Inferno

Cari vertebrati,

potrei decantarvi le grandi virtù delle saune, ma farei un torto a me stesso.

Questi graziosi, salubri ambienti mi hanno sempre riservato amare sorprese. Non ci credete? Godetevi il mio ultimo viaggio in terra tedesca, con una puntatina alle terme Taunus, il cui nome avrebbe già dovuto incutermi timore.

Dopo una serie di inappuntabili semafori, io e la mia fanciulla arriviamo finalmente nel luogo tanto agognato, scendiamo dall’auto, prendiamo il gettone per l’ingresso, superiamo i tornelli, ci spojamo, e decidiamo all’istante di aggregarci ad altre persone: si assisterà, infatti, ad una misteriosa cerimonia nell’amena sala deji aromi. Entriamo, ovviamente nudi, e ci sistemiamo in fondo.

Un individuo chiude la porta, e sentiamo su di noi la forza dei 50 gradi come una spada di Damocle, sappiamo da subito di non avere alcuna via di scampo: se volessimo ripensarci e andare, dovremmo infatti passare sopra cento corpi, e forzare con impeto la serratura.

Inizia il rito, ed io percepisco una certa tensione, mi manca da subito il respiro: un omaccione fa risuonare un grosso recipiente in rame, facendolo girare in mezzo alla gente; comincio immediatamente ad avere una sudorazione imbarazzante, la mia ragazza è abituata alla mia traspirazione, ma la vicina sulla destra no: si gira, mi guarda, e ha un evidente moto di disgusto. Nel frattempo mi accorgo che i recipienti sono dodici, in ordine decrescente, ed io sono già in crisi cardiorespiratoria.

La cerimonia inoltre è noiosissima, all’emissione del suono segue semplicemente la rotazione di un asciugamano bagnato, dimodoché circoli l’aria. Al decimo colpo sull’ennesimo recipiente, io e la mia compagna ci teniamo forte per mano, nella speranza di farla franca; ormai somijo ad un Dalì d’annata: vedo le mie mani liquefarsi, i miei peli diventare simili ad inchiostro, e il mio naso sbrodolare; una signora ansima penosamente, un ragazzo parla in aramaico. C’è anche gente che finge di meditare, ma io so che intimamente sta pregando, so che sta dicendo tra sé e sé: Signore non farci morire arsi vivi, come un’aragosta qualsiasi!

Vedo perfino il cerimoniere trasformarsi in Caron dimonio, e fustigare i dannati che cercano scampo.

Finalmente l’omaccione si risolve a concludere il rituale, e apre la porta. Ma la porta è stretta, e tutti noi abbiamo ormai pochi minuti di sopravvivenza, cerchiamo di salvarci, ma la calca ci calpesta, ci maltratta, ci tritura. Un anziano non regge, e cade come corpo morto cade. Usciamo a riveder le stelle: come dei sopravvissuti ci abbracciamo, quasi piangendo.

Decidiamo di rinfrescarci, e andiamo a fare un tuffo in piscina: in questi frangenti non porto né occhiali né lenti a contatto, quindi sono quasi completamente cieco. Prima di calarmi in acqua, mi pare di vedere scritto “Stige” su un’insegna: faccio una nuotatina, vedo avvicinarsi la sagoma della mia compagna, e vengo preso dal desiderio impellente di essere romantico, ormai è a pochi centimetri, le schiocco un bacio da ridottissima distanza, ebbene non è lei!, sembra più che altro un boscaiolo, una specie di vichingo, lui si accorge del mio gesto, ed io penso che, questa volta, è proprio la fine, che adesso mi prenderà per i capelli, e mi annegherà, aizzato da una pervicace omofobia. Immagino già di dover scontare la mia pena futura correndo nudo sul sabbione rovente di dantesca memoria. Non accade nulla di tutto questo. So soltanto dirvi che, dopo aver ritrovato la mia bella, abbiamo cambiato attività a spron battuto.

Devastati da tanto relax, ne approfittiamo per stenderci un attimo su dei lettini. Dopo dieci minuti vengo svejato da un grugnito, e vedo una quarantina di occhi puntati su di me. Stavo russando pesantemente: una specie di mantra primitivo, fuoriuscito dalle viscere della terra, un gemito rockettaro alla Black Sabbath; con non poco imbarazzo decidiamo di uscire. Io sono un po’ provato, vorrei dire alla mia dolce metà di squajarcela, ma lei vuole assolutamente provare la sauna tibetana, ed io, per evitare brutte sorprese e flirt indesiderati, vado a recuperare le lenti a contatto, le metto e, com’è normale che accada, le lenti si accartocciano per il calore! Sento un dolore lancinante, urlo come una faina ferita, e corro via nel tentativo di tojerle: dopo essermi scartavetrato iridi e pupille, ci riesco. Esausto torno dalla mia compagna, con orbite oblunghe e venate di rosso (ormai somijo a Kermit dei Muppet!), e le dico che vojo riposare un po’; e poi scappare.

Mi stendo su una panca vicina al soffitto e parte un GONG! Non può esserci sala tibetana senza GONG: un suono selvaggio e atavico! Sorpreso da tanto rumore, alzo repentinamente la testa, e do un’agghiacciante craniata! A questo punto, tramortito e angosciato, prendo la mia lei e fuggiamo. Letteralmente.

