Fermo palpito d’ali

Cari vertebrati,

trovo la vicenda del postino che, per tre anni, non ha consegnato le lettere, assai poetica.

Non so perché, ma è così. Forse perché contiene l’incanto del non detto, il mistero del non pervenuto, il blocco temporaneo di ciò che si dà per scontato.

Come se qualcuno di noi andasse al supermercato, comprasse una scatoletta di tonno, arrivasse a casa, e poi, senza averne mangiato il contenuto, la riportasse indietro.

Sarebbe fantastico.

Come se si prendesse un libro in biblioteca, soltanto per non leggerne nemmeno una pagina.

Come se, a scuola, si facessero cinque ore di silenzio, piuttosto che di lezione.

Il postino negligente, quando è stato smascherato, si trovava ad Agosta; e già il posto suggerisce relax e riposo. Quale il motivo di cotanta colpa? Il nostro non distribuiva bollettini e raccomandate, soltanto perché voleva finire prima il giro di consegne: grande.

I carabinieri hanno trovato 200 kg di posta non recapitata: 200 kg di ingiunzioni di pagamento, di parole d’amore, di minacce anonime, di tasse, di cartoline.

Questo è il peso dei plichi mai ricevuti: invece, si dice, che il peso dell’anima sia di soli 21 grammi.

Quanta anima c’è in ogni busta rimasta intonsa? Quanta vita? E quale sarà stato lo stupore di chi attendeva qualcosa? Probabilmente la gente faceva la solita vita, pensando, talvolta, all’ingratitudine affettiva di un parente, di un amico, di un amante. O, con sollievo, al fatto che non fosse pervenuto alcun documento che attestasse la necessità di sborsare altri soldi.

In un limbo, fiumane di 21 grammi, transitavano ancora più intensamente; aspettando Godot. Mentre i 21 grammi del postino di Subiaco depositavano, con ancora più leggerezza, caterve di foji.

Quanto vorrei curiosare tra quei pacchi, tra quelle missive.

Ma forse è mejo custodirne, intatto, il segreto.

Come quando si riceve una telefonata, e si sente soltanto il respiro dall’altra parte del filo. Si sta lì, pensando a chi possa essere ad aver chiamato, credendo, inizialmente, che sia la linea a non funzionare, sospettando, poi, che possa essere il fiato sommesso di un assassino, o di un’innamorata.

Invece sono soltanto 21 grammi di indicibile: l’immagine di un uccello che plana, rimanendo immobile.

Adesso come secoli fa: per dire che l’uomo è sempre lo stesso.

Dormono le cime dei monti e i baratri,/ le balze e le forre;/ e le creature della terra bruna,/ e le fiere che ai monti s’acquattano, e ji sciami/ e i cetacei nel fondo del mare lucente./ Dormono le famije deji uccelli/ fermo palpito d’ali.

Alcmane. Un paesaggio intatto, vergine, indifferente; un cielo che stupisce nella sua ineffabile alterità e grandezza; il creato tutto che, in un istante, divora il pensiero dell’esistenza. La ruota panoramica che si inceppa: con te che rimani da solo; a guardare in basso.

Sorpreso dall’intensità che sa regalare una tregua.

Il sonno che riempie la strada. I segnali che non arrivano; e se arrivano illudono: simili alla luce verde di Gatsby.

Simili al postino che va a casa; prima che tutto sia stato consegnato: si rimira, un attimo, allo specchio. E si sente come un dio silenzioso.

Laggiù un crepitio di anime che domandano qualcosa.

In commovente attesa.

Epperò

Cari vertebrati,

le ultime settimane sono state caratterizzate da due terribili episodi.

A Roma, Luigi Preiti, di anni 49, ha sparato contro i carabinieri di fronte a Palazzo Chigi, in occasione dell’insediamento del nuovo esecutivo, e, a Milano, Mada Kabobo, di anni 21, ha ucciso a picconate un passante. Altri due malcapitati rischiano di non sopravvivere.

A chi ha perduto così assurdamente la propria vita, a chi è stato reso invalido dalla follia di un momento, va qui la mia forte, piena, indiscussa solidarietà.

Epperò (ma sì, aggiungiamo una p, così che possa arrivare al lettore tutto il mio sdegno) le semplificazioni, la superficialità, la malafede potrebbero portare a non comprendere che sotto serpeggia qualcosa di molto complesso: un disagio sociale non più trascurabile.

Luigi Preiti è un emigrato calabrese, ha perso il lavoro, sente addosso la polvere grigia di chi non riesce a vedere nello Stato un’istituzione solidale, vicina, protettiva; quale dovrebbe essere. Scarica la sua rabbia contro un’idea. Lo fa, sia chiaro, in maniera sbajata, esasperando il proprio sentire. Lo fa, come accade inevitabilmente in questi casi, all’impazzata. Senza distinguere: come chi dà un pugno al muro, e si ritrova le nocche insanguinate.

Alcuni illuminati, dopo quanto è successo, sostengono che la causa dell’assurdo gesto ha origine nel linguaggio livoroso e aggressivo di chi non si riconosce più in questa politica.

Che siano i centri sociali, i movimentisti 5 stelle, ji appartenenti a Sinistra e Libertà non genera distinzioni: ciò è accaduto perché si è cercato di esercitare il diritto alla critica, perché si è creata una contrapposizione, perché si è destabilizzato il Paese.

I veri mandanti del disoccupato calabrese sono coloro i quali continuano a non accettare lo stato delle cose.

