Cari vertebrati,
a cosa mi appoggio? Cos’è questo buio? Sento che c’è una fila di ragazzini che mi precede: timorosi, esitanti, in ascolto. Ci circonda un mondo incomprensibile; qualcosa di chiuso.
Cominciamo ad andare nell’ombra, percepiamo il suono di una voce, un contatto costante. Le pareti, finalmente, non sono un altrove, i polpastrelli ci aiutano ad aprire porte inusitate. Le orecchie è come se fossero enormi: conchije che propagano maree.
Quando abbiamo escluso tutto questo? Nell’attimo stesso di una nascita “normale”? Perché pare incredibile che adesso, senza poter vedere nulla, tutto ci appaia chiaro, come quando la pioggia si fa grande.
L’insicurezza, poco a poco, ci lascia; e l’abbandono ci fa vivere in parallelo, quasi volessimo deridere chi possiede ji occhi; per noi, qui e adesso, sono qualcosa di inutile. Piccoli piedi precedono i miei passi, qualche risata, che dapprima, per timore, non riusciva ad avere forza, adesso si sente: nuda, quasi impudica.
Intanto il mio tatto, da sempre trascurato, somija ad un idiota che chiede di Dio; non colgo nessuna delle forme che tocco; per me ci potrebbe essere un albero, un promontorio, persino un grido; l’urlo di qualcuno.
Chi ci guida è un non vedente, e comprendiamo che, per lui, questo luogo non ha alcun mistero; qui siamo noi ad essere i diversi, coloro i quali sentono il bisogno di una complicità che rassicuri. Siamo in questo abisso, in questa gola d’esilio, e ascoltiamo un tramestio liquido; poggiamo i piedi incerti su una barchetta, e che sia una barchetta siamo finalmente sicuri.
Adesso i miei studenti sono un trillo, un’eccitazione, un’onda. Stiamo oscillando, e non temiamo: abbiamo capito il gioco. La presa si fa più certa, comprendiamo che l’udito è un filo lungo le cose, non è ancora reciso dal tutto.
“Che bello professore!”, “Mi sta piacendo un sacco…”, “Altro che le sue lezioni!”, la nostra guida ride, di gusto. Ha il nostro rispetto, siamo nelle sue mani. E’ il capo, mostra la strada.
Giungiamo in una stanza che sembra enorme, tastando il muro, iniziamo a sfiorare qualcosa: “E’ frutta!”, annuncia il nostro Virgilio, “cercate di capire se sono mandarini, o pesche, o kiwi…”.
I miei alunni sono eccellenti, indovinano sempre; io mi dimostro un pessimo esploratore dell’ignoto, non riesco proprio a comprendere cosa stia toccando. Non so se ciò che rigiro tra i palmi sia una noce di cocco, o un’albicocca non ancora matura. Ormai è ora d’andare.
Usciamo, ci investe una luce intensa, gradatamente recuperiamo la capacità di distinguere l’ambiente che ci circonda. Il nostro capofila, illuminato da subitanea compassione, ridiventa soltanto un cieco; uno dei tanti. La mia classe ha concluso il percorso attraverso il buio.
Salutiamo il non vedente, che, pochi istanti prima, era salvezza e àncora; rientriamo a scuola. Chiedo qualche riflessione sull’esperienza appena vissuta.
Un ragazzino si alza: “Prof, mi sono troppo divertito, è una fortuna nascere ciechi.”
Per un attimo, soltanto per un attimo, torniamo tutti a vedere.