Passo in mezzo ad alcuni peni che paiono batacchi, e ad altri che sembrano ciondoli, ad alcune vulve che paiono cime innevate e ad altre che sembrano selve oscure, e finalmente guadagniamo l’uscita. E’ l’unico guadagno della giornata: se questo è star bene, star male non è poi tanto atroce.

Cari vertebrati, perché non obbligare i gestori delle saune a scrivere all’ingresso una semplice frase?

LASCIATE OGNI SPERANZA, VOI CH’ENTRATE!

Sospetti

Cara Wislawa,

si fa così? Nemmeno il tempo di scrivere un post su di te, e mi lasci? Senza nemmeno un ciao? E avevamo scritto anche due poesie sullo stesso tema: sui curriculum, su come non riescano mai a raccontare la vita vera! E, a fine mese, parto per Cracovia: la città che t’ha visto morire!!

Sono soltanto casi, combinazioni? Ho il sospetto che non lo siano…

Come minimo dovrò recarmi alla tua tomba e chiedere venia per il post sulla cipolla; cosa non si farebbe per non risultare originale! Si parlerebbe male perfino de L’infinito di Leopardi, si direbbe che La commedia di Dante è un’opera mediocre, che è divina soltanto perché lo ha deciso Boccaccio.

Chiedo umilmente perdono! Sono uno stupidello! E’ una fortuna che Saviano abbia parlato di te a Che tempo che fa, e la gente sia corsa in libreria a leggerti…Chi eri? Non soltanto la Szymborska, qualcosa mi porta a credere che tu sia stata un angelo dimissionario, come quelli de Il cielo sopra Berlino: hai rinunciato alla tua immortalità per diventare una foja; hai scambiato il tuo cielo con la nostra esistenza; ci hai fatto intuire la bellezza della parola, l’incanto di un addio, la scoperta incredula di un fijo; hai toccato, annusato, veduto, sentito, gustato come noi non siamo mai riusciti a fare. Tutto quello che hai descritto e come se fosse stato descritto per la prima volta.

Luogo comune mi suggerisce di rivolgerti le seguenti parole: Sono sempre i mijori che se ne vanno! A noi non resta che guardare il loro lascito…

E tu di versi stupendi ne hai lasciati; tra i tanti, ce ne sono alcuni che adoro, parlano di come la vita sia più forte di tutto.

E quindi, un regalo per i miei amati vertebrati: Sulla morte, senza esagerare.

Non s’intende di scherzi,/stelle, ponti,/ tessitura, miniere, lavoro dei campi,/ costruzione di navi e cottura di dolci./ Quando conversiamo del domani/ intromette la sua ultima parola/ a sproposito./ Non sa fare neppure ciò/ che attiene al suo mestiere:/ né scavare una fossa,/ né mettere insieme una bara,/ né rassettare il disordine che lascia./ Occupata ad uccidere,/ lo fa in modo maldestro,/ senza metodo né abilità./ Come se con ognuno di noi stesse imparando./ Vada per i trionfi,/ ma quante disfatte,/ colpi a vuoto/ e tentativi ripetuti da capo!/ A volte le manca la forza/ di far cadere una mosca in volo./ Più di un bruco/ la batte in velocità./ Tutti quei bulbi, baccelli,/antenne, pinne, trachee,/ piumaggi nuziali e pelame invernale/ testimoniano i ritardi/ del suo svojato lavoro./ La cattiva volontà non basta/ e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni/ è, almeno finora, insufficiente./ I cuori battono nelle uova./ Crescono ji scheletri dei neonati./ Dai semi spuntano le prime due fojoline,/ e spesso anche grandi alberi all’orizzonte./ Chi ne afferma l’onnipotenza/ è lui stesso la prova vivente/ che essa onnipotente non è./ Non c’è vita/ che almeno per un attimo/ non sia immortale./ La morte/ è sempre in ritardo di quell’attimo./ Invano scuote la manija/ d’una porta invisibile./A nessuno può sottrarre/ il tempo raggiunto.

Non sono parole straordinarie, affezionati lettori? Non sentite serpeggiare la verità tra ji spazi vuoti? Dopo aver letto questa lirica mi sento sempre come il Razumìchin di Delitto e castigo, la notte in cui, ubriaco, conosce la sorella del protagonista: mi verrebbe voja di premere con forza il braccio della bellezza, di straparlare, di buttarmi giù da qualsiasi scala, a capofitto, pur di fare un servigio all’amore. E farei tutto ciò senza vino, senza la bevanda che Prevert chiamava “il buon Dio che ti scende in gola con calzoni di velluto rosso”, semplicemente con la consapevolezza di essere parte del mio tempo.

Eh sì, la vita è realmente più forte di tutto; così questo post, nel salutare la grande poetessa, abbandona ogni sospetto, e non piange nemmeno un po’: con o senza cipolla.

Si dà il caso che io sia qui e guardi./ Sopra di me una farfalla bianca sbatte nell’aria/ ali che sono solamente sue,/ e sulle mani mi vola un’ombra,/ non un’altra, non d’un altro,/ ma solo sua./ A tale vista mi abbandona sempre la certezza/ che ciò che è importante/sia più importante di ciò che non lo è.

Ciao Wislawa, ci sono cose più importanti che morire…

 

Madunina e Marunnuzza

Cari vertebrati,

i viaggi non si somijano mai, come le famije infelici.

Quando mi sono trasferito in Lombardia, soprattutto durante i primi anni, viaggiavo sulla Freccia del Sud: il treno che partiva da Agrigento per arrivare a Milano; e credetemi, di volta in volta, era un’esperienza diversa.

