Paese del silenzio e dell’oscurità

Cari vertebrati,

a cosa mi appoggio? Cos’è questo buio? Sento che c’è una fila di ragazzini che mi precede: timorosi, esitanti, in ascolto. Ci circonda un mondo incomprensibile; qualcosa di chiuso.

Cominciamo ad andare nell’ombra, percepiamo il suono di una voce, un contatto costante. Le pareti, finalmente, non sono un altrove, i polpastrelli ci aiutano ad aprire porte inusitate. Le orecchie è come se fossero enormi: conchije che propagano maree.

Quando abbiamo escluso tutto questo? Nell’attimo stesso di una nascita “normale”? Perché pare incredibile che adesso, senza poter vedere nulla, tutto ci appaia chiaro, come quando la pioggia si fa grande.

L’insicurezza, poco a poco, ci lascia; e l’abbandono ci fa vivere in parallelo, quasi volessimo deridere chi possiede ji occhi; per noi, qui e adesso, sono qualcosa di inutile. Piccoli piedi precedono i miei passi, qualche risata, che dapprima, per timore, non riusciva ad avere forza, adesso si sente: nuda, quasi impudica.

Intanto il mio tatto, da sempre trascurato, somija ad un idiota che chiede di Dio; non colgo nessuna delle forme che tocco; per me ci potrebbe essere un albero, un promontorio, persino un grido; l’urlo di qualcuno.

Chi ci guida è un non vedente, e comprendiamo che, per lui, questo luogo non ha alcun mistero; qui siamo noi ad essere i diversi, coloro i quali sentono il bisogno di una complicità che rassicuri. Siamo in questo abisso, in questa gola d’esilio, e ascoltiamo un tramestio liquido; poggiamo i piedi incerti su una barchetta, e che sia una barchetta siamo finalmente sicuri.

Adesso i miei studenti sono un trillo, un’eccitazione, un’onda. Stiamo oscillando, e non temiamo: abbiamo capito il gioco. La presa si fa più certa, comprendiamo che l’udito è un filo lungo le cose, non è ancora reciso dal tutto.

“Che bello professore!”, “Mi sta piacendo un sacco…”, “Altro che le sue lezioni!”, la nostra guida ride, di gusto. Ha il nostro rispetto, siamo nelle sue mani. E’ il capo, mostra la strada.

Giungiamo in una stanza che sembra enorme, tastando il muro, iniziamo a sfiorare qualcosa: “E’ frutta!”, annuncia il nostro Virgilio, “cercate di capire se sono mandarini, o pesche, o kiwi…”.

I miei alunni sono eccellenti, indovinano sempre; io mi dimostro un pessimo esploratore dell’ignoto, non riesco proprio a comprendere cosa stia toccando. Non so se ciò che rigiro tra i palmi sia una noce di cocco, o un’albicocca non ancora matura. Ormai è ora d’andare.

Usciamo, ci investe una luce intensa, gradatamente recuperiamo la capacità di distinguere l’ambiente che ci circonda. Il nostro capofila, illuminato da subitanea compassione, ridiventa soltanto un cieco; uno dei tanti. La mia classe ha concluso il percorso attraverso il buio.

Salutiamo il non vedente, che, pochi istanti prima, era salvezza e àncora; rientriamo a scuola. Chiedo qualche riflessione sull’esperienza appena vissuta.

Un ragazzino si alza: “Prof, mi sono troppo divertito, è una fortuna nascere ciechi.”

Per un attimo, soltanto per un attimo, torniamo tutti a vedere.

 

Seconda stella a destra, terza a sinistra…

Cari vertebrati,

ebbene lo ammetto: sono un grillino.

Esco allo scoperto, faccio coming out elettorale, e, vi garantisco, non lo rivelo per cavalcare l’onda dell’inatteso successo; anzi tendo a precisare che la mia posizione su Ctzen è probabilmente minoritaria; conosco una persona che piuttosto che votare il comico genovese si farebbe strappare le unghie dei piedi.

Detto questo, posso dichiarare tranquillamente che il movimento 5 stelle non è soltanto Beppe Grillo; sarebbe ingiusto e assurdo sostenerlo. Ultimamente mi pare addirittura che quest’ultimo sia da considerarsi soltanto una figura ingombrante, se non imbarazzante.

Prendiamo, a mo’ d’esempio, la battutaccia sulla mafia, la quale strangolerebbe meno del governo; probabilmente era una provocazione, ma non rientra tra quelle intelligenti. Il Beppe nazionale, con i suoi vaffanculo e i suoi psiconano, rischia di oscurare ji elementi di vera innovazione della sua proposta politica. E dovrebbe avere l’umiltà di accettare il confronto, che è il sale di qualsiasi società che si rispetti.

