Cari vertebrati,
potrei decantarvi le grandi virtù delle saune, ma farei un torto a me stesso.
Questi graziosi, salubri ambienti mi hanno sempre riservato amare sorprese. Non ci credete? Godetevi il mio ultimo viaggio in terra tedesca, con una puntatina alle terme Taunus, il cui nome avrebbe già dovuto incutermi timore.
Dopo una serie di inappuntabili semafori, io e la mia fanciulla arriviamo finalmente nel luogo tanto agognato, scendiamo dall’auto, prendiamo il gettone per l’ingresso, superiamo i tornelli, ci spojamo, e decidiamo all’istante di aggregarci ad altre persone: si assisterà, infatti, ad una misteriosa cerimonia nell’amena sala deji aromi. Entriamo, ovviamente nudi, e ci sistemiamo in fondo.
Un individuo chiude la porta, e sentiamo su di noi la forza dei 50 gradi come una spada di Damocle, sappiamo da subito di non avere alcuna via di scampo: se volessimo ripensarci e andare, dovremmo infatti passare sopra cento corpi, e forzare con impeto la serratura.
Inizia il rito, ed io percepisco una certa tensione, mi manca da subito il respiro: un omaccione fa risuonare un grosso recipiente in rame, facendolo girare in mezzo alla gente; comincio immediatamente ad avere una sudorazione imbarazzante, la mia ragazza è abituata alla mia traspirazione, ma la vicina sulla destra no: si gira, mi guarda, e ha un evidente moto di disgusto. Nel frattempo mi accorgo che i recipienti sono dodici, in ordine decrescente, ed io sono già in crisi cardiorespiratoria.
La cerimonia inoltre è noiosissima, all’emissione del suono segue semplicemente la rotazione di un asciugamano bagnato, dimodoché circoli l’aria. Al decimo colpo sull’ennesimo recipiente, io e la mia compagna ci teniamo forte per mano, nella speranza di farla franca; ormai somijo ad un Dalì d’annata: vedo le mie mani liquefarsi, i miei peli diventare simili ad inchiostro, e il mio naso sbrodolare; una signora ansima penosamente, un ragazzo parla in aramaico. C’è anche gente che finge di meditare, ma io so che intimamente sta pregando, so che sta dicendo tra sé e sé: Signore non farci morire arsi vivi, come un’aragosta qualsiasi!
Vedo perfino il cerimoniere trasformarsi in Caron dimonio, e fustigare i dannati che cercano scampo.
Finalmente l’omaccione si risolve a concludere il rituale, e apre la porta. Ma la porta è stretta, e tutti noi abbiamo ormai pochi minuti di sopravvivenza, cerchiamo di salvarci, ma la calca ci calpesta, ci maltratta, ci tritura. Un anziano non regge, e cade come corpo morto cade. Usciamo a riveder le stelle: come dei sopravvissuti ci abbracciamo, quasi piangendo.
Decidiamo di rinfrescarci, e andiamo a fare un tuffo in piscina: in questi frangenti non porto né occhiali né lenti a contatto, quindi sono quasi completamente cieco. Prima di calarmi in acqua, mi pare di vedere scritto “Stige” su un’insegna: faccio una nuotatina, vedo avvicinarsi la sagoma della mia compagna, e vengo preso dal desiderio impellente di essere romantico, ormai è a pochi centimetri, le schiocco un bacio da ridottissima distanza, ebbene non è lei!, sembra più che altro un boscaiolo, una specie di vichingo, lui si accorge del mio gesto, ed io penso che, questa volta, è proprio la fine, che adesso mi prenderà per i capelli, e mi annegherà, aizzato da una pervicace omofobia. Immagino già di dover scontare la mia pena futura correndo nudo sul sabbione rovente di dantesca memoria. Non accade nulla di tutto questo. So soltanto dirvi che, dopo aver ritrovato la mia bella, abbiamo cambiato attività a spron battuto.
Devastati da tanto relax, ne approfittiamo per stenderci un attimo su dei lettini. Dopo dieci minuti vengo svejato da un grugnito, e vedo una quarantina di occhi puntati su di me. Stavo russando pesantemente: una specie di mantra primitivo, fuoriuscito dalle viscere della terra, un gemito rockettaro alla Black Sabbath; con non poco imbarazzo decidiamo di uscire. Io sono un po’ provato, vorrei dire alla mia dolce metà di squajarcela, ma lei vuole assolutamente provare la sauna tibetana, ed io, per evitare brutte sorprese e flirt indesiderati, vado a recuperare le lenti a contatto, le metto e, com’è normale che accada, le lenti si accartocciano per il calore! Sento un dolore lancinante, urlo come una faina ferita, e corro via nel tentativo di tojerle: dopo essermi scartavetrato iridi e pupille, ci riesco. Esausto torno dalla mia compagna, con orbite oblunghe e venate di rosso (ormai somijo a Kermit dei Muppet!), e le dico che vojo riposare un po’; e poi scappare.
Mi stendo su una panca vicina al soffitto e parte un GONG! Non può esserci sala tibetana senza GONG: un suono selvaggio e atavico! Sorpreso da tanto rumore, alzo repentinamente la testa, e do un’agghiacciante craniata! A questo punto, tramortito e angosciato, prendo la mia lei e fuggiamo. Letteralmente.
Passo in mezzo ad alcuni peni che paiono batacchi, e ad altri che sembrano ciondoli, ad alcune vulve che paiono cime innevate e ad altre che sembrano selve oscure, e finalmente guadagniamo l’uscita. E’ l’unico guadagno della giornata: se questo è star bene, star male non è poi tanto atroce.
Cari vertebrati, perché non obbligare i gestori delle saune a scrivere all’ingresso una semplice frase?
LASCIATE OGNI SPERANZA, VOI CH’ENTRATE!
