Clientelismo, perché non possiamo farne a meno
Dai Romani fino ai giorni nostri il clientelismo politico sembra un’attività più che consolidata. Ma non è soltanto un “vizio” italiano.
Prendo spunto dagli articoli scritti da Luisa Santangelo e Claudia Campese su CTzen (Paternò, il dentista è amico del candidato. E offre servizi gratis in campagna elettorale e Processo Lombardo, il governatore in aula. «Non sono solito chiedere voti via sms») per fare insieme a voi una riflessione sul clientelismo.
Partiamo dalla definizione: il clientelismo si definisce un sistema di rapporti sociali basato sullo cambio ineguale di beni e favori fra attori di status differente, l’uno più forte e l’altro più debole. Dal punto di vista politico, vuole definire inoltre un modo di funzionamento dei sistemi politici.
I protagonisti dello scambio sono il patrono e un cliente o un gruppo di clienti. Sono relazioni informali e personalizzate, basate sullo scambio di favori. I rapporti politici sono “aideologici”, ovvero non ideologizzati e non si fondano su solidarietà collettive, ma su interessi particolari.
Secondo Mario Caciagli (autore del saggio Il clientelismo politico – Passato, presente e futuro pubblicato dalla Di Girolamo Editore) “il clientelismo politico, distribuzione di favori in cambio di sostegno politico e viceversa, si profila come un modo di gestire il potere e di organizzare il consenso”. Su questo non ci piove. Il clientelismo, secondo una ricerca intercontinentale del 1984 di Eisentadt e Roninger, lo si ritrova nei regimi più diversi e in tutte le latitudini.
Passiamo alla storia del clientelismo: come non partire dai Romani? Proprio Plutarco racconta nelle Vite quella in particolare di Mario per capire come si facesse carriera politica. Per non parlare, andando avanti con la nostra macchina del tempo, de La società feudale di Marc Bloch, dove viene descritto un quadro preciso del sistema clientelare di obblighi e fedeltà sviluppato in quasi tutta l’Europa.
Arriviamo ai secoli recenti. Per l’Italia, basta leggere le opere di Pasquale Turiello e Gaetano Salvemini a cavallo di Otto e Novecento. Nel XX secolo, basta ricordare l’esempio di Chicago e Boston con la famiglia Daley i clienti su base etnica di un sindaco di origine italiana. E poi la Corsica con il mix tra clientelismo e clanismo isolano e Malta, dove il partito Nazionale e quello Laburista poggiano il loro consenso su reti clientelari. Infine, vale citare le città di Bordeaux, l’Andalusia in Spagna e dei villaggi irlandesi. E concludiamo in Oriente con le reti clientelari kôenkai e il Taiwan.
Volendo concentrare l’attenzione sulla Sicilia possiamo sottolineare il ruolo fondamentale della DC. La sociologa americana Judith Chubb mise in rilievo negli anni Ottanta come benefici differenti fossero distribuiti a clienti differenti: posti di lavoro pubblici per i colletti bianchi, licenze e fondi pubblici per le imprese locali e distribuzione di “mance” ai ceti più disagiati. Sempre negli anni Ottanta la DC associò al suo sistema clientelare periferico il PSI, suo alleato nel governo centrale.
Dopo i reportage su Totò Cuffaro, l’ascesa di Raffaele Lombardo è stata disegnata con dovizia dalla stampa italiana. Secondo il giornalista del Corriere della sera Alfio Sciacca, i favori sono quelli di sempre: assunzioni, avanzamenti di carriera, trasferimenti di sede, assegnazioni di incarichi e consulenze, generi alimentari, perfino appoggi per superare gli esami universitari o per ottenere l’audizione al Teatro Massimo.
Inevitabile poi il riferimento alla mafia. Tutti gli autori stranieri ne sottolineano lo stretto rapporto. In particolare, l’antropolo spagnolo González Alcantud, definisce la mafia come un “clientelismo armato”.
Tuttavia, Mario Caciagli fa osservare un aspetto importante in merito ai rapporti di clientelismo. Secondo il docente di Politica comparata all’Università di Firenze, i mezzi del clientelismo sono leciti e legali, sia pure dentro un margine di discrezionalità di fronte alle norme giuridiche e amministrative. Se implicano forme pesanti di persuasione, escludono comunque il ricorso alla violenza. La relazione clientelare, anche se può nascere da una coercizione o da un bisogno, è alla fine sempre consensuale.
Quale futuro per il clientelismo? Jonathan Hopkin e Alfio Mastropaolo senza mezzi termini affermano che “l’età postmoderna, caratterizzata dall’assenza di mobilitazione ideologica, il declino delle grandi fratture sociali e delle identità collettive di classe e di religione, una crescente differenziazione sociale e un’esagerata enfasi di interessi particolaristici, sembrerebbe fornire un terreno fertile per la riemergenza del clientelismo. Quindi si può sostenere provocatoriamente che in tale contesto il clientelismo può costituire una valida risorsa per l’integrazione sociale nelle società più avanzate”.
In sintesi: dai Romani ai nostri giorni, cos’è cambiato?