Ma ridurre Grillo e questa gente appassionata ad un gruppo di fanatici, dediti alla demagogia e all’improperio, non può che essere dettato dalla cattiva coscienza, o da un’incomprensione di fondo.

Seguo i grillini da tempo. Tra le loro tante idee spicca quella del controllo diretto del sistema democratico da parte del cittadino; un concetto antico, ma ormai distante anni luce dalla nostra realtà di elettori.

Abbiamo sempre più la percezione che chi dà il voto non possa realmente scejere, che i partiti siano solamente deji apparati slegati dalle esigenze popolari, che continuino a dimostrare di essere protesi superflue, frapposte tra la favola programmatica e la concreta azione amministrativa.

In questo contesto il movimento 5 stelle ha cercato di dare risposte differenti, che vanno oltre la diffamazione mediatica alla quale è quotidianamente sacrificato.

I grillini parlano di rispetto dell’ambiente, di sostenibilità, di trasparenza nella gestione pubblica, di svecchiamento della classe politica, di attenzione nei confronti di ciò che rende veramente l’Europa un continente all’avanguardia; si sente, in loro, il tentativo di fare della rete, di internet, una nuova agorà; forse non vi incontreremo Socrate, ma potremmo stupirci nello scoprire qualcosa che riguarda finalmente il futuro, che tratta (addirittura!) della tutela dei nostri fiji.

Ma non c’è niente di nuovo, puntualizzerete voi.

Ma nessuno dice le cose dette da Grillo con la stessa convinzione, con la stessa indignazione, con la stessa verità. Una delle sue sacrosante invettive? Quella contro la Tav. Siamo sicuri che sia necessaria? Non mi basta sapere che l’appoggio al progetto è trasversale, e va da destra a sinistra. Anzi è un ulteriore motivo di sospetto.

Nel frattempo ji altri duri e puri, quelli della Lega, si leccano le ferite: la ladrona s’è spostata a Nord, travestita da Alberto da Giussano, per ribadire il suo rango di Roma capitale.

C’è rimasto solo il premier a dare speranza.

Ma pur ritenendo Monti una persona onesta, ho la sensazione che sia eccessivamente imbrijato nei dettami dell’asse franco-tedesca, per riuscire ad arginare questa agghiacciante situazione economica, con soluzioni che siano diverse da una feroce tassazione.

In questo momento di sconforto, c’è la rinuncia perfino a “questa parvenza di vita”, per dirla alla Sgalambro; c’è soltanto questo tornado di suicidi che vede coinvolti giovani e imprenditori.

Sento la necessità di un cambio repentino, di uno scarto, di una scossa tellurica. Queste amministrative dimostrano che altre persone la pensano come me.

Il movimento 5 stelle può farsi portavoce della necessità di ristabilire il primato della persona sulla finanza, e non è una battaja da poco. Spero che riesca a farlo prima di vendere l’anima al diavolo; assuefacendosi al compromesso, o alle bustarelle sotto banco.

Prima o poi lo fanno tutti.

Scriverebbe Roversi che è il potere stesso ad offendere.

Seconda stella a destra, terza a sinistra… e poi dritto, fino al mattino…poi la strada la trovi da te… porta alla penisola che non c’è…

Match point

Cari vertebrati,

il mio rapporto con lo sport è molto complesso, anzi direi complessato, e si esplicita al mejo nell’assistere alle partite in tv, spaparanzato sul divano, magari con frittata di cipolle, birra, e rutto libero alla Fantozzi; suggerendo continuamente all’Iniesta o al Gattuso di turno, con l’implicito livore del fallito, la mijore posizione da tenere in campo, il movimento corretto da eseguire, e quale passaggio illuminante si sarebbe dovuto fare.

Sono un atleta che si muove quasi esclusivamente in orizzontale, da quando, nella solita partitella a calcetto “maschi contro femmine”, nell’inseguire una fanciulla, rapida come un corteo funebre, ho avuto uno stiramento al polpaccio.

In quell’istante, mentre mi massaggiavo dolorante, non ho potuto fare a mano di passare in rassegna la mia carriera agonistica, ed ho realizzato che è stata essenzialmente agonizzante.

Fin dai tempi in cui ho tentato di giocare a calcio, e sono stato preso a pedate al posto del pallone, sin dall’epoca in cui mi sono messo alla prova con la pallavolo, ed essendo alto un metro e un soffio di vento, mi confrontavo, unico tra tutti, sempre e soltanto con il muro; senza avere mai avuto la soddisfazione di batterlo, peraltro.

