percepisco una certa tensione, mi manca da subito il respiro: un omaccione fa risuonare un grosso recipiente in rame, facendolo girare in mezzo alla gente; comincio immediatamente ad avere una sudorazione imbarazzante, la mia ragazza è abituata alla mia traspirazione, ma la vicina sulla destra no: si gira, mi guarda, e ha un evidente moto di disgusto. Nel frattempo mi accorgo che i recipienti sono dodici, in ordine decrescente, ed io sono già in crisi cardiorespiratoria.

La cerimonia inoltre è noiosissima, all’emissione del suono segue semplicemente la rotazione di un asciugamano bagnato, dimodoché circoli l’aria. Al decimo colpo sull’ennesimo recipiente, io e la mia compagna ci teniamo forte per mano, nella speranza di farla franca; ormai somijo ad un Dalì d’annata: vedo le mie mani liquefarsi, i miei peli diventare simili ad inchiostro, e il mio naso sbrodolare; una signora ansima penosamente, un ragazzo parla in aramaico. C’è anche gente che finge di meditare, ma io so che intimamente sta pregando, so che sta dicendo tra sé e sé: Signore non farci morire arsi vivi, come un’aragosta qualsiasi!

Vedo perfino il cerimoniere trasformarsi in Caron dimonio, e fustigare i dannati che cercano scampo.

Finalmente l’omaccione si risolve a concludere il rituale, e apre la porta. Ma la porta è stretta, e tutti noi abbiamo ormai pochi minuti di sopravvivenza, cerchiamo di salvarci, ma la calca ci calpesta, ci maltratta, ci tritura. Un anziano non regge, e cade come corpo morto cade. Usciamo a riveder le stelle: come dei sopravvissuti ci abbracciamo, quasi piangendo.

Decidiamo di rinfrescarci, e andiamo a fare un tuffo in piscina: in questi frangenti non porto né occhiali né lenti a contatto, quindi sono quasi completamente cieco. Prima di calarmi in acqua, mi pare di vedere scritto “Stige” su un’insegna: faccio una nuotatina, vedo avvicinarsi la sagoma della mia compagna, e vengo preso dal desiderio impellente di essere romantico, ormai è a pochi centimetri, le schiocco un bacio da ridottissima distanza, ebbene non è lei!, sembra più che altro un boscaiolo, una specie di vichingo, lui si accorge del mio gesto, ed io penso che, questa volta, è proprio la fine, che adesso mi prenderà per i capelli, e mi annegherà, aizzato da una pervicace omofobia. Immagino già di dover scontare la mia pena futura correndo nudo sul sabbione rovente di dantesca memoria. Non accade nulla di tutto questo. So soltanto dirvi che, dopo aver ritrovato la mia bella, abbiamo cambiato attività a spron battuto.

Devastati da tanto relax, ne approfittiamo per stenderci un attimo su dei lettini. Dopo dieci minuti vengo svejato da un grugnito, e vedo una quarantina di occhi puntati su di me. Stavo russando pesantemente: una specie di mantra primitivo, fuoriuscito dalle viscere della terra, un gemito rockettaro alla Black Sabbath; con non poco imbarazzo decidiamo di uscire. Io sono un po’ provato, vorrei dire alla mia dolce metà di squajarcela, ma lei vuole assolutamente provare la sauna tibetana, ed io, per evitare brutte sorprese e flirt indesiderati, vado a recuperare le lenti a contatto, le metto e, com’è normale che accada, le lenti si accartocciano per il calore! Sento un dolore lancinante, urlo come una faina ferita, e corro via nel tentativo di tojerle: dopo essermi scartavetrato iridi e pupille, ci riesco. Esausto torno dalla mia compagna, con orbite oblunghe e venate di rosso (ormai somijo a Kermit dei Muppet!), e le dico che vojo riposare un po’; e poi scappare.

Mi stendo su una panca vicina al soffitto e parte un GONG! Non può esserci sala tibetana senza GONG: un suono selvaggio e atavico! Sorpreso da tanto rumore, alzo repentinamente la testa, e do un’agghiacciante craniata! A questo punto, tramortito e angosciato, prendo la mia lei e fuggiamo. Letteralmente.

Passo in mezzo ad alcuni peni che paiono batacchi, e ad altri che sembrano ciondoli, ad alcune vulve che paiono cime innevate e ad altre che sembrano selve oscure, e finalmente guadagniamo l’uscita. E’ l’unico guadagno della giornata: se questo è star bene, star male non è poi tanto atroce.