Poteva accadere di trovarsi di fronte ad un signore che portava ai fiji ogni ben di Dio: pecorino, olio, salsicce, olive nere, addirittura pane; e non c’era verso di rifiutare e non assaggiare quello che aveva con sé. O capitava di dormire con uomini dai calzini bucati, immersi in un tanfo indimenticabile: qualcosa tra il sudore e la sporcizia. Assai difficilmente ji scomparti erano puliti. C’erano sempre dei quadretti del 1960, attaccati alle pareti, in cui si vedevano le stazioni di Torino, o Firenze. Altre volte ci si ritrovava ad affrontare dei dialoghi malvolentieri (ed io sono un logorroico!), con signore che parlavano, parlavano, e poi parlavano.

Eppure quel treno, e in particolare quella tratta, era l’Italia. Si vedeva scorrere una varietà di paesaggi straordinaria, s’incontrava un’umanità varia, quasi feroce, selvaggiamente viva. A Napoli ci si chiudeva dentro perché si aveva paura dei furtarelli: durante la notte si portava la mano ai soldi, non si poteva mai sapere!

Se i viaggi da Sud a Nord erano colmi d’aspettative per quello che ti sarebbe accaduto, per le novità che la tua vita ti avrebbe riservato, quelli da Nord a Sud erano pieni di struggimento. Che tuffo al cuore quando si arrivava a Villa San Giovanni, e si attendeva il traghetto per la Sicilia! Che cosa straordinaria, quando si attraversava lo stretto, vedere l’altra madonnina, non quella di Milano, dorata e irraggiungibile, ma quella di Messina, lasciata lì a fendere le acque, a salutare i suoi fiji dispersi!

La gente, che dal treno saliva sul ponte a godersi un po’ d’aria, era spossata, perché la Freccia del Sud era sempre e inevitabilmente in ritardo. Infatti il sapido umorismo isolano si sprecava: “Chista è l’urtima vota ca pigghiu a Feccia do u Sud!”, “Partiu ca avia vint’anni e ora n’aiu sessanta!”, “Ccu u sceccu avissimu fattu prima…”.

Appena il treno s’inoltrava nella campagna, e si dirigeva verso la stazione di Leonforte (allora Pirato), si succedevano ji spazi incontaminati della mia provincia, un mare di verde (in primavera) e di giallo (in estate). Sarei potuto essere nel Far West, avrei potuto vedere d’un tratto arrivare i Pellerossa all’assalto della diligenza. L’atmosfera era rarefatta, irreale. Ero a casa.

Adesso viaggio in aereo; tutto è molto rapido, così rapido da non lasciare spazio nè al sentimento dell’arrivo, nè a quello della partenza. La Freccia del Sud non esiste più, è stata soppressa.

Trenitalia ha reso noto che non può più garantire la tratta, perchè non è conveniente, ed è come se avesse spezzato la colonna vertebrale del nostro paese; alla coesione nazionale non ha fatto cenno, ormai è una bestemmia, dell’idiozia di tajare i collegamenti in uno stato già spaccato in due non ha fatto parola, sarebbe potuta passare per un’azienda di inguaribili idealisti.

In Italia c’è un unico, lungo fiume che attraversa la penisola, corre sui binari, mescola passioni e avventure, ha creato e continua a creare quel po’ di cultura condivisa che ci fa essere italiani: prosciugarlo è una scelta insensata, che non può essere giustificata da nessuna necessità economica.

In una terra senza miracoli, la Madunina e la Marunnuzza si scoprono sempre più lontane.

 

Ris-post

Cari vertebrati,

colgo vergognosamente l’occasione per farmi pubblicità e per rispondere ad uno dei miei venti lettori distribuiti in tutto il territorio nazionale (questo conteggio include i miei genitori, la mia compagna, una certa Jessica, cugini, e amici vari…).

Rendo nota qui l’incantevole riflessione, riferita al mio precedente post, di chi ha la bontà di seguirmi:

Gentile Professore Salamone,
complimenti per il suo blog che, di aggiornamento in aggiornamento, si fa sempre più appassionante… quantunque un po’ personalistico…infatti che lei convoli a nozze non sarebbe materia d’interesse nazionale…tuttavia… complimenti!

Lei scrive argutamente, very witty, direbbero oltremanica… ma in questa puntata suji animali, esattamente, cos’è che ci voleva dire?? Cioè il tema centrale… qual era? Dovemo diventà VEGETARIANI??? No perché, signor SALAMONE, che lo diventi lei, col suo cognome… fa un po’ ridere, non trova???? Stia bene…cordialità
Costanza

Gentile Signora (o Signorina) Costanza,

ebbene sì, pecco da sempre di egocentrismo, e quindi mi capita di propinare, anche a chi da un’occhiata sporadica al blog, delle informazioni che è poco definire irrilevanti. Ma è più forte di me!!! Si sa che le pene condivise fanno meno male; dunque chiedo umilmente perdono per averLe fornito una notizia tanto insulsa. Mi scuso, ma so già che ci cascherò di nuovo!

Ma andiamo al punto…al tema centrale…la riposta è sì, dovremmo diventare vegetariani, dico dovremmo perché, quando si è abituati al consumo di carne, non è certo facile rinunciarvi. Prenda, ad esempio, una persona a caso: me!