L’unico sport in cui ho avuto un certo successo è stato il tennis. Perché a Leonforte, nel momento in cui qualcuno veniva sconfitto al primo turno, si organizzava, per raggranellare altri danari, il torneo deji eliminati al primo turno; e quindi avevo la possibilità di disputare almeno due match nell’ambito della stessa competizione.

Ricordo ancora che, quando stavo per accingermi a disputare la prima sfida della mia carriera, mio padre volle assumersi il ruolo di allenatore: mi fece trovare, alla mattina, una spremuta d’arance, mi massaggiò in maniera gajarda le spalle, mi diede una serie di suggerimenti su come demolire l’avversario, e mi accompagnò saltellante e gioioso ai campetti.

Dopo aver visto come giocavo, forse pensando al corso pagato a sue spese, decise di andar via, e non lo rividi più nelle vesti di mister.

Credo che lo avessero lasciato perplesso le duemila palle spedite al di là di qualsiasi orizzonte, il mio servizio che possedeva la forza di un malato terminale, e la mia ostinazione nell’utilizzare il rovescio; anche quando nessuna mente normodotata se ne sarebbe avvalsa.

O forse la goccia che, quel giorno, ha fatto traboccare il vaso paterno è scaturita dalla deprecabile vicenda della pallina scomparsa.

Ero lì lì per risalire la china, dato che perdevo 5 a 1, ed eravamo sul 40 a 0 per l’avversario, quando, con una balzo felino, mi ritrovai a rete. Giunse la pallina, svojata: avrei fatto il punto che attendevo da un’ora; la colpii con somma grazia e…quella stronza sparì!

Cioè la vedevano tutti tranne me, la scorgeva l’arbitro, mio padre, che cercava di farmi segnali d’intesa, perfino una signora che si trovava di passaggio. Ma io no. Giravo su me stesso, osservavo attentamente, volgevo lo sguardo ovunque; mentre ormai il pubblico pareva godersi il mijor film di Buster Keaton.

Finalmente ebbi un’illuminazione, guardai la mia racchetta, nella speranza che non si trovasse laddove sospettavo: e invece sì, s’era incastrata nel foro tra l’impugnatura e il piatto!

In maniera alquanto discutibile il direttore di gara decise di concedere il punto allo sfidante, ed impedì la mia ovvia rimonta.

Dopo quell’episodio ho frequentato lo sport con costante diffidenza: l’ultima volta, dopo l’infortunio narratovi all’inizio, è toccato allo squash.

Ma lo squash non è altro che un riassunto delle mie sconfitte sportive: ci sono i muri contro i quali mi confrontavo ai tempi del volley, c’è l’odiata racchetta della derisione tennistica, e, dato lo spazio esiguo, ci sono le randellate alla testa e al culo, già ricevute quando giocavo a calcio. Il tutto condito con l’ennesimo match point: per l’avversario, ovviamente.

Cari vertebrati,

d’ora in poi chi vorrà giocare con me, dovrà passare sul mio cadavere.

Beh, in sostanza, è la stessa cosa.

 

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Cari vertebrati, in piazzale Cadorna, a Milano, c’è un’opera imponente: Ago, filo e nodo di Claes Oldenburg. A me pare uno scherzo che sia lì: dovrebbe esaltare il ruolo del capoluogo lombardo come epicentro della moda; ma, ecco, c’è quel [...]

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Cari vertebrati,

proprio non riesco a resistere alle classifiche! In questo sono simile a Nick Hornby!

Quindi, quando ho letto il post deji esimi colleghi Asterischi, non ho potuto fare a meno di pensare a quali film mi hanno fatto più paura fino ad ora; o che ho amato di più tra ji horror.

Dunque… L’esorcista di Friedkin, per lungo tempo, non sono riuscito nemmeno a guardarlo, perché a me basta percepire il rumorino in solaio delle prime scene, per avere un soprassalto, una sensazione preinfartuale.

Il primo tempo è atroce, dato che non si vede niente, ma si suppone tutto; come quando sai che una storia d’amore sta per finire: la tua donna non ti ha detto nulla, ma nell’aria serpeggia un certo presentimento.

Quando la protagonista rivela occhi vitrei, storce il collo, e parla in aramaico, per me il peggio è già passato.

A tal proposito mi ricordo ancora quando realizzarono la riedizione del film con i 15 minuti mancanti del “passo del ragno”.