Ulteriore manipolazione dei fatti è scaturita dopo i fatti di ieri. Kabobo è nero, Kabobo è clandestino, Kabobo è africano. A chi si devono quei colpi di spranga e piccone? Ma è ovvio a chi sobilla, a chi sostiene che ji uomini dovrebbero avere ji stessi diritti e doveri: Cécile Kyenge.

E chi cavalca l’ondata di sdegno? I soliti, nauseabondi personaggi della Lega Nord: Salvini in primis.

La colpa della Kyenge è quella di avere parlato della possibilità di istituire lo ius soli; cioè l’automatica acquisizione della cittadinanza italiana per chi nasce nel nostro territorio. Sdegno dovrebbe suscitare il fatto che non si sia affrontato seriamente il problema prima. Molto prima.

Ma il caso Kabobo non riguarda nemmeno l’ipotesi remota di una cittadinanza: Kabobo è un invisibile, un cadavere vivente; come Preiti.

E nel leggere le poche notizie biografiche riguardanti questi due disperati, non può che tornarmi alla mente la bellissima battuta di uno dei personaggi del bergmaniano Fanny e Alexander:

“Come si diventa una mezza calzetta? Me lo sapresti dire? Come cade la polvere? Quando è che si perde? All’inizio uno è il principe che deve ereditare un regno… e improvvisamente, senza che ce ne accorgiamo, veniamo deposti, la morte ti batte sulla spalla, nella stanza fa freddo, perché non hai i soldi per la legna.”

Ecco quando non si hanno più i soldi per la legna, quando nella stanza fa freddo, sei già morto. Detesti te stesso e ji altri. Prendi una pistola, un piccone, e ti scaji contro la tua ombra. Perché senti di non avere comprensione, di non ricevere più nulla; come scacciato dal tuo stesso regno.

Che poi, per tutti, dovrebbe essere il mondo.

P.s. La carica dei 101! Sono i post che ho scritto finora!! Epperò chi lo avrebbe detto mai che un uomo così pigro, quale mi ritengo, potesse essere tanto produttivo? Ringrazio infinitamente Roberta Marilli che, diciamolo, mi ha quasi obbligato a mettermi in gioco. Mai gioco è stato tanto bello. Guardate come corrono i centouno: cuccioli, e cagnoni…

Le palle o la sudorazione dell’animaccia

Cari vertebrati,

odio partecipare alle presentazioni di raccolte poetiche.

Solitamente sono pesantissime. Ji autori, quasi inevitabilmente, sono pieni di sé: superbi come dèi, rimirano i pochi partecipanti con malcelata sopportazione.

E’ quasi impossibile porre loro domande. Se ji si chiede il perché una lirica è stata scritta in una certa maniera, non rispondono, anzi ribattono che è volgare spiegare dei versi; se non ji si pone alcun quesito sulla loro inarrivabile opera, si crucciano per l’indifferenza percepita.

I poeti che presentano i libri, inoltre, poeti non sono quasi mai. Non hanno nulla dell’àlbatros baudelairiano, non sono goffi, né intimiditi dall’altrui presenza, non possono essere nemmeno derisi per quanto sembrano tronfi.

Ma quando leggi ciò che scrivono, rimani interdetto: non c’è parola che spicchi il volo, non c’è musica che faccia risuonare una vibrazione.

Non c’è cosa peggiore, poi, di quando li conosci. Una discussione diventa un lungo monologo incentrato sulle loro ammirevoli metafore, sulla loro incendiaria immaginazione, sulle loro vorticose allitterazioni.

Quindi, quando sono stato invitato ad assistere alla presentazione di un libro di poesie: La pelle o la devozione dell’anima di Gianmarco Busetto, stavo quasi per svenire.

Ho pensato: ci siamo; è la fine! Dovrò ascoltare una serie infinita di banalità, e dopo mi toccherà sopportare la tortura “delle poesie lette dall’autore”; che, per i noiosi all’inferno, potrebbe essere la pena suprema.

Perché i poeti che leggono le proprie poesie, tendenzialmente, sono tremendi: una nenia, una monotona emissione di voce, un vuoto profluvio di suoni.

Insomma credevo di farmi due palle così.

Invece la serata è stata deliziosa: pochi intimi, attenzione, parole che scivolavano in fondo all’anima.

Gianmarco lo conosco poco; anzi pochissimo. Ma salta subito all’occhio che la sua è un’umanità calda, accojente. In lui v’è timidezza e spavalderia. Il suo modo di porgere le parole non è mai affettato: riesce a catturare l’attenzione di chi è in ascolto, scivolando dietro la necessità del dirsi: nel raccontarsi è come se si nascondesse un po’, per poi scoprirsi, e tornare, ancora dopo, in una zona d’ombra.

Gianmarco è a suo agio nel silenzio (Nell’osservarlo pensavo a come sarebbe stata la presentazione di un mio libro, buttata subito in burletta. Così; tanto per scappare. Non sarei stato in grado di parlare, avrei avuto la lingua asciuttissima, non avrei potuto allargare con nonchalance le braccia: le mie ascelle lagunari avrebbero sortito l’imbarazzo dei presenti).

Accanto a Gianmarco c’era Carola: lei sì, un’amica. Di Carola ho sempre ammirato la capacità di non mollare la presa, di andare oltre l’ovvio; rischiando, riproponendosi, a volte facendosi perfino del male.