Torno in Sicilia dopo settimane di lattughine, cetriolini, funghetti, e radicchio; varco la porta di casa, e sento già un inquietante profumino…è agnello! Abbraccio i miei familiari, poi guardo stizzito il piatto fumante che mi accoje, comincio a pensare a tutte le espressioni di dolore assoluto che ho colto, vedendo i filmati di animali macellati, e il mio primo moto è di disgusto. Ma poi siedo a tavola, cercando di rifiutare l’immorale pietanza, e comincio a dedicarmi all’ennesima insalatina, che pallida, lo giuro!, mi deride, nel frattempo osservo mio padre, mia madre, mio cognato e mia sorella che addentano con soddisfazione quella carne tenera e deliziosa, sento il profumo, e vedo di fronte qualcosa che purtroppo non esiste più; quella che era una piccola bestiola s’è trasformata in una ricetta da Gambero Rosso. Cedo. Crollo fin dal primo giorno, e non finisco più di mangiare sora mucca e frate conijo; altro che San Francesco! Quando torno a Milano, e so di potere sorvejare con più facilità la mia dieta, riprovo a non nutrirmi più delle amate bestiole.

Signora (o Signorina) Costanza, questo per dirLe la sofferenza, le difficoltà che provo nel tentativo di cambiare abitudini alimentari. Ma è bene comunque non far finta di nulla. Perché non mi dica che non ha mai provato quello che descrive Saba:

Ho parlato a una capra. / Era sola sul prato, era legata. / Sazia d’erba, bagnata / dalla pioggia, belava./ Quell’uguale belato era fraterno /al mio dolore. Ed io risposi, prima/ per celia, poi perché il dolore è eterno, / ha una voce e non varia./ Questa voce sentiva/ gemere in una capra solitaria. / In una capra dal viso semita/ sentiva querelarsi ogni altro male,/ ogni altra vita.

Beh magari Lei non avrà parlato ad una capra (io, di contro, spiego continuamente a deji asini), ma avrà certamente avuto, non dico la certezza, ma almeno il sospetto, che ji animali possano esserci più vicini di quanto non vojamo credere.

Chi non ha mai sentito, ciò che dice, in versi stupendi, il Rilke de La pantera?

Il suo sguardo, per lo scorrere continuo delle sbarre,/ è diventato così stanco, che non trattiene più nulla./ E’ come se ci fossero mille sbarre intorno a lei,/ e dietro le mille sbarre nessun mondo./ L’incedere morbido dei passi flessuosi e forti, / nel girare in cerchi sempre più piccoli,/ è come la danza di una forza intorno a un centro/ in cui si erge, stordito, un gran volere./ Soltanto a tratti si alza, muto, il velo delle pupille./ Allora un’immagine vi entra, si muove/ attraverso le membra silenziose e tese/ e va a spegnarsi nel cuore.

Lei potrà dire che il Buon Dio (sempre per rimanere nell’ambito dell’opera del poeta tedesco!) attraverso la sua parola ci ha detto espressamente di consumare carne. E scopro che nemmeno questo è vero, che in origine Eji disse:”Ecco io vi do erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero fruttifero: saranno il vostro cibo”(Genesi 1, 29), e che poi, come spesso Ji è accaduto, ha cambiato idea (o Jel’hanno fatta cambiare!); ma non è che quando ji ebrei ebbero bisogno di nutrimento, e Lo invocarono, fece cadere dal cielo arrosticini, cotolette e braciole, ma la manna, una specie di coriandolo bianco (o di frittella cotta nel miele)!

Signora (o Signorina) Costanza, il mio è un argomentare dettato dall’emotività, so bene che si potrebbe sviscerare il problema in maniera molto più efficace, e in più punti. Il mercato delle pelli è un problema differente da quello della pesca a strascico, la vivisezione meriterebbe uno spazio mille volte maggiore di questo, i maltrattamenti ai polli, costretti a vivere tra le feci, e resi invalidi da escrescenze tumorali, richiederebbero un’analisi molto più articolata.

Ma alla fine mi viene da pensare semplicemente al mito di Ulisse che, giunto dopo vent’anni ad Itaca, viene sorpreso dall’affetto del suo cane: l’unico a riconoscerlo. Quanto tempo passerà, cara Costanza, prima che noi uomini, al ritorno dalla nostra follia, ci accorgeremo di Argo?

P.S. Ha ragione anche sul SALAMONE!!! Ma magari la mia difesa deji altri terrestri nasce dal timore di essere vittima di cannibalismo…non per niente, in conclusione, citavo il maiale…

 



 

 


Olocausto

Cari vertebrati,

le cose splendide dovrebbero rimanere nascoste; assieme ai nostri sterminati spazi interiori, ai nostri momenti di più segreto sconforto. “Se hai una montagna di neve, tienila all’ombra”, scriveva Tito Balestra. Ma non tutto deve rimanere tale. La rimozione del dolore è giustificato, se non necessario; l’oscuramento dell’orrore no.

A volte ci si imbatte in notizie che definiremmo secondarie, e però si palesano piene di una verità profonda: poche ore fa, nello zoo di Monaco di Baviera, è morta Lola, un’elefantina di due mesi. E cosa è accaduto? I suoi compagni di prigionia hanno dato vita ad una specie di rito funebre.