Mi trovavo in un cinema catanese, ogni tanto il pubblico sghignazzava, probabilmente per esorcizzare L’esorcista; l’apoteosi si raggiunse nel momento in cui, durante il secondo tempo, la protagonista rigetta dalla bocca un liquido verdastro: uno spettatore, ad alta voce, non riuscì ad esimersi dal commentare: “E cchi ssi manciau, piseddi???”

Ovviamente da quel momento in poi l’horror si trasformò in comicità pura per tutti i presenti.

Da piccolo vidi con i miei cugini L’esperimento del dottor K di Neumann, che poi non è altro che il prequel involontario de La mosca di Cronenberg. Non mi terrorizzò tanto l’uomo che, a causa di una sfortunatissima fatalità, si ritrova con la testa di mosca, ma il piccolo insetto che, nelle sequenze finali, sta per essere divorato da un ragno; e chiede aiuto con la sua minuscola faccia di uomo.

Per giorni non riuscii nemmeno a sentire il rumore delle mosche, pensavo continuamente alla possibilità che una di loro mi chiedesse soccorso: ovviamente non sarei stato all’altezza di fornirjelo; probabilmente le avrei dato il colpo di grazia con il Baygon…

E il triciclo di Shining? Ne vojamo parlare? Anche se l’opera di Kubrick è sempre superiore ad uno specifico genere cinematografico, si vive nell’orrore: quel corridoio, quelle stanze, quella scritta al contrario??? REDRUM!!!

Da non perdere la versione doppiata in catanese dai fratelli Calì: veramente esilarante.

Poi è arrivato il momento dell’horror giapponese…Ringu e Ju-on, e dei remake americani The ring e The Grudge.

Soprattutto quest’ultimo ha causato notti insonni al vostro blogger: la scena in cui quella giapponesina, tanto graziosa e assatanata, si materializza nel letto della sua vittima?

Per giorni ho dormito con una corazza di cuscini, e con una versione della Bibbia di Gerusalemme, che mi è sempre parsa la più attendibile; ma avevo con me anche lo Engishiki, il testo sacro dello scintoismo: del resto il mostro era nipponico, e non si può mai sapere!

Ma io ho avuto, dalla notte dei tempi, una passione per il lato inquietante dell’esistenza.

Quando ero un frugoletto raccontavo a mia sorella di essere un vampiro, facevo finta di succhiare sangue che, in effetti, era ottima salsa di pomodoro, e cambiavo voce, rendendola più sgraziata e cavernosa.

Un mattino la mia vittima stava sognando la mia trasformazione in Nosferatu, e proprio quando nell’incubo stava per essere morsa sul collo, fu realmente svejata. Da chi? Ma da me, è ovvio! Non vi dico! Si mise a strepitare per la paura di vedermi così vero, ed io cominciai ad urlare in risposta al suo grido. Siamo rimasti immersi nel terrore per quasi un minuto.

Mi piacciono anche ji horror più ironici come La casa 2, o Creepshow. La scena della mano indemoniata che fa il gestaccio del dito medio, e dell’uomo che, nonostante un’igiene impeccabile, viene assalito daji scarafaggi, le trovo godibilissime.

Ma ci vorrebbero pagine, e non soltanto un post, per parlarne.

Perché poi c’è l’horror parascientifico di La cosa e l’horror fantascientifico di Alien, c’è il filone deji zombi e quello dei vampiri. E, tra ji attori del genere, c’è chi s’innamora talmente del proprio personaggio da farlo entrare prepotentemente nella propria esistenza: leggenda vuole che Bela Lugosi volle farsi seppellire da Conte Dracula, con tanto di mantello e canini affilati.

Ma bando alle ciance! Ecco la mia classifica:

1) L’esorcista: a parte i piselli, il demonio potrebbe esistere…

2) Shining: Il mattino ha l’oro in bocca, Il mattino ha l’oro in bocca, Il mattino ha l’oro in bocca, Il mattino ha l’oro in bocca, Il mattino ha l’oro in bocca, Il mattino ha l’oro in bocca, Il mattino ha l’oro in bocca

3) Rosemary’s Baby: forse il mio terrore nasce dal fatto che, se mio fijo mi somijasse, potrebbe essere realmente un mostro…

4) The Grudge: quanto mi fanno paura i capelli! Soprattutto quelli giapponesi…

5) La maschera del demonio: guardatelo; abbiamo avuto dei cineasti geniali in Italia, peccato che quasi nessuno li ricordi, lo faccio io: Mario Bava.

6) Non aprite quella porta: e chi la apre????

7) La notte dei morti viventi: cioè la vita dei nostri politici dopo le sette di sera.

