Cari vertebrati,
nella nostra mentalità, biecamente eurocentrica e colonialista, il nero è il colore del male, dell’inadeguatezza, della subordinazione.
Se ji europei rimasti in patria hanno sempre coltivato questo immotivato senso di superiorità, tanto più ciò accadde per ji europei che colonizzarono le Americhe, e che fecero della tratta deji schiavi un turpe commercio, il quale prevedeva, ovviamente, la scontata sottomissione di coloro i quali venivano catturati nell’Africa subsahariana.
In una scena emblematica del film Malcolm X, di Spike Lee, il protagonista, condannato al carcere, pungolato da un altro prigioniero, legge sul dizionario di Noah Webster, soprannominato ” il padre dell’educazione e della scuola americana”, a quali termini è associato il significato di nero: sporco, brutto, fosco, ostile, cattivo; e a quali quello di bianco: innocente, puro, privo di intenti diabolici, innocuo, onesto.
La prima edizione di quest’opera risale al 1825. Nel 1851 Herman Melville ribalta tutto.
In Moby Dick è il bianco il vessillo del male, è il bianco il segno del dolore:
“In un uomo albino, cosa c’è che ripugna in modo così particolare e spesso offende l’occhio, tanto che a volte eji è aborrito perfino da amici e familiari? È la bianchezza che lo fascia e che si esprime nel nome che porta. L’albino non è meno ben fatto deji altri, non ha alcuna sostanziale deformità, eppure basta quella bianchezza che lo copre tutto a renderlo, chi sa perché, più orribile del più orrendo aborto. Come spiegarlo? E ci sono poi altri campi in cui la natura, nei suoi effetti meno vistosi, ma non meno maligni, non manca di aggiungere alle proprie forze questo supremo attributo del terribile. A causa del suo aspetto nevoso, lo spettro guantato di ferro dei mari del Sud è chiamato Raffica Bianca. Né l’arte dell’umana malizia ha trascurato un ausiliare così potente in alcuni casi della storia. Ed esso raddoppia l’impressione paurosa che ci lascia quell’episodio di Froissart, in cui i terribili Cappucci Bianchi di Ghent, mascherati col simbolo niveo della loro fazione, assassinano il loro balivo sulla piazza del mercato. E in certe cose la stessa comune ed ereditaria esperienza di tutto il genere umano riconferma la natura soprannaturale di questo colore.
Certo non si può mettere in dubbio che nei morti la qualità visibile che più ci atterrisce è il pallore marmoreo dei loro aspetti; quel pallore che davvero parrebbe il simbolo dello sbigottimento ispirato dall’aldilà, e insieme di questa nostra trepidazione mortale. E da quel pallore dei morti prendiamo in prestito il colore simbolico del sudario in cui li fasciamo. Nemmeno nelle nostre superstizioni ci dimentichiamo di gettare lo stesso mantello di neve attorno ai fantasmi: tutti appaiono in una nebbia lattiginosa. Sicuro, e mentre siamo soggetti a queste paure, aggiungiamo che lo stesso re del terrore, com’è personificato dall’evangelista, monta un cavallo pallido.
Perciò, sebbene in diversi stati d’animo l’uomo si compiaccia di simboleggiare col bianco tante cose delicate o grandiose, nessuno può negare che nel suo più profondo, ideale significato, la bianchezza evochi nell’anima come uno strano fantasma.
Ma anche ad accettare questo punto senza dissensi, come possiamo spiegarlo umanamente? Analizzarlo sembrerebbe impossibile.
…
Forse, con la sua indefinitezza, adombra i vuoti e le immensità crudeli dell’universo, e così ci pugnala alle spalle col pensiero dell’annientamento mentre contempliamo ji abissi bianchi della via lattea? Oppure la ragione è che nella sua essenza la bianchezza non è tanto un colore, quanto l’assenza visibile di ogni colore e nello stesso tempo l’amalgama di tutti i colori, ed è per questo motivo che c’è una vacuità muta, piena di significato, in un gran paesaggio di nevi, un omnicolore incolore di ateismo che ci ripugna? E ci viene anche da pensare a quell’altra teoria dei filosofi della natura, che tutte le altre tinte terrene, ogni ornamento delicato o solenne, le sfumature soavi dei cieli e dei boschi al tramonto, fino ai velluti aurei delle farfalle e alle guance di farfalla delle ragazze, tutte queste cose non sono che subdoli inganni, qualità non inerenti alle sostanze, ma solo appiccicate dal di fuori. Sicché tutta questa Natura deificata non fa che dipingersi proprio come una puttana che copre di vezzi il carnaio che ha dentro. E andando ancora oltre, ricordiamo che il cosmetico misterioso che produce tutte le tinte del mondo, il gran principio della luce, rimane sempre in se stesso bianco e incolore, e se operasse sulla materia senza una mediazione darebbe a ogni oggetto, anche ai tulipani e alle rose, la sua tinta vuota. Quando riflettiamo su tutto questo, l’universo paralizzato ci sta davanti come un lebbroso; e come viaggiatori testardi che attraversando la Lapponia rifiutano di mettersi suji occhi vetri colorati e coloranti, l’infelice miscredente si acceca a fissare l’immenso sudario bianco che avvolge attorno a lui tutto il paesaggio.”
Ecco, dietro Borghezio, vedo il bianco dell’indistinto; un uomo che definisce il neoministro Kyenge “una scimmia congolese” e “una governante puzzolente”, non è un individuo, è un riflesso del niente.
Un uomo che non riesce a comprendere che dietro a ogni storia c’è una cultura, ci sono sentimenti, fatiche, vittorie; non può riconoscere nemmeno se stesso. Potrà essere una macchietta, una trombetta, una parodia vivente; giammai potrà essere un uomo.
Non potrà credersi nemmeno il male assoluto. Soltanto un inetto: privo di quella minima scintilla che si rispecchia nel simile.
Borghezio non merita nemmeno un Ismaele che ne racconti le gesta; non avrebbe meritato nemmeno un mio post. Ma, ribatto, io sono il blogger del nulla.
Borghezio è lo sprofondo della nostra evoluzione, è l’ultimo colpo di coda prima dell’abisso.
Istupidito da una visione razzista del mondo (i neri, i froci, i napoletani!), costruisce sulla paura del diverso il proprio triste fortino. Vive in un luogo inesistente, un luogo dove tutti sono simili, e l’unico pigmento consentito è il verde (denaro, denaro, e denaro…), anch’esso destinato al bianco, a forza di passare di mano in mano. Non coje le sette note, non riconosce la bellezza dei colori, uniforma tutto alla desolazione estrema del suo linguaggio.
“Noi che siamo celti e lombardi, e non la merdaccia mediterranea o levantina! Noi, una Padania bianca e cristiana!”
Per chi non la conoscesse, la Padania bianca si trova nella Terra di Mezzo: laddove non possono entrare ji hobbit, i troll, e, ovviamente, noi.
I maledetti terroni.