Si sono avvicinati e, a turno, hanno fatto una carezza con la proboscide al suo cadaverino. Ho visto anche le immagini, trasmettevano una mestizia indicibile, e mi hanno fatto pensare aji animali; per l’ennesima volta, e in maniera differente. E ve lo dice una persona che non riesce a giocare con un cane, che avrà fatto sì e no tre carezze ai coniji della propria compagna.

Ma il nostro atteggiamento nei loro confronti è dettato da un fondamentale pregiudizio, quello per il quale l’uomo, dotato di una capacità cognitiva superiore, ne può disporre a proprio piacimento.

Così indossiamo delle pellicce, senza sapere che cani, gatti e coniji, in Cina ed anche in altre nazioni, per permetterci di sfoggiare eleganza (e buon gusto!?!), vengono scuoiati vivi; mangiamo carne senza pensare alle atrocità deji allevamenti intensivi; deglutiamo e ringraziamo Iddio, camminando lungo corridoi di carni bianche e rosse; deprediamo il mare; eseguiamo esperimenti inutili su bestie inermi.

Ma soprattutto facciamo finta di non sapere: il mercato ha le sue leggi, e l’offerta, dacché mondo è mondo, esiste perché c’è la domanda. Sentiamo parlare frequentemente di razzismo, quasi mai di specismo. Molta gente, alla quale chiedo di vedere quei documentari che mostrano l’entità reale del problema, mi rispondono che non riuscirebbero più a mangiare una bistecca, o dell’arrosto.

Ma noi abbiamo, nel fondo della nostra coscienza, l’assassinio, qualcosa che non esito a definire un moderno, detestabile, incontrollato olocausto; perpetrato con ostinata indifferenza.

Isaac Singer sosteneva che: “Oggi sappiamo per certo, ma lo abbiamo istintivamente sempre saputo, che ji animali possono soffrire esattamente come ji esseri umani. Le loro emozioni e la loro sensibilità sono spesso più forti di quelle umane. Diversi filosofi e capi religiosi hanno cercato di convincere i loro discepoli e seguaci che ji animali non sono altro che macchine senz’anima, senza sentimenti. Chiunque però abbia vissuto con un animale – sia esso un cane, un uccello o persino un topo – sa che questa teoria è una sfacciata menzogna, inventata per giustificare la crudeltà.”

E ancora: “Tra uccidere animali e creare camere a gas come Hitler o campi di concentramento come Stalin, il passo è assai breve. [...] Non vi sarà giustizia fin quando l’uomo reggerà un coltello o una pistola e li userà per distruggere coloro che sono più deboli di lui.”

Allora cerchiamo di aprire ji occhi, vertebrati, e che non vi appaia irriverente e irrispettoso questo post nel giorno della memoria: tentiamo di comprendere, esigiamo più risposte, cerchiamo di cambiare, fin dove è possibile, le nostre abitudini alimentari.

Ji animali arricchiscono l’immaginario di adulti e bambini: Dumbo, il gatto Silvestro, Donald Duck, il pesciolino Nemo, e via discorrendo, sono i simboli di sentimenti grandi, degni di rispetto e considerazione; Catania mostra con orgojo il suo elefantino, mille altre città l’aquila, altre mille l’orso. I terrestri che ci circondano sono amabili compagni, popolano il nostro stesso pianeta; e devono essere preservati. La legge del più forte richiama alla mente abissi mai totalmente rimossi.

Certo, può anche accadere che le bestie assurgano a simbolo negativo, come nella splendida conclusione tratta da La fattoria deji animali di G. Orwell: “le creature di fuori guardavano dal maiale all’uomo, dall’uomo al maiale e ancora dal maiale all’uomo, ma già era loro impossibile distinguere fra i due.”

 

Certificato contestuale

Cari vertebrati,

sono vivo! Quando l’ho appreso non potevo crederci!

Per strada mi sono dato dei pizzicotti sulle guance, una volta tornato a casa, mi sono guardato allo specchio e, soltanto al terzo sguardo, mi sono sentito rassicurato. Qual è il motivo di cotanta gioia? Nel certificato contestuale ricevuto dal comune, indispensabile per dare regolare effetto giuridico al mio matrimonio, risulta che mi chiamo Sergio Salamone, che sono nato a Catania il 12-9-1975, che sono residente a Milano, che sono celibe (ma va?), ma soprattutto che sono in vita!

Per fortuna! Ero molto preoccupato, avevo visto ji scatti delle mie ultime fototessere, e m’ero immediatamente reso conto di avere una faccia da lapide; avevo già immaginato la mia epigrafe: RIPOSO’ SEMPRE, RIPOSA ANCORA; m’ero già prefigurato lo stuolo dei parenti e deji amici al mio funerale, la commozione, le lodi sperticate: Aveva un carattere d’oro!, Era una persona amabile!, Aveva una parola buona per tutti!

E tutti, assorbiti da simili follie, si sarebbero convinti della sostanziale veridicità delle loro affermazioni. Avrebbero cominciato a dire che, pur non essendo un genio della matematica, mi avevano visto moltiplicare pesci e cassatelle per dar da mangiare ai poveri, che, per risparmiare energie in favore dei bisognosi, camminavo sulle acque invece di nuotare, che, a forza di porgere l’altra guancia, m’era venuto un tic.

Sono un essere vivente e non morente! Vorrei gridarlo per i vicoli, danzare come Fred Astaire, battere i tacchi alla Gene Kelly! Ed io che non mi sentivo affatto bene! Lo potrò pur dire aji alunni, che ultimamente si preoccupavano del mio pallore, che era lo smog, che erano soltanto le polveri sottili a ridurmi così.