8) La casa 2: divertente, macabro e immaginifico: sarebbe potuto essere un fumetto.

9) Il seme della follia: un Carpenter, a mio modo di vedere, non può proprio mancare.

10) L’esorciccio: io rido molto, ma come film è orrendo, quello che fa più paura!

 

 

 

 

Nouvelle vague

Cari vertebrati,

al cinema alcuni registi della Novelle vague amavano sedersi in prima fila.

Desideravano vedere per primi l’immagine del film proiettato, senza che venisse sporcata da altri sguardi. Alla fine della carriera, non so come fossero messi a cervicale, ma l’idea che stava alla base della pratica era snobisticamente geniale.

Così, per spirito di emulazione, ho guardato Romanzo di una strage alla maniera di Truffaut e di Godard. Ma ho sofferto più per il mio collo che per la tragica vicenda. Dunque d’ora in poi tornerò a vedere film già resi impuri da altri occhi. Me ne farò una ragione.

Nouvelle vague significa onda nuova. Di conseguenza per non perdere completamente i contatti con queji illuminati cineasti ho deciso di rinunciare alla prima fila, ma di rimanere in tema.

Che dietro ogni volto ci sia un uomo, parrebbe un concetto acquisito. Parrebbe.

Perché poi mi sono trovato a guardare Mare chiuso, l’ultimo documentario di Andrea Segre, e mi sono sorpreso a pensare che non è così. Che non lo sappiamo. Che non lo abbiamo ancora capito.

Noi, che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, come direbbe Primo Levi, abbiamo ascoltato la notizia del trattato di amicizia tra Italia e Libia, con una certa indifferenza. Quando dico noi, intendo la maggioranza: c’è sempre un’illuminata minoranza che ha lo sguardo più penetrante, che riesce a cojere quello che noi non intendiamo.

E’ del 6 maggio 2009 l’episodio che ha visto la condanna della politica dei respingimenti, nata dal suddetto accordo tra Berlusconi e Gheddafi, da parte della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo.

Il caso Hirsi, di cui si occupa il documentario, riguarda un’imbarcazione di 200 persone di nazionalità somala ed eritrea, intercettata a sud di Lampedusa: i migranti trasbordati nelle navi italiane, furono riportati a Tripoli, senza alcun soccorso, e senza alcuna possibilità di chiarire la propria condizione. Ma questa è meramente cronaca.

Perché, in fondo alle cose, senti il racconto di chi ha vissuto quei momenti drammatici: la storia di un padre che cerca ostinatamente di raggiungere la propria famija, ji aneddoti che riguardano le torture subite nelle carceri libiche: dai fili elettrici sul corpo, alle tenaje per schiacciare le dita, e ti metti, miracolosamente, nei panni deji altri.

E capisci, per l’ennesima volta, che le leggi riguardano l’uomo; che le regole non possono essere mai prese in considerazione nella loro astrazione, perché tatuano il cuore, la mente, e la pelle di persone. Di individui.

Di gente che percorre mijaia di chilometri attraverso il deserto del Sahara, che rischia ji assalti e le violenze dei predoni, che si affida a personaggi senza scrupoli che caricano, su improbabili gommoni, anche delle donne incinte; di gente che, quando è a un passo dal sogno (dal sogno, e non dalla felicità, attenzione), viene riportata all’inferno.

Noi non sopporteremmo, noi non potremmo sopportare. Lo abbiamo già fatto in passato, e ne abbiamo perso la memoria. Per noi il mediterraneo è Odisseo, Circe, Polifemo e Calipso. Al massimo una cartolina Valtur.

Per noi maggioranza, ribadisco: perché c’è sempre un Segre, una nouvelle vague, una minoranza dallo sguardo acceso, che vede il mare nostrum leccare carogne che un tempo furono persone.

E che affondano nell’imo della nostra ignominia da quinta o sedicesima fila.

Vitti ‘na crozza

Cari vertebrati,

quant’è bella la vecchiezza/ che si fugge tuttavia!/ Chi vuol esser lieto sia:/ del doman non c’è certezza.

Parafrasando la celeberrima poesia di Lorenzo De’ Medici, mi piace ribaltare uno dei concetti che più insidiano la cultura contemporanea: l’inutilità dell’anziano. Sento spesso dire che i nostri politici dovrebbero andare via per permettere un ricambio generazionale; questo sarebbe ovviamente auspicabile laddove il nuovo che avanza potesse rappresentare un mijoramento, ma noi, in Italia, abbiamo mille “Trota”.