Cari vertebrati, perché non obbligare i gestori delle saune a scrivere all’ingresso una semplice frase?

LASCIATE OGNI SPERANZA, VOI CH’ENTRATE!

Sospetti

Cara Wislawa,

si fa così? Nemmeno il tempo di scrivere un post su di te, e mi lasci? Senza nemmeno un ciao? E avevamo scritto anche due poesie sullo stesso tema: sui curriculum, su come non riescano mai a raccontare la vita vera! E, a fine mese, parto per Cracovia: la città che t’ha visto morire!!

Sono soltanto casi, combinazioni? Ho il sospetto che non lo siano…

Come minimo dovrò recarmi alla tua tomba e chiedere venia per il post sulla cipolla; cosa non si farebbe per non risultare originale! Si parlerebbe male perfino de L’infinito di Leopardi, si direbbe che La commedia di Dante è un’opera mediocre, che è divina soltanto perché lo ha deciso Boccaccio.

Chiedo umilmente perdono! Sono uno stupidello! E’ una fortuna che Saviano abbia parlato di te a Che tempo che fa, e la gente sia corsa in libreria a leggerti…Chi eri? Non soltanto la Szymborska, qualcosa mi porta a credere che tu sia stata un angelo dimissionario, come quelli de Il cielo sopra Berlino: hai rinunciato alla tua immortalità per diventare una foja; hai scambiato il tuo cielo con la nostra esistenza; ci hai fatto intuire la bellezza della parola, l’incanto di un addio, la scoperta incredula di un fijo; hai toccato, annusato, veduto, sentito, gustato come noi non siamo mai riusciti a fare. Tutto quello che hai descritto è come se fosse stato descritto per la prima volta.

Luogo comune mi suggerisce di rivolgerti le seguenti parole: Sono sempre i mijori che se ne vanno! A noi non resta che guardare il loro lascito…

E tu di versi stupendi ne hai lasciati; tra i tanti, ce ne sono alcuni che adoro, parlano di come la vita sia più forte di tutto.

E quindi, un regalo per i miei amati vertebrati: Sulla morte, senza esagerare.

Non s’intende di scherzi,/stelle, ponti,/ tessitura, miniere, lavoro dei campi,/ costruzione di navi e cottura di dolci./ Quando conversiamo del domani/ intromette la sua ultima parola/ a sproposito./ Non sa fare neppure ciò/ che attiene al suo mestiere:/ né scavare una fossa,/ né mettere insieme una bara,/ né rassettare il disordine che lascia./ Occupata ad uccidere,/ lo fa in modo maldestro,/ senza metodo né abilità./ Come se con ognuno di noi stesse imparando./ Vada per i trionfi,/ ma quante disfatte,/ colpi a vuoto/ e tentativi ripetuti da capo!/ A volte le manca la forza/ di far cadere una mosca in volo./ Più di un bruco/ la batte in velocità./ Tutti quei bulbi, baccelli,/antenne, pinne, trachee,/ piumaggi nuziali e pelame invernale/ testimoniano i ritardi/ del suo svojato lavoro./ La cattiva volontà non basta/ e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni/ è, almeno finora, insufficiente./ I cuori battono nelle uova./ Crescono ji scheletri dei neonati./ Dai semi spuntano le prime due fojoline,/ e spesso anche grandi alberi all’orizzonte./ Chi ne afferma l’onnipotenza/ è lui stesso la prova vivente/ che essa onnipotente non è./ Non c’è vita/ che almeno per un attimo/ non sia immortale./ La morte/ è sempre in ritardo di quell’attimo./ Invano scuote la manija/ d’una porta invisibile./A nessuno può sottrarre/ il tempo raggiunto.

Non sono parole straordinarie, affezionati lettori? Non sentite serpeggiare la verità tra ji spazi vuoti? Dopo aver letto questa lirica mi sento sempre come il Razumìchin di Delitto e castigo, la notte in cui, ubriaco, conosce la sorella del protagonista: mi verrebbe voja di premere con forza il braccio della bellezza, di straparlare, di buttarmi giù da qualsiasi scala, a capofitto, pur di fare un servigio all’amore. E farei tutto ciò senza vino, senza la bevanda che Prevert chiamava “il buon Dio che ti scende in gola con calzoni di velluto rosso”, semplicemente con la consapevolezza di essere parte del mio tempo.

Eh sì, la vita è realmente più forte di tutto; così questo post, nel salutare la grande poetessa, abbandona ogni sospetto, e non piange nemmeno un po’: con o senza cipolla.

Si dà il caso che io sia qui e guardi./ Sopra di me una farfalla bianca sbatte nell’aria/ ali che sono solamente sue,/ e sulle mani mi vola un’ombra,/ non un’altra, non d’un altro,/ ma solo sua./ A tale vista mi abbandona sempre la certezza/ che ciò che è importante/sia più importante di ciò che non lo è.

Ciao Wislawa, ci sono cose più importanti che morire…

 

Madunina e Marunnuzza

Cari vertebrati,

i viaggi non si somijano mai, come le famije infelici.

Quando mi sono trasferito in Lombardia, soprattutto durante i primi anni, viaggiavo sulla Freccia del Sud: il treno che partiva da Agrigento per arrivare a Milano; e credetemi, di volta in volta, era un’esperienza diversa.

Poteva accadere di trovarsi di fronte ad un signore che portava ai fiji ogni ben di Dio: pecorino, olio, salsicce, olive nere, addirittura pane; e non c’era verso di rifiutare e non assaggiare quello che aveva con sé. O capitava di dormire con uomini dai calzini bucati, immersi in un tanfo indimenticabile: qualcosa tra il sudore e la sporcizia. Assai difficilmente ji scomparti erano puliti. C’erano sempre dei quadretti del 1960, attaccati alle pareti, in cui si vedevano le stazioni di Torino, o Firenze. Altre volte ci si ritrovava ad affrontare dei dialoghi malvolentieri (ed io sono un logorroico!), con signore che parlavano, parlavano, e poi parlavano.

Eppure quel treno, e in particolare quella tratta, era l’Italia. Si vedeva scorrere una varietà di paesaggi straordinaria, s’incontrava un’umanità varia, quasi feroce, selvaggiamente viva. A Napoli ci si chiudeva dentro perché si aveva paura dei furtarelli: durante la notte si portava la mano ai soldi, non si poteva mai sapere!

Se i viaggi da Sud a Nord erano colmi d’aspettative per quello che ti sarebbe accaduto, per le novità che la tua vita ti avrebbe riservato, quelli da Nord a Sud erano pieni di struggimento. Che tuffo al cuore quando si arrivava a Villa San Giovanni, e si attendeva il traghetto per la Sicilia! Che cosa straordinaria, quando si attraversava lo stretto, vedere l’altra madonnina, non quella di Milano, dorata e irraggiungibile, ma quella di Messina, lasciata lì a fendere le acque, a salutare i suoi fiji dispersi!

La gente, che dal treno saliva sul ponte a godersi un po’ d’aria, era spossata, perché la Freccia del Sud era sempre e inevitabilmente in ritardo. Infatti il sapido umorismo isolano si sprecava: “Chista è l’urtima vota ca pigghiu a Feccia do u Sud!”, “Partiu ca avia vint’anni e ora n’aiu sessanta!”, “Ccu u sceccu avissimu fattu prima…”.

Appena il treno s’inoltrava nella campagna, e si dirigeva verso la stazione di Leonforte (allora Pirato), si succedevano ji spazi incontaminati della mia provincia, un mare di verde (in primavera) e di giallo (in estate). Sarei potuto essere nel Far West, avrei potuto vedere d’un tratto arrivare i Pellerossa all’assalto della diligenza. L’atmosfera era rarefatta, irreale. Ero a casa.

Adesso viaggio in aereo; tutto è molto rapido, così rapido da non lasciare spazio nè al sentimento dell’arrivo, nè a quello della partenza. La Freccia del Sud non esiste più, è stata soppressa.

Trenitalia ha reso noto che non può più garantire la tratta, perchè non è conveniente, ed è come se avesse spezzato la colonna vertebrale del nostro paese; alla coesione nazionale non ha fatto cenno, ormai è una bestemmia, dell’idiozia di tajare i collegamenti in uno stato già spaccato in due non ha fatto parola, sarebbe potuta passare per un’azienda di inguaribili idealisti.

In Italia c’è un unico, lungo fiume che attraversa la penisola, corre sui binari, mescola passioni e avventure, ha creato e continua a creare quel po’ di cultura condivisa che ci fa essere italiani: prosciugarlo è una scelta insensata, che non può essere giustificata da nessuna necessità economica.

In una terra senza miracoli, la Madunina e la Marunnuzza si scoprono sempre più lontane.