Adesso comprendo perché, quando mi avvicinavo, alcuni conoscenti si segnavano, mentre altri si toccavano le pudende; ora capisco perché la collega, con la quale prendevo l’autobus, aveva una fiatella pestilenziale, un alito intriso di ajo e cipolla; finalmente intuisco perché il mio vicino di casa mi pedinava, tenendo dietro la schiena un piolo appuntito. Per loro ero palesemente un Nosferatu! Eppure non c’era motivo di crederlo!

Non ho mai guardato Giletti e la De Filippi; ho sempre evitato Studio Aperto; non ho mai  partecipato alle cene aziendali; non ho mai preso una tessera di partito. Mi è perfino accaduto, sporadicamente, di pensare di testa mia.

Ho avuto la certezza di essere vivo quando ho pagato 15 euro di bollo…grazie burocrazia! Perché mai ti vilipendono? E’ certificato, sono in vita! Anche se, dopo le nozze, potrei non esserlo più…

Post sinfonico

Cari vertebrati,

appurato che il buon giorno si vede dal mattino, vojo regalarvi un post sinfonico in cinque movimenti; e se Furtwangler sosteneva che “Bach è l’essere, Mozart il divenire, e Beethoven l’accadere”, ricordatevi che Salamone è il nulla!

Allegro

E’ indispensabile per chi intenda iniziare bene la giornata guardare le notizie sull’home page di Yahoo. Del tipo: “La sua dieta sì che funziona”, “I capelli più imitati della tv”, “Che fisico, Serena!”, ma soprattutto “E’ arancione per un motivo” e “Ecco perché non ha fatto baldoria”. Su “E’ arancione per un motivo” scriverei addirittura una tesi di laurea, come si fa a resistere a simili informazioni?

Andante (ascendente e discendente)

Dopo esserci rimpinguati a livello cerebrale, chiuderemo la porta di casa e faremo le scale del condominio una ventina di volte, su e giù, senza motivo. Perché? E’ una delle news di prossima uscita su Yahoo, s’intitolerà “Fare le scale una ventina di volte, su e giù, senza motivo”; non vorrete perdervi l’ebbrezza di essere dei precursori?

Lento

Adesso ci vorrebbe una bella colazione all’inglese! Basta con il microonde! Quelle colazioni, frequentissime a Milano, dove si hanno dodici nanosecondi per scaldare il latte e il caffè, spalmare la marmellata e il burro sul toast, deglutire il tutto, e scappare con una sensazione incombente di soffocamento. Stamattina ci stiamo prendendo cura di noi, abbiamo avuto la possibilità di prepararci la trippa con i fagioli, due ovetti fritti, mozzarella di bufala infarcita con lardo di colonnata e infine, volendo celebrare Roma capitale, coda alla vaccinara. Adesso potremo mangiare senza fretta, aspettando pazienti che il grasso si depositi ben bene e in maniera uniforme, sentiremo le papille gustative esultare, quasi possedute dal demonio, e potremo andare via, satolli, senza temere l’asfissia da toast refrattario a discendere.

Allegro assai

Mentre ci recheremo ai nostri rispettivi posti di lavoro, ci porremo una domanda, provocata dal qui presente blogger: perché i sorvejanti dei musei sono così ignoranti? E’ mai possibile che io, alla Galleria d’arte moderna di Palermo, abbia avuto una colluttazione con una custode convinta che l’audioguida fosse un cellulare? “Lo spenga subito!” mi diceva, “Guardi che è un’audioguida…” rispondevo; non nascondo che la signorina avrà avuto le sue ragioni, sentiva un brusio che disturbava ji altri visitatori: sarà stata la voce della cultura, ultimamente molto impopolare in Italia. Se avesse fatto finta di nulla, probabilmente avrebbe perso il posto. Credo che il personale dei musei venga scelto tramite questa essenziale discriminante. Si chiede durante le selezioni: “Lei è colto?” Se la risposta è sì, si evita di assumere.

Presto

Non vedo l’ora che arrivi domani mattina. Accenderò il computer, andrò sull’home page di Yahoo e troverò le notizie del giorno: “Lo spenga subito!” e “Guardi che è un’audioguida…”.

 

 

 

Cipollitudine

Cari vertebrati,

Co innego cebula./Ona nie ma wnetrznosci./Jest soba na wskros cebula/ do stopnia cebulicznosci./Cebulasta na zewnatrz,/cebulova do rdzenia,/moglaby wejrzec w siebie/cebula bez przerazenia.

Sto delirando? No, questi sono i primi versi di una poesia della grande Wislawa Szymborska; per chi non fosse pratico della lingua polacca, ecco la traduzione di Pietro Marchesani:

La cipolla è un’altra cosa./Interiora non ne ha./Completamente cipolla/fino alla cipollità./Cipolluta di fuori,/cipollosa fino al cuore,/potrebbe guardarsi dentro/senza provare timore.

Adesso diciamocelo sinceramente, se qualcuno di noi avesse scritto un incipit del genere, in una qualsiasi classe delle elementari, sarebbe stato deriso fino alla fine dei propri giorni; se fosse stato un maschietto poi, calci in culo fino alla tomba. Questi primi versi fanno piangere, e non perché sono cipolluti o cipollosi, soltanto perché sono brutti o, se preferite, bruttosi. Ovviamente mi tirerò adosso ji strepiti dei sostenitori della poetessa di Cracovia, ma correrò con piacere il rischio. A mio modo di vedere è uno di quei casi in cui il prestigio dell’autore scagiona la più orrenda delle creazioni. Tranne che il traduttore non abbia bevuto al momento dell’interpretazione: cosa che, del resto, non escludo.