I nostri rappresentanti politici andrebbero sostituiti non in quanto in età più che pensionabile, ma perché si sono dimostrati clamorosamente incapaci di proporre per la nostra nazione un’idea di rinnovamento sociale, amministrativo, e soprattutto morale.

Non è un caso che tutte le civiltà che ci hanno preceduto, abbiano sempre affidato all’anziano le decisioni più importanti: per la sua saggezza, la sua ponderatezza, la sua maggiore capacità di ascoltare le altrui motivazioni, il suo minore impeto nel prendere una qualsiasi decisione.

Questa considerazione, ad oggi, è venuta a mancare. Se solo guardassimo alla situazione politica potremmo credere che ji anziani siano rispettati e valorizzati, ma il vecchio ha ormai un ruolo di prestigio solo nell’ambito di una casta che fa di tutto per ancorarsi al potere.

Il vecchio è visto come una cassa di risparmio per i più giovani, abbandonato un po’ a se stesso, con pochissima assistenza da parte dello stato, accudito soltanto da meritevoli associazioni di volontariato.

Ricordo che, quando facevo parte dell’A.C.R., (sì, la stessa Azione Cattolica Ragazzi di cui parla in maniera non proprio esaltante, e forse non a tutti i torti, Zucchero Sugar Fornaciari!), andavamo in un ospizio a portare un po’ di allegria; i signori e le signore che vi risiedevano, ci raccontavano aneddoti gustosissimi, storie di cortili che si riempivano di voci di ragazzini, racconti di porte aperte tra le case, di gente che metteva a disposizione quel poco che aveva, pur di condividere momenti di convivialità; le esperienze vissute in passato riempivano i loro occhi di lacrime, e sommessa malinconia. Il nostro entusiasmo per queji incontri ci portava spesso a intonare, tra i brani tipici siciliani di chiusura, Vitti ‘na crozza che, per chi conosca almeno un poco il nostro dialetto, è la canzone più triste che si possa cantare in una casa di riposo.

Uno stralcio del testo, tanto per intenderci:

Si nni eru si nni eru li me anni
si nni eru si nni eru un sacciu unni
ora ca sugnu vecchio di ottant’anni
chiamu la vita e morti m’arrispunni

Se ne sono andati i miei anni/ Se ne sono andati non so dove /ora che ho ottant’anni/ chiamo la vita e morte mi risponde.

Eravamo proprio dei cretini; in buona fede, ma dei cretini.

Se l’isolamento tocca i giovani di adesso, immaginate cosa accade aji anziani. Proprio ora che ci si rintana in casa, proprio ora che ji spazi di condivisione si sono assottijati fino all’inverosimile, c’è la necessità di recuperare il valore dell’anzianità, di percepirla come formidabile risorsa, di sparijare le carte, di dire che invecchiare è anche bello, dignitoso, giusto; che la giovinezza, come sosteneva Pazzaja, è tutto il tempo che si ha davanti.

E ridare forza a quei visi straordinari: scolpiti da terre lontane, amori, fragili sogni.

Cosicché ogni anziano possa rispondere, al tempo del lifting, come una volta Anna Magnani rispose ad un truccatore: le rughe non coprirle, ci ho messo una vita a farmele venire.

 

United colors of Benetton

Cari vertebrati,

basta con ji stereotipi sui siciliani!

Questa atavica convinzione che riguarda la nostra inguaribile gelosia! Io non lo sono minimamente. O quasi. Sto per sposare una hostess, e le assistenti di volo, si sa, hanno sempre intorno piloti e stewards. Mediamente belli,  bellissimi, o folgoranti.

Ma io so bene che la mia donna non subirà minimamente il fascino della divisa, nè del denaro, nè del potere; la mia compagna vuole accanto una persona abbijata casualmente, povera, e che sia forte soltanto con dei ragazzi di dodici anni. Cosa volete che le interessi che io sia alto, rispettato, e sappia parlare quattro lingue? Nulla.

Perché, mentre è in volo, sa già che c’è un compagno che l’aspetta in un monolocale di 40 metri quadri, vista cemento, con un mutuo estinguibile nell’arco di tre secoli; lei è già atterrata, si sta riprendendo dalle fatiche del viaggio, sul bordo di una piscina a Dubai, e pensa a me; lei, pur di rigenerarsi, si sta facendo massaggiare da un beduino con il latte di cocco, e pensa a me.

A me che, intanto, sto girando da quattro giorni per locali, ad organizzare il nostro matrimonio, a me che parlo col fioraio, e mi scervello su dove collocare la zia Teresina.