La vita è anche questo ruminare, questa luce a scomparsa, queste serate mandate giù a mozziconi.

Che sia anima, o animaccia: ritrovarsi, insieme, in un barlume.

 

La bianchezza di Borghy Dick

Cari vertebrati,

nella nostra mentalità, biecamente eurocentrica e colonialista, il nero è il colore del male, dell’inadeguatezza, della subordinazione.

Se ji europei rimasti in patria hanno sempre coltivato questo immotivato senso di superiorità, tanto più ciò accadde per ji europei che colonizzarono le Americhe, e che fecero della tratta deji schiavi un turpe commercio, il quale prevedeva, ovviamente, la scontata sottomissione di coloro i quali venivano catturati nell’Africa subsahariana.

In una scena emblematica del film Malcolm X, di Spike Lee, il protagonista, condannato al carcere, pungolato da un altro prigioniero, legge sul dizionario di Noah Webster, soprannominato ” il padre dell’educazione e della scuola americana”, a quali termini è associato il significato di nero: sporco, brutto, fosco, ostile, cattivo; e a quali quello di bianco: innocente, puro, privo di intenti diabolici, innocuo, onesto.

La prima edizione di quest’opera risale al 1825. Nel 1851 Herman Melville ribalta tutto.

In Moby Dick è il bianco il vessillo del male, è il bianco il segno del dolore:

“In un uomo albino, cosa c’è che ripugna in modo così particolare e spesso offende l’occhio, tanto che a volte eji è aborrito perfino da amici e familiari? È la bianchezza che lo fascia e che si esprime nel nome che porta. L’albino non è meno ben fatto deji altri, non ha alcuna sostanziale deformità, eppure basta quella bianchezza che lo copre tutto a renderlo, chi sa perché, più orribile del più orrendo aborto. Come spiegarlo? E ci sono poi altri campi in cui la natura, nei suoi effetti meno vistosi, ma non meno maligni, non manca di aggiungere alle proprie forze questo supremo attributo del terribile. A causa del suo aspetto nevoso, lo spettro guantato di ferro dei mari del Sud è chiamato Raffica Bianca. Né l’arte dell’umana malizia ha trascurato un ausiliare così potente in alcuni casi della storia. Ed esso raddoppia l’impressione paurosa che ci lascia quell’episodio di Froissart, in cui i terribili Cappucci Bianchi di Ghent, mascherati col simbolo niveo della loro fazione, assassinano il loro balivo sulla piazza del mercato. E in certe cose la stessa comune ed ereditaria esperienza di tutto il genere umano riconferma la natura soprannaturale di questo colore.

Certo non si può mettere in dubbio che nei morti la qualità visibile che più ci atterrisce è il pallore marmoreo dei loro aspetti; quel pallore che davvero parrebbe il simbolo dello sbigottimento ispirato dall’aldilà, e insieme di questa nostra trepidazione mortale. E da quel pallore dei morti prendiamo in prestito il colore simbolico del sudario in cui li fasciamo. Nemmeno nelle nostre superstizioni ci dimentichiamo di gettare lo stesso mantello di neve attorno ai fantasmi: tutti appaiono in una nebbia lattiginosa. Sicuro, e mentre siamo soggetti a queste paure, aggiungiamo che lo stesso re del terrore, com’è personificato dall’evangelista, monta un cavallo pallido.

Perciò, sebbene in diversi stati d’animo l’uomo si compiaccia di simboleggiare col bianco tante cose delicate o grandiose, nessuno può negare che nel suo più profondo, ideale significato, la bianchezza evochi nell’anima come uno strano fantasma.

Ma anche ad accettare questo punto senza dissensi, come possiamo spiegarlo umanamente? Analizzarlo sembrerebbe impossibile.

Forse, con la sua indefinitezza, adombra i vuoti e le immensità crudeli dell’universo, e così ci pugnala alle spalle col pensiero dell’annientamento mentre contempliamo ji abissi bianchi della via lattea? Oppure la ragione è che nella sua essenza la bianchezza non è tanto un colore, quanto l’assenza visibile di ogni colore e nello stesso tempo l’amalgama di tutti i colori, ed è per questo motivo che c’è una vacuità muta, piena di significato, in un gran paesaggio di nevi, un omnicolore incolore di ateismo che ci ripugna? E ci viene anche da pensare a quell’altra teoria dei filosofi della natura, che tutte le altre tinte terrene, ogni ornamento delicato o solenne, le sfumature soavi dei cieli e dei boschi al tramonto, fino ai velluti aurei delle farfalle e alle guance di farfalla delle ragazze, tutte queste cose non sono che subdoli inganni, qualità non inerenti alle sostanze, ma solo appiccicate dal di fuori. Sicché tutta questa Natura deificata non fa che dipingersi proprio come una puttana che copre di vezzi il carnaio che ha dentro. E andando ancora oltre, ricordiamo che il cosmetico misterioso che produce tutte le tinte del mondo, il gran principio della luce, rimane sempre in se stesso bianco e incolore, e se operasse sulla materia senza una mediazione darebbe a ogni oggetto, anche ai tulipani e alle rose, la sua tinta vuota. Quando riflettiamo su tutto questo, l’universo paralizzato ci sta davanti come un lebbroso; e come viaggiatori testardi che attraversando la Lapponia rifiutano di mettersi suji occhi vetri colorati e coloranti, l’infelice miscredente si acceca a fissare l’immenso sudario bianco che avvolge attorno a lui tutto il paesaggio.”

Ecco, dietro Borghezio, vedo il bianco dell’indistinto; un uomo che definisce il neoministro Kyenge “una scimmia congolese” e “una governante puzzolente”, non è un individuo, è un riflesso del niente.

Un uomo che non riesce a comprendere che dietro a ogni storia c’è una cultura, ci sono sentimenti, fatiche, vittorie; non può riconoscere nemmeno se stesso. Potrà essere una macchietta, una trombetta, una parodia vivente; giammai potrà essere un uomo.

Non potrà credersi nemmeno il male assoluto. Soltanto un inetto: privo di quella minima scintilla che si rispecchia nel simile.

Borghezio non merita nemmeno un Ismaele che ne racconti le gesta; non avrebbe meritato nemmeno un mio post. Ma, ribatto, io sono il blogger del nulla.

Borghezio è lo sprofondo della nostra evoluzione, è l’ultimo colpo di coda prima dell’abisso.

Istupidito da una visione razzista del mondo (i neri, i froci, i napoletani!), costruisce sulla paura del diverso il proprio triste fortino. Vive in un luogo inesistente, un luogo dove tutti sono simili, e l’unico pigmento consentito è il verde (denaro, denaro, e denaro…), anch’esso destinato al bianco, a forza di passare di mano in mano. Non coje le sette note, non riconosce la bellezza dei colori, uniforma tutto alla desolazione estrema del suo linguaggio.

“Noi che siamo celti e lombardi, e non la merdaccia mediterranea o levantina! Noi, una Padania bianca e cristiana!”

Per chi non la conoscesse, la Padania bianca si trova nella Terra di Mezzo: laddove non possono entrare ji hobbit, i troll, e, ovviamente, noi.

I maledetti terroni.

 

Una lunghissima estate

Cari vertebrati,

questa primavera lombarda è avvilente.

Insomma piove che Dio la manda, e non mi sorprenderebbe vedere ripassare l’arca di Noè.

Di bestie da trasportare non ne mancherebbero; soprattutto a Milano.

Quindi per aggirare la malinconica sensazione di avere subito la perdita immotivata della mia stagione prediletta, sono passato direttamente all’estate. Avete proprio capito: maschero una primavera che sa d’autunno con un tocco d’estate.

Nella bella stagione si va al mare: si sente il delicato sciabordio delle onde, il ronzio di qualche sporadico insetto, un vento delicato che ti carezza la pelle.

Il letterato inesausto, quello ardimentoso, sceje, perfino in queste circostanze, di dedicarsi a Joyce. Il lettore medio, invece, si fa trascinare via, in genere, da cinque tipologie di libro: i romanzi sentimentali, le spy story, i gialli, ji erotici, e le biografie di qualche personaggio famoso.

Perché queste letture si svolgono soprattutto in spiaggia? Secondo me dipende dalla posizione supina. L’essere stesi implica una vicinanza maggiore alle opere succitate.

Sei lì, annientato dalla canicola, nell’esercizio dell’inattività più totale, e non puoi fare a meno di godere delle imprese di James Bond, o di George Smiley. Tu, al massimo, scacci un calabrone, e loro combattono per te, muoiono per te, amano per te.

Le donne, d’altro canto, si abbandonano a varie sfumature di nero, di grigio, e di rosso, osservandoti, talvolta, con un misto di pietà e incredulità; vengono trascinate in storie mielose e conturbanti, piene di uomini prestanti, e ti guardano con acredine e disillusione, poi, rinfocolate dal demone della passione, si accostano al tuo telo da bagno, pretendendo un bacio torrido e appassionato, e ottengono, il più delle volte, uno stanco gesto della mano, come a dire: non ci pensare proprio ad avvicinarti, fa troppo caldo!

Questa non è altro che la chimica dell’immaginario: ti fa credere a cose che, in realtà, non esistono.

In questi giorni, mentre la finestra di casa mia viene segnata da mille goccioline di pioggia, rimango per ore steso sul divano. Con una lampada che ricrea in parte la luce accecante di giugno, una limonata con ghiaccio sul tavolino, come se fossi alle Seychelles, leggo La chimica della morte di Simon Beckett.

Badate bene, Simon, e non Samuel. Samuel è uno scrittore autunnale, al massimo primaverile, non di certo estivo. Invece questo Simon è estivo. Nel senso che quando inizi a leggerlo non puoi più smettere.

Non richiede un’eccessiva applicazione mentale, ma, nello stesso tempo, ti fa capire quant’è bello scorrere le pagine di un giallo.

E se non è estivo un giallo cosa potrà mai esserlo?

Però La chimica della morte è un libro particolare. Perché entra nel merito di ciò che accade mentre il nostro cadavere si va decomponendo.

E allora scopri che, appena finisce la vita, ti gonfi, e poi rilasci tutti i liquidi. E che dopo arrivano i vermi, e poi le mosche, e poi perfino ji scarafaggi. Allegro no? Queste letture si fanno al mare, quando ti passa accanto, perentoria, la vita. Vedi bellissime gambe di giovinette, vigorose natiche vichinghe, i corpi deji anziani ammantati in ammirevoli abbronzature, schiamazzi di bambini, e spruzzi d’acqua, e, intanto, apprendi che la tua pelle diventerà scura e che delle larve si annideranno nei tuoi tessuti.

Leggi tutto come se leggessi le controindicazioni di un antibiotico. Poi, con indifferenza, ti alzi, e vai a fare un bagnetto refrigerante. Forse perché sguazzando, sentendo l’acqua salata sulle spalle, guardando il cielo, confermi a te stesso che ciò accadrà soltanto aji altri.

E così accade anche quando sono sul divano: getto l’ennesima occhiata al tempo annuvolato, riprendo con passione la serie dei delitti, e delle analisi chimiche.

In seguito, indolente, mi alzo, faccio una doccia, mi rassicuro, vedendo la mia pelle ancora in tiro, sentendo il profumo del bagnoschiuma, lasciandomi solleticare dall’asciugamano, avvertendo la dolce brezza che, dal fhon, si deposita sui capelli.

E immagino che sia estate: una lunghissima e interminabile estate.

L’uomo sui quarant’anni

Cari vertebrati,

nella mitologia del nostro tempo c’è l’uomo sui quarant’anni.

L’uomo sui quarant’anni ha le seguenti caratteristiche: le camicie ben stirate, un vocabolario sobrio e rispettoso, gioca coi bambini senza strafare, è lievemente impegnato, lievemente giudizioso, lievemente atteggiato.

L’uomo sui quarant’anni scherza morigeratamente, fa sesso senza passione, ma con perizia, corre senza esagerare, è parsimonioso. Ama la propria donna, ma non disdegna ji apprezzamenti rivoltiji dalle altre. Ha il capello corto, l’aria dimessa, è maturo, rispettoso, inappuntabile.

Guarda con scetticismo queji uomini che sono sui quarant’anni, ma che ne hanno, in realtà, venti: chiassosi, scombinati, sdruciti, iperbolici, paradossali, malmessi.

Queji uomini che non hanno ben compreso che ji anni passano per tutti, e che rimangono ancorati a una proiezione bislacca di sé: come se non riconoscessero la propria ombra, o divenissero della sua stessa sostanza.

Queji uomini tremuli, che diventano artisti soltanto perché è l’unico mestiere con cui possono ancora giocare.

Mentre lui, l’uomo sui quarant’anni, è indiscutibilmente maschio; l’uomo che crede di averne venti è maschio e femmina. Mentre lui, l’uomo sui quarant’anni, è acciaio e granito; l’uomo che crede di averne venti è acqua; nel dolore è neve.

L’uomo sui quarant’anni è conscio di averne passate già abbastanza, e pensa di non potere scommettere più l’intera posta; l’uomo che crede di averne venti scommette ogni giorno.

L’uomo sui quarant’anni crede che tutti abbiano, nel mondo, il proprio ruolo. Il pittore deve fare il pittore, il politico il politico, l’imbianchino l’imbianchino; guarda con diffidenza a chi cambia mestiere. L’uomo che crede di averne venti fa il pittore, poi il politico, poi l’imbianchino.

L’uomo sui quarant’anni odia andare in piazza, preferisce che la democrazia si celebri in tv. L’uomo sui quarant’anni ha un’idea immutabile del mondo. Si pone poche domande; pochissime ne rivolge ad altri. Crede che sia inevitabile che esistano ricchi e poveri, che lui possegga la sua casa, la sua auto, i suoi bimbi, sua moje.

L’uomo sui quarant’anni esce la sera, e va dove sa di trovare altri uomini sui quarant’anni.

L’uomo che crede di averne venti esce la sera, e va dove sa di trovare altri uomini.

L’uomo sui quarant’anni ama le donne-costola, possibilmente in tailleur. L’uomo che crede di averne venti ama le donne col vento tra i capelli.

L’uomo sui quarant’anni non compie quasi mai errori, non irride le istituzioni, conosce il galateo a menadito. L’uomo che crede di averne venti fa pernacchie, sbaja frequentemente, sporca le tovaje.

L’uomo sui quarant’anni parla di resistenza. L’uomo che crede di averne venti la fa.

I ragazzi che morirono combattendo contro il nazifascismo avevano vent’anni. Quasi tutti. Poi v’erano uomini sui quarant’anni che credevano d’averne venti.

Guido Galimberti di anni 38 scriveva:

Cara mamma,

non piangere se non mi rivedrai su questa terra, questo è il nostro destino, muoio da soldato e da Italiano, non portarci odio a nessuno di questi che mi uccidono, perché sono ji unici soldati che ho trovato nel mio cammino. Ti saluto e baci cari, credo che sarai forte.

Tuo fijo

Addio!

Gujelmo Jervis di anni 42, incideva queste parole con la punta di uno spillo sulla copertina di una Bibbia ritrovata nei pressi del luogo dove fu fucilato:

Non piangetemi. Non chiamatemi povero. Muoio per aver servito un’idea.

E poi c’erano i ventenni. Quelli veri.

Quinto Persico di anni 19 scriveva:

Carissimi genitori,

perdonatemi quello che vi ho fatto. Muoio contento.

Senza piangere muoio e mi levo la maja.

La resistenza è giovane. La resistenza è atemporale.

Noi sappiamo che l’uomo sui quarant’anni non ha nulla a che vedere con la resistenza. Per nulla al mondo, infatti, si sarebbe tolto la maja.

Ediphone

Cari vertebrati,

i classici fanno parte della nostra vita: con più facilità quando sono in edizione economica.

Quindi, anche per un pacifista come me, può diventare interessante l’acquisto de L’arte della guerra di Sun Tzu. A un euro si può.

Solo che, a volte, i libri che hanno segnato millenni (è il caso specifico) possono rivelarsi una delusione.

Ci voleva un sapiente per scrivere frasi come queste?

“La velocità dell’acqua impetuosa giunge a sommuovere i massi. Questo è forza. La fulmineità del falco permette di colpire e dilaniare. Questo è tempismo.”

“Chi sa usare le energie usa i suoi uomini come tronchi o macigni rotolanti: in piano stanno fermi, ma in pendenza si muovono; se sono di forma squadrata stanno immobili, e se sono tondeggianti avanzano.”

“Chi si attesta per primo sul campo e ivi attende l’avversario è più fresco; chi vi giunge per ultimo e si affretta all’attacco è invece affaticato.”

Perle di saggezza: a pochi centesimi.

“Con chi è abile nell’attacco, il nemico non sa da che parte difendersi; con chi è abile a difendersi, il nemico non sa da che parte attaccare.”

“La disposizione delle truppe deve somijare all’acqua.”

Con queste regole penso non ci fossero problemi, i soldati se la facevano sotto. Sono delle indicazioni un po’ troppo vaghe, no?

Infatti sono state prese in prestito anche da chi ha fatto del mercato un luogo ferino e selvaggio: dai manager senza scrupoli, daji affaristi, daji speculatori. L’arte della guerra è diventata la Bibbia del ventunesimo secolo; ma è stata travisata, ovviamente. Il fatto è che non c’è nulla di strano in questo. E’ il testo più travisabile che io abbia mai letto.

Come le profezie di Nostradamus, per intenderci, che raccontano tutto e niente.

Ma forse Sun Tzu (ma poi è esistito?) è un pensatore troppo raffinato per le mie limitatissime capacità cognitive. Quindi vi presento altre sue argute riflessioni; addirittura gratis.

“Ji ordini a voce non vengono uditi; per questo si usano tamburi e gong. Ji sguardi non sempre si incrociano; per questo si usano stendardi e bandiere.”

“Chi finge di ritirarsi non va inseguito, e i contingenti scelti non vanno attaccati.”

Basta così; se proprio vi piacciono queste asserzioni di magnifica e imperitura grandezza andate nella prima libreria che vi si pari davanti.

Circa due secoli dopo, Sofocle scriveva quell’opera immensa che è Edipo re. La storia dovremmo conoscerla tutti: trattasi, in sintesi, di un fijo che, a sua insaputa, uccide il padre e giace con la madre. Se non è una tragedia questa!

Qual è stata la vera condanna di Edipo?

Non avere avuto uno smartphone Android con un’ applicazione specifica. Altro che Tiresia! Tiresia non ha fatto che confermare ciò che era già accaduto: l’assassinio e l’incesto. Bello lui!

Invece se fosse stato nell’Islanda dei nostri tempi, Edipo avrebbe soltanto dovuto scaricare una nuova app, e accostare il suo iPhone a quello di Giocasta, per comprendere che era mejo evitare qualsiasi amplesso: nell’isola dei geyser, dove i casi di endogamia sono all’ordine del giorno, a causa del numero limitato di abitanti, e della limitata varietà genetica, Islandinga, questo il nome del rivoluzionario programma, permette di evitare le promiscuità.

Infatti il suo claim recita così: Datevi un colpo sulla app prima di darvi due colpi a letto!

Certo, a livello di valore letterario, il confronto è impietoso. Leggete.

Tiresia: Davvero? Io d’obbedir t’intimo al bando ch’ài promulgato, e che da questo giorno non rivolga parola a me né a questi: ché tu di Tebe sei l’empia sozzura.

Vojamo fare paragoni? L’empia sozzura con i due colpi a letto?

Ma forse Edipo si sarebbe comunque accecato per non leggere più simili amenità: perfino peggiori de L’arte della guerra.

 

 

“Mentre che ci sei…”

Cari vertebrati,

dacché mondo è mondo l’amore è schiavitù.

Certo bisogna capire il livello di soggiogamento che comporta. Io sono legato indissolubilmente a un’espressione di mia moje: “Mentre che ci sei…”.

Non è certamente un’espressione che brilla per correttezza sintattica, ma è estremamente efficace.

Io e la mia consorte ci vediamo meno frequentemente di altre coppie: lei è sempre in giro per il pianeta, mentre io sono sempre in giro per Milano. E’ comprensibile che, quando ci si vede, pretenda tutta l’attenzione per sé.

Credo che la sua sia una forma di ricarica affettiva: fa il pieno di coccole, e poi è nuovamente pronta per partire.

Quando Nadja arriva, la mia giornata cambia: per allegria, per la voja di viversi, per le tante cose che abbiamo da raccontarci. Ma anche perché, per quanto riguarda la mia persona, si passa a un’altra forma di governo. Io sono costantemente in modalità anarchia, giunge la mia tiranna, e si passa alla monarchia assoluta. Non si trasforma in dittatura, badate bene: lei rimane sempre una regina. Ma la regina è vezzosa, volubile, facilmente irascibile. Soprattutto non tollera che io abbia altre attività di pensiero che non includano Sua Maestà.

Qualche esempio? Accendo il computer per sapere cosa succede nel mondo; dopo pochi attimi sento la sua vocina: “Amore, mentre che ci sei, potresti piegare le lenzuola che ho appena stirato?”. E rimango interdetto; perché non capisco il senso della frase. “Mentre che ci sei” si riferisce alla mia esistenza stessa? Significa che, per il solo fatto di esistere, devo, a un suo fulmineo comando, piegare le lenzuola? O c’è una qualche relazione tra un copripiumino e una connessione internet?

Mi stendo sul divano, approfittando di un suo attimo di distrazione, per leggiucchiare un po’; passa un istante ed ecco un’altra richiesta: “Mentre che ci sei, potresti lavare i piatti?”. Forse, una volta che i piatti son belli e lavati, si possono asciugare coi foji del libro che ho tra le mani?

Insomma il “mentre che ci sei” contempla tutte le possibilità: un individuo partecipa a una corsa? Mentre che c’è, corregge i compiti. Una pattinatrice è in gara alle Olimpiadi? Mentre che c’è, passa l’aspirapolvere a casa. Uno stitico sta finalmente defecando? Mentre che c’è, dà una stretta di mano al suo capoufficio.

Mi sorge un dubbio: è l’amore che rende possibile l’ubiquità; che ti fa fare tutto contemporaneamente? Perché se dovessi paragonare la mia indolenza da single ai lavori forzati da sposato, mi verrebbe da credere di non essere la stessa persona. Quando c’è Nadja, mentre che ci sono, riesco perfino a essere un altro. Forse il rapporto di coppia, pretendendo l’impossibile, ottiene quasi sempre il possibile.

Faccio più attività in tre ore di “mentre che ci sei”, che in dieci giorni di vita solitaria. Quando sono sganciato dal sacro vincolo del matrimonio, faccio le scale e, mentre che ci sono, faccio le scale, vado a fare la spesa e, mentre che ci sono, faccio la spesa, parlo con la preside e, mentre che ci sono, parlo con la preside. Nulla insidia il mio tempo. Nessuno pretende qualcosa. Faccio quello che faccio.

Con lei no: quello che faccio è più di quello che vorrei, e potrei fare. Forse è questo l’amore: ti fa fare cose che non avresti mai sospettato di potere e volere fare. Adesso che è in volo, ad esempio, mi piacerebbe dirle: “Mentre che ci sei, scendi giù, e dammi un bacio”. E non mi stupirebbe se lei riuscisse nell’impresa.

Certo, grattarsi la pancia è un’esperienza inarrivabile. E nessuna voce suadente può farti credere che ci sia qualcosa di mejo.

O forse, mentre che c’è Nadja, sì.

Proprio sì.

 

Tre al pezzo di uno!!!!

Cari vertebrati,

i berlusconiani non riesco più a frequentarli.

Vorrei essere aperto e democratico, invece, nei loro confronti, ho una forma di repulsione. Mi chiedo come si possa pensare ancora a quell’individuo (il Berlusca) come a uno statista. Forse è una mia fragilità, una mia incapacità di comprendere la necessità del confronto; o dello scontro. Ma anche con alcuni sinistrorsi il dialogo è difficile.

Quelli che…avevano capito tutto…

Quelli che…Grillo è un fascista…

Quelli che…il Movimento 5 Stelle sta affossando il Paese…

Quelli che…sarai pentito del tuo voto…

Allora rispondo. Sono rischiose le convinzioni di Beppe. Credo che ci possa sfuggire un’occasione storica: quella di liquidare, una volta per tutte, un ventennio di Forza Italia, Lega, e Popolo della Libertà. Però lo rivoterei. Perché, citando Battiato, “mi piacciono le scelte radicali”. E questa nazione va reinventata. E poi non amo quel serpeggiante atteggiamento radical-chic del PD e di SeL. Questa falsa informazione a mezzo stampa e televisione, sempre presuntuosa, moralizzatrice soltanto quando serve a fini politici. Cioè adesso.

Ora, in questo momento, improvvisamente, c’è la corsa all’etica, alla giustizia sociale, alla trasparenza. Sono diventati tutti, dall’oggi al domani, attenti a non essere disonesti? No. Rende a livello elettorale. Se ne sono accorti dopo l’exploit di Grillo. Il Movimento 5 Stelle, alle prossime elezioni, perderà una caterva di voti. Ma penso che ne valga la pena. Cosa paga alla distanza? La coerenza. Chi ha votato 5 Stelle lo sapeva già: non ci sarebbero state alleanze. L’atteggiamento è conseguenziale. E poi un comico cosa fa dacché mondo è mondo? Entra in una cristalleria, e frantuma tutto. A voi la scelta: un comico può far ridere o piangere.

Però è anche vero che si è in emergenza. Che Bersani pareva più che disponibile al dialogo. Che è pericoloso giocare con la pelle della gente. Lo ribadisco. Si perderanno molte preferenze. E’ anche giusto che accada. Si può avere l’impressione che l’immobilismo continui. Per ora, nonostante le mie perplessità, il Movimento non ha perso la mia, di preferenza. Ma guardo alle mosse di Grillo criticamente: non come un decerebrato che segue il capo; e che abbassa il capo. Passiamo oltre…

Sono andato alla Scala: prima parte della serata, una partitura di Luciano Berio. Non ho potuto fare a meno di sorridere pensando all’episodio de Le vacanze intelligenti con Alberto Sordi. Lui è un “fruttarolo” costretto dai fiji ad accostarsi all’arte contemporanea. Ovviamente ne succedono di ogni. Esilarante la scena in cui Sordi e consorte assistono ad un concerto di musica dodecafonica. Ecco mi sono venuti in mente quei momenti lì. Ogni tanto un cantante, o una cantante, dava vita a vocalizzi incomprensibili. Esasperato, il primo movimento della partitura l’ho percepito in sottofondo; rileggendo Il grande Gatsby. Poi la musica è diventata potente e trascinante. Non pensavo di poter trovare entusiasmante Berio. La Scala dà sempre la sensazione di essere invitati a una grande festa.

Ed ecco cosa dice Jordan Baker, straordinaria invenzione fitzgeraldiana, a tal proposito:

“A me piacciono le grandi feste. Sono così intime. Alle feste piccole non c’è intimità.”

Infine: ho sognato i gorilla di Brassens: abusavano dei giudici responsabili della sentenza idiota sul caso Cucchi.

Sostenere che ji agenti della polizia penitenziaria siano responsabili in minima parte della morte di quel ragazzo grida vendetta.

In una tragedia greca, dopo un episodio simile, le Erinni rimarrebbero Erinni. Non potrebbero divenire Eumenidi. Non potrebbero riconciliarsi con il concetto di giustizia.

Dai loro occhi sgorgherebbe sangue, i loro capelli continuerebbero ad essere serpenti, il loro cuore pulserebbe ancora come un nido di vespe.

Sarebbero punte da un dolore che diventa veleno.

Quando la bilancia del diritto non sa più pesare; resta il peso, immenso, del sopruso.

UooorrafirigerioS

Cari vertebrati,

che bello il viaggio e il pensiero del viaggio!

Che bello il viaggio e il pensiero del viaggio e la speranza del ritorno!

Che bello il viaggio e il pensiero del viaggio e la speranza del ritorno e il sogno del talamo!

Che brutto quando a casa non si può tornare, perché sei un pirla e prendi il tram sbajato!

Anche se, devo proprio dirlo, quello che mi è accaduto ieri ha un suo senso: avevo goduto di quell’ammirevole spettacolo che è Odyssey di Robert Wilson (una capatina al Piccolo Teatro Strehler non si rifiuta mai!), quando, da buon galantuomo, decido di accompagnare un’amica alla macchina. Devo allungare un po’, ma non fa niente. Per una dolce fanciulla ci si sacrifica volentieri! E’ già passata mezzanotte: la ringrazio per avermi invitato a vedere l’opera succitata, ci salutiamo, e mi accingo a prendere la metro.

Sto per passare dai tornelli quando sento una voce che mi chiede in che direzione sto andando. “Comasina!”, faccio io. “Non ci sono più corse!”, risponde.

Beh, non è un problema. Ci sono i mezzi di superficie! Tra le altre cose, da qui, passa un tram che porta dritto dritto a casa. Ed ecco che la mia nottata comincia a somijare, in maniera singolare, ai dieci anni di avventure e disavventure di Ulisse.

Intanto ci sono le sirene di chi ha appena ricevuto un iPhone; cioè quel giochino malefico e rincitrullente che si chiama Ruzzle. Un pozzo malefico che porta dipendenza. Per chi non lo conoscesse: si tratta di fare quante più parole, nel minor tempo possibile, avendo un insieme di arg e quant’altro. Una specie di Scarabeo dove lo sfidante è online. E tu cominci a intrecciare lettere, anche quando leggi il giornale. Sogni punteggi fantasmagorici che attestino la tua genialità: hai trovato 300 parole! Una in più dell’elaboratore! Chissà quante parole sono state dette, dai tempi della guerra di Troia. Così tante da perdere senso. Così tante che, alla fine, si torna sempre là, al nobile greco, e alle sue peripezie. Ancora simili, a distanza di millenni, alle nostre.

Ma perché Ruzzle, in questa mia storia, dovrebbe sostituire le sirene? Mi ha distolto dal viaggio. Qualcuno dei passanti avrebbe dovuto legarmi a un palo della luce, e costringermi alla concentrazione. Infatti prendo il mezzo che va nella direzione opposta a quella di casa.

Ma me ne accorgo quando abbiamo già superato le colonne d’Ercole. Mi ritrovo in una periferia sconosciuta; una volta sceso dal tram, cerco di fare mente locale, ma la prima persona che noto è un signore ubriaco e guercio. Seduto sulla sua panchina, sulla sua zattera: a difendersi dai marosi della Milano da bere.

Che sia Polifemo? Mi dico. Che qui ci sia una Circe che ha trasformato tutti in porci, tranne questo homeless che si ancora alla vita? Ci sarà una Nausicaa, dolce e ingenua, che mi possa mostrare la strada del ritorno? Forse mi sarebbe convenuto andare nel Regno dei Morti e chiedere al buon Tiresia, che non sbaja mai.

Invece mi rivolgo a un individuo che non sembra la personificazione della sicurezza viaria. Infatti mi induce a prendere un bus che mi fa allontanare ulteriormente da casa. Come quando i compagni di Odisseo ebbero l’infelice idea di aprire l’otre di Eolo, facendo in modo che Itaca, appena avvistata, divenisse di nuovo irraggiungibile; a causa dello scatenarsi dei venti.

Probabilmente il mio informatore era il livoroso Poseidone, sotto false sembianze: da sempre più esperto di mare, che di terra.

Lo avrei dovuto capire dalla sua lunga barba, e dalla sua pelle arsa. Mannaggia.

Solo che io sono cento volte più stupido del fijo di Laerte.

Adesso percorro un bel tratto a piedi: immagino Penelope che tesse in Germania, Calipso che mi chiama dal passato.

In una notte milanese che sembra Mediterraneo, ritrovo, alla fine, il mio talamo: mi pare un tronco d’ulivo.

Mi pare vocoonulitrund.

Mreilpavocoonulitrund.