Certo lavorare con le parole non è facile; e spesso si ricorre a trucchi.

Trilussa ci fa sapere che la serva è “ladra”, mentre la padrona è “cleptomane”.

“Pesce veloce del Baltico, dice il menù, Che contorno ha? Torta di mais, e poi servono polenta e baccalà”, scrive Paolo Conte, “l’America è dire boss per capo e ton per tonnellata”, risponde Guccini.

Insomma è l’annoso problema del “verticalmente svantaggiato” al posto del “nano” e del “non vedente” al posto del “cieco”; quando una poesia è pessima, ma appartiene a una celebrità, solitamente si sostiene che è “sperimentale”.

Noi professori viviamo quotidianamente questa scissione terminologica tra ciò che pensiamo e ciò che diciamo. Vengono i genitori dei nostri alunni e diciamo dei rispettivi pargoli: “vivace”, pensando “stronzo”, e “svojiato”, pensando nuovamente “stronzo”. A dimostrazione che a scuola vige da sempre il pensiero unico.

I nostri verbali sono l’emblema della forza mistificatoria del linguaggio:

“L’assemblea si apre alle 15.30. Il consijo di classe è presente per intero.  Dopo aver letto il verbale della seduta precedente, presa visione dell’ordine del giorno, si passa all’analisi della situazione didattico-educativa nel suo complesso…”

Cosa si sarebbe dovuto scrivere?

“L’assemblea si apre all 16.15. Sono presenti i soli docenti di Lettere e Matematica dato che ji altri insegnanti sono impegnati contemporaneamente in quattro consiji differenti. Si passa all’analisi della partita Juve-Milan e alle implicazioni che potrà avere sul prosieguo del campionato…”

Non siamo cipollitudine: le nostre parole spesso non coincidono con il nostro mondo interiore, e nel guardarci dentro potremmo provare timore; altrochè!

Cebula, to ja rozumiem:/najnadobniejszy brzuch swiata./Sam sie aureolami/na wlasna chwale oplata./W nas – tluszcze, nerwy, zyly,/sluzy i sekretnosci./I jest nam odmowiony/idiotyzm doskonalosci.

La cipolla, d’accordo:/il più bel ventre del mondo./A propria lode di aureole/da sé si avvolge in tondo./In noi – grasso, nervi, vene,/muchi e secrezione./E a noi resta negata/l’idiozia della perfezione.

Sì, questi ultimi versi, dedicati al bulbo che insaporisce i nostri piatti, riscattano i primi; di conseguenza ridiamo alla Szymborska quel che è della Szymborska:

Wole smiesznosc pisania wierszy/od smiesznosci ich niepisania.

Cioè?

Preferisco il ridicolo di scrivere poesie/al ridicolo di non scriverne.

Camminare indietro dopo il tramonto

Cari vertebrati,

quanto sono graziose le leggi! Quanto sono utili, inappuntabili, giuste! E come, nel nostro immaginario, sono importanti le figure deji antichi legislatori: Dracone, Licurgo, il nostro stimatissimo Caronda!

La legge mescola, stupisce, a volte inebetisce.

In Indonesia la masturbazione è punita con la decapitazione, almeno in quei luoghi la chiesa ha certamente ragione: l’onanista, perdendo la testa, diventa indubbiamente cieco; in Libano è severamente vietato fare sesso con animali di genere maschile, pena la morte, mentre con quelli di genere femminile via col tango.

Credete che le assurdità riguardino solo paesi lontani? Ebbene no, noi italiani siamo sempre all’avanguardia! Da dicembre è obbligatorio, anche in ampi tratti delle strade siciliane, munirsi di catene da neve o pneumatici invernali.

Ovviamente si sa che, dalla notte dei tempi, la nostra isola è un luogo dove la neve la fa da padrona, i candidi pupazzi, realizzati dai bambini, sono a ogni incrocio, palle di neve, scajate da insolenti passanti, piovono continuamente sui capi dei poveri anziani, ji igloo si perdono a vista d’occhio, la caccia alla foca è una nostra deprecabile tradizione. Quando si guarda il telegiornale, non c’è mai un collegamento da Palermo o Siracusa, in cui non si scorga un patetico pinguino che fa le solite buffonate, batte i piedi, imita Charlie Chaplin, e manda i baci alla mamma.

Solo fantasiosi scrittori parlano della nostra isola in maniera differente: “questo clima che c’infligge sei mesi di febbre a quaranta gradi; li conti, Chevalley, li conti: Maggio, Giugno, Luglio, Agosto, Settembre, Ottobre; sei volte trenta giorni di sole a strapiombo sulle teste; questa nostra estate lunga e tetra quanto l’inverno russo e contro la quale si lotta con minor successo; Lei non lo sa ancora, ma da noi si può dire che nevica fuoco, come sulle città maledette della Bibbia; in ognuno di quei mesi se un Siciliano lavorasse sul serio spenderebbe l’energia che dovrebbe essere sufficiente per tre; e poi l’acqua che non c’è o che bisogna trasportare da tanto lontano che ogni sua goccia è pagata da una goccia di sudore…”

Beh, è altresì vero che Tomasi di Lampedusa non fa cenno ai mesi invernali, di conseguenza andiamo tutti ad acquistarle, queste catene! Andiamo gioiosamente ad affrontare ji irtissimi pendii deji Iblei, irretiti da tormente e slavine, a fronteggiare il ghiaccio inquietante del Salso e del Simeto, a demolire i castelli di neve a Punta Secca e Porto Empedocle!

Chi potrà mai dire che è un’imposizione assurda, quasi mafiosa? Se i nostri politici hanno addirittura legiferato contro un’organizzazione criminale, Cosa Nostra, che in Sicilia non è mai esistita?

Suvvia signori, come si potrebbe delinquere con questo gelo? Chi avrebbe mai il coraggio di uscire ai quattro venti per estorcere dei soldi a un commerciante, o per smerciare cocaina? Chi potrebbe mai accendere la miccia, ovviamente ibernata dal Quaternario, per un qualsiasi attentato? Si sa che da noi si rimane a casa, e al calduccio. Mille volte urrà per l’ordinanza dell’Anas!

Il progresso è anche misurabile dal valore di regole e precetti. E non può che avanzare.

Come accade a Devon, nel Connecticut, dove è vietato camminare indietro dopo il tramonto.

Del resto chi non ha mai sognato di farlo?

Dottor Jekyll e mister Hyde

Cari vertebrati,

quest’anno per la festa di natale della mia scuola, ho deciso di mettere in scena Lo strano caso del dottor Jekyll e mister Hyde. Come spesso accade in questi frangenti, i ragazzi sono stati generosi nell’interpretazione ed i genitori neji applausi.

Il mattino dopo una collega mi ha chiesto cosa avevamo rappresentato in classe, appena le ho risposto che si era trattato di un riadattamento del romanzo di Stevenson mi ha posto una domanda intrigante: ma non è troppo difficile per deji undicenni comprendere lo sdoppiamento tra bene e male?

E allora ringrazio fin d’ora la docente per la riflessione che mi ha indotto a scrivere questo post.

La mia risposta è no, o mejo sì, c’è qualcosa d’impervio da capire per deji adolescenti nel testo che ho scelto, ma è presente in tutta la letteratura. C’è, ad esempio, in Cappuccetto Rosso (che parla di pedofilia), e c’è in Alice nel paese delle meravije (che palesa la forza sovvertitrice del pensiero al di là del senso comune, del dirompente potere della diversità).

Non c’è mai soltanto innocenza e facilità nella grande letteratura, non c’è mai stata una letteratura per l’infanzia, l’abbiamo inventata noi, perché abbiamo bisogno di paletti, perché odiamo ciò che sfugge alle nostre gabbie mentali. La scuola sta diventando sempre di più un territorio dove non si osa; e si tende a far credere ai genitori che bisogna preservare il candore dei ragazzi; ma i ragazzi sanno essere crudeli quanto ji adulti, se non di più, leggete Il signore delle mosche di William Golding!

I ragazzi non sono né buoni né malvagi, sono come noi, a volte colti da una certa attrazione verso il proibito.  Ma siamo certi che il Pinocchio di Collodi sia semplice? Che i giochi di parole di Rodari siano inoffensivi? Che Harry Potter non tratti di un male metafisico? Ed i nostri fanciulli non crescono anche grazie a queste letture?

Nietzsche amava il remoto ed odiava il prossimo, laddove il prossimo era concepito come banalità, vicolo chiuso, strada senza quesiti; noi dobbiamo educare i ragazzi al remoto, all’avventura, alla scoperta di sé, anche se questo può comportare un rischio, addirittura una crisi. Il dottor Jekyll e mister Hyde verranno percepiti dai miei studenti in maniera differente da come li percepiamo noi, probabilmente cojeranno dimensioni che noi non cojeremo mai. Per questo un libro letto a vent’anni è ben diverso da un libro letto a cinquanta. E’ ovvio, d’altronde, che Dostoevskij e Kafka sono scrittori di difficile fruibilità (termine orrendo!) per una scuola media, ma più che per i contenuti, per la sintassi, per il farsi della scrittura.

Stevenson ha uno stile ammirevole per linearità e mancanza di fronzoli, è vicino alla parola per ciò che è, una meravijosa scialuppa alla quale aggrapparsi nei momenti di gioia o sconforto. Io ho letto Dostoevskij a undici anni, e ne sono rimasto affascinato, ho letto a sedici anni Il ritratto di Dorian Gray di Wilde, e mi ha cambiato la vita. Stevenson ha cominciato a scrivere L’isola del tesoro dopo aver visto la mappa di un’isola inventata dal fijastro. Ne è venuto fuori un capolavoro. Per l’infanzia? L’ho letto per la prima volta l’anno scorso e non riuscivo a smettere!

Quando ho visto il mio piccolo dottor Jekyll sparire sotto il banco e venir fuori con le fattezze di  Hyde, ho avuto una grande soddisfazione: i miei ragazzi si stavano trasformando. E c’era negli occhi di Hyde una buona dose di vero furore: la supplica di una didattica diversa, una didattica per ragazzi adulti.

Per quanto mi riguarda, dato che amo i contrasti, eccovi un professore bambino, un professore che può anche sbajare, ma che ripete ai suoi alunni: “Siate curiosi di tutto! La noia è un’invenzione deji aridi.”

La curiosità è salvifica; può redimere perfino la parte peggiore di noi stessi.