Perché ogni famija ha una zia Teresina che non sarà mai contenta del suo tavolo alle vostre nozze, una zia Teresina che farà presente, in uno dei giorni più belli della vostra vita, che non è stato bello posizionarla vicino ai bagni, o alle casse dello stereo, o alla porta d’ingresso. Ma lasciamo perdere la zia…

Anche dopo, quando la mia dolce metà sarà in India, o a Cancun, o in Guatemala, sarò io a badare al nostro nido d’amore, sarò io a pulire i pavimenti, a stirare, e a preparare la cena. E vi garantisco, da siciliano moderno, sarò felicissimo di farlo. Sarò io a fare la spesa, sarò io a mettere ordine nell’armadio, sarò io l’angelo del focolare. E farò tutto questo con abnegazione e gioia.

Perché so benissimo che una spiaggia con delle palme, il sole, il vento tiepido che accarezza la schiena, porterà la mia donna a pensarmi. Nulla potrà distojerla da me: non lo sculettare di un mulatto, non la prestanza fisica di un danzatore, nè la gentilezza di un cubano dai denti bianchissimi.

Il nostro sarà un rapporto splendido! Lei mi parlerà della Grande Muraja ed io le racconterò di come Brambilla ha ruttato in classe, lei mi descriverà l’arte thailandese, ed io le dirò di come la bidella abbia da sempre più potere della preside.

Noi saremo, per tutti, un esempio di felicità, la dimostrazione di come una coppia che abbia interessi e lavori differenti sia più che soddisfatta: il mio colorito sarà verde metallizzato (sapete l’aria di Milano…), il suo ambrato tropicale, io sarò un ineccepibile casalingo, lei una donna intraprendente e tosta.

Altro che geloso! Io ho piena fiducia nella mia compagna, sennò non la sposerei! E poi, ne sono certo, avremo tanti bambini, tutti differenti: uno sarà nero, l’altro giallo, uno biondo, ed uno somijerà perfino a me.

United colors of Benetton!

Strange fruit

Cari vertebrati,

una sezione di carota somija ai nostri occhi, il pomodoro ha quattro camere interne come il cuore, le noci paiono un piccolo cervello, in inglese i fagioli rossi si chiamano kidney beans, dove kidney sta per rene, e le patate dolci richiamano la forma del pancreas. Insomma siamo alla frutta, o giù di lì.

Veniamo tutti dallo stesso albero.

Non è che Arcimboldo fosse tanto distante dalla realtà quando ci faceva il ritratto, avvalendosi di cipolle, porri e quant’altro. E poi tutti quei proverbi? Hai il naso rosso come un peperone, hai la testa vuota come una zucchina, sei caduto come una pera…e via dicendo…

Il perché di questo incipit? Ho conosciuto un fruttariano!!! Cioè uno che va al di là del vegetarianismo, oltre il veganismo!

Quando me lo ha fatto sapere il mio primo pensiero è andato a Spock della nave stellare Enterprise, o a E.T., l’extra terrestre, poi ho cercato di comprendere cosa possa mangiare un fruttariano, dunque… i frutti che cadono spontaneamente daji alberi sì, ji altri no, i fagioli e i piselli sì, ma alcuni di loro non lo fanno.

A questo punto non mi stupirebbe conoscere uno che si nutre d’aria, un ariano, uno di razza superiore insomma; ma comprendo anche che chi si fa i frappè, chi sventra e azzanna i fichi, chi pesta l’uva pur di essere, all’occasione, un po’ alticcio, ha fondamentalmente sete di vendetta: eravamo lì, bel belli, a goderci il paradiso terrestre, quando c’è venuta voja proprio del frutto proibito, e giù a soffrire e a penare!

Così, che sia fatta giustizia!, infilziamo la mela posata sulla capoccia di Gualtierino, usiamola perfino per far scoppiare la guerra di Troia! Sterminiamo anche la verdura!

Veniamo tutti dallo stesso albero. E adesso questo post si fa malinconico; perché noi europei importammo dall’America frutta mai vista, e ricambiammo con ombre nere, appese alla gola di Billie Holiday.

Lei che, quasi per caso, mi accarezza mentre scrivo:

Southern trees bear strange fruit,
Blood on the leaves and blood at the root,
Black bodies swinging in the southern breeze,
Strange fruit hanging from the poplar trees.

Pastoral scene of the gallant south,
The bulging eyes and the twisted mouth,
Scent of magnolias, sweet and fresh,
Then the sudden smell of burning flesh.

Here is fruit for the crows to pluck,
For the rain to gather, for the wind to suck,
For the sun to rot, for the trees to drop,
Here is a strange and bitter crop.

Ji alberi del Sud danno uno strano frutto,
Sangue sulle foje e sangue alle radici,
Neri corpi impiccati oscillano alla brezza del Sud,
Uno strano frutto pende dai pioppi.

Una scena bucolica del valoroso Sud,
Ji occhi strabuzzati e le bocche storte,
Profumo di magnolie, dolce e fresco,
Poi improvviso l’odore di carne bruciata.

Ecco il frutto che i corvi strapperanno,
Che la pioggia raccojerà, che il vento porterà via,
Che il sole farà marcire, che ji alberi lasceranno cadere
Ecco uno strano ed amaro raccolto.

Noi portammo da sempre il progresso, restituimmo il frutto al suo albero, meritammo comunque l’inferno.

Escamotage per eliminazione piattole

Cari vertebrati,

il tempo, non lo scopro io, sa essere eterno.

Un esempio? State tranquillamente passeggiando per la strada ed incontrate chi non avreste mai voluto incontrare: un noioso! Il noioso non è mai interessato a quello che accade nella vostra vita, bensì a sviscerare le sue banalità in un’interminabile serie di frasi insulse; è indigesto il contenuto ed è indigesta la forma di ciò che dice. Il tono della sua voce è rappresentabile graficamente con un elettrocardiogramma piatto, il volto non lascia trapelare un’emozione che sia una, ma questo tipo d’individuo ha dalla sua una deprecabile attitudine: non molla mai la presa.

Interrompere un dialogo con una di queste piattole è più difficoltoso che strapparsi un dente da soli, si può guadagnare terreno scostando progressivamente il corpo, per far comprendere che siete di fretta, che sì, vi dispiace, ma proprio avete altri impegni: dovete scappare. Ma la zecca propone, pensate un po’, di accompagnarvi! Non paga di avervi trattenuto per più di un’ora, un’ora parsa un secolo, un’epoca, tutti ji anni di Matusalemme, vi dice che le farebbe piacere farvi compagnia; e lo fa! Inevitabilmente, fatalmente lo fa! Vi si accosta, e percorre con voi la strada di casa!

Voi vorreste mettervi a correre, vorreste darle una craniata che le faccia perdere i sensi, vorreste svanire con il teletrasporto alla Star Trek, ma niente, non riuscite. Lei discute, ormai non cojete nulla di quel che dice, vi vedete invecchiati, decrepiti, senza forze; cominciate vijaccamente a sperare in Dio, a scomodare il cielo. Dentro di voi sapete che potrebbe accadere il miracolo: una pioggia di rane, una tormenta di cavallette che le divorino la lingua, ma è ancora al vostro fianco, prevaricatrice, indiscreta, opprimente.

Giungete sotto casa, e pensate che sia finita. Sognate di chiudervi dentro, e di piangere lacrime di gioia per la libertà riottenuta, e accade quello che non vi aspettate. Si autoinvita a casa vostra!

“Così prendiamo un caffè”, dice.

Voi adducete una sfilza di scuse per fare desistere la vostra interlocutrice, sostenete di avere la malaria, di convivere con uno schizofrenico, di aspettare l’idraulico; niente! La piattola, la zecca, la pulce riesce a non mollarvi. Voi ormai siete deji automi, avrete detto sì e no due monosillabi da quando l’avete incontrata, lei, a stento, è riuscita a riprendere fiato.

Quando avete finalmente deciso di ucciderla, vi saluta. Candidamente vi dice che ora purtroppo deve andare, e lo afferma come se fosse stati voi a sottrarle minuti preziosi. La vedete allontanarsi. Riscoprite di essere vivi. E pensate a quanta ragione avesse Bergson, quando disquisiva della soggettività del tempo; di quanto si possa allungare o accorciare come un elastico colorato.

E non vi stupite nemmeno, una volta rimasti soli, se in un articolo scoprite che chi è di casa all’Aquila vive un milionesimo di secondo in più rispetto a chi abita a Genova, che è sul livello del mare. Non rimanete perplessi nemmeno quando leggete che il tempo è un’invenzione, né più né meno dell’unicorno, del minotauro, della sirena.

E vi torna in mente che “non si regala l’intelligenza e la compagnia”, come sostiene Fossati; che si dovrebbe dire apertamente a chi ci tedia: Basta!

Vi chiedete che cosa si potrebbe fare per questi ladri di tempo…forse un sotterfugio ci sarebbe…forse si potrebbe bluffare, spostando ulteriormente le lancette dell’orologio…come un’illuminazione ricordate d’un tratto la battuta di Cuore: Scatta l’ora legale, panico tra i socialisti!

E pensate: se ha funzionato con loro…